Prigioniero. Gli ultimi giorni di guerra.

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Arciduchessa Zita (1916) al “Feldspital” (rancio)

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La prima tappa da prigionieri la facemmo al castello di Susegana, dov’ero arrivato come fresca recluta un anno e mezzo prima. Ci fermammo ad una postazione di artiglieria, dove un graduato era intento a distribuire il caffè ai suoi soldati. In vita non ho mai agognato un caffè come in quel momento.

Qui successe un fatto curioso.

C’era fra noi un caporalmaggiore genovese che lavorava al porto come capo squadra degli scaricatori. Il comandante ungherese della batteria di artiglieria era, da borghese, rappresentante di una società di trasporti di Budapest al porto di Genova, e l’incontro fra i due fu assai cordiale e piuttosto chiassoso. Il graduato che stava distribuendo il caffè, accigliato in volto per la bisogna, seccato da una rumorosa risata del caporalmaggiore, si voltò di scatto e gli diede il mestolo in faccia. L’ufficiale ungherese reagì contro il suo subordinato e gli diede due nerbate con una specie di scudiscio che teneva in mano, accompagnandole con una filza di improperi, o minacce che siano state. Chiamò poi un soldato e fece accompagnare il prigioniero al posto di medicazione.

Dal castello di Susegana scendemmo poi al paese. Mentre attraversavamo la piazza principale, arrivò una granata che miracolosamente non fece vittime; era la prima granata italiana, alla quale molte altre dovevano seguire, specie nel primo tratto verso il nord.

Attraversammo Conegliano, apparentemente deserta, ma in effetti con la popolazione tappata in casa, che socchiudeva le finestre al nostro passaggio. Sotto i portici della cittadina, una ragazza aprì l’uscio di casa e ci fece delle domande. Un soldato della scorta allungò una mano per farle una carezza e ricevette i più coloriti apprezzamenti contemplati dal vocabolario del dialetto veneto…

In tutti i paesi che attraversammo suscitavamo la curiosità della gente, avida di notizie sull’andamento della guerra. Le nostre divise, non ancora sciupate, denotavano che eravamo prigionieri appena catturati, portatori di notizie fresche.

Che ci fosse qualcosa di nuovo, potevamo arguirlo dal cannoneggiamento in corso lungo il fronte di guerra. marciavamo tutto il giorno con soste di notte in campi che ospitavano anche altri prigionieri. La fame ci torturava, perché ci davano al più due o tre fette di pane nero al giorno. Attraversando un paesetto del Friuli, camminando rasente le case, vidi un giorno socchiudersi una porta e una mano che allungava un cartoccio, che subito afferrai: conteneva castagne arrosto, e furono le castagne più buone che abbia mai mangiato in vita mia.

Dopo tre o quattro giorni di cammino imboccammo la Valle Fella, sulla via del confine di Pontebba. La strada era intasata di traffico in direzione del confine, il che significava che gli Austriaci erano in ritirata. Le nostre guardie però erano sempre ligie al loro compito, dovevano portarci al confine. Quando vi arrivammo, ci abbandonarono al nostro destino e noi prendemmo la via del ritorno.

C’erano ormai due correnti di persone, una verso l’Italia, l’altra verso l’Austria; la prima composta da ex-prigionieri, la seconda da un esercito in rotta. La parola “Kamerad” si scambiava da una fila all’altra. Io mi ero accompagnato con un commilitone, tale Agosti di Brescia. Costui, durante una sosta della nostra lunga marcia, era sceso sul greto del fiume, dove una cucina mobile austriaca stava preparando il rancio ed aveva disposto sui sassi diversi tranci di carne. Agosti manovrò in maniera da prelevarne uno, avvolgendolo nella coperta che avevamo in dotazione. Io avevo notato una cascina sull’altra sponda del Fella, verso la quale ci dirigemmo. Al punto giusto attraversammo il fiume e risalimmo per il sentiero che portava alla cascina. Prima di arrivarci, incontrammo un gruppo di prigionieri italiani che scendevano dalla montagna scortati da soldati austriaci. Spiegammo loro la situazione e che arrivati sulla strada principale, potevano dirigersi verso l’Italia, anziché verso l’Austria. Mentre parlavamo, i soldati della scorta si dileguarono.

Raggiungemmo il cascinale ed entrammo. Era abitato da una contadina e dalla figlia, una ragazza dai capelli rossi. Dopo che ci ebbero riconosciuti come soldati italiani, fummo accolti con entusiasmo. Le donne prepararono un bollito, al quale aggiunsero delle patate che tenevano nascoste in un fienile. Dopo mangiato, io e il mio compagno andammo a dormire nel fienile. Ci svegliammo il giorno dopo, alle dieci.

Riprendemmo il cammino verso valle, seguendo il sentiero sulla riva sinistra del fiume, perché la strada sulla riva opposta era occupata dall’esercito austriaco in ritirata. Verso mezzogiorno arrivammo ad un gruppo di case ed entrammo in una di esse, in una stanza che ospitava una grande cucina economica. L’attenzione dei presenti, e nella stanza credo che si fossero radunati tutti gli abitanti del luogo, fu subito attratta dalle buone condizioni delle nostre divise, che dichiarava il nostro stato di prigionieri recenti.

Fummo bersagliati da domande e le nostre risposte riuscirono a chiarire qual’era la situazione attuale del fronte: l’esercito austriaco era davvero in ritirata, e per sempre. Domandammo l’uso della cucina per cucinare un po’ di carne, cosa di cui si incaricò subito una donna. Ad un tratto si affacciò alla porta d’ingresso un ufficiale austriaco; nel frattempo si erano uniti a noi altri prigionieri italiani di vecchia data. Indirizzandosi al nostro gruppo, l’ufficiale domandò in francese chi fra noi lo parlasse. Mi feci avanti. L’ufficiale mi informò che stavano trasportando un maggiore austriaco ferito e mi chiese il permesso di usare la cucina per preparare un po’ di cibo. “Après nous”, risposi, quasi con arroganza, effetto degli sviluppi della guerra. Fino a quel momento prigioniero sottomesso alla volontà altrui, sentii che la situazione si era rovesciata. Ma subito dopo, invitai l’ufficiale a disporre della cucina. Fecero entrare il maggiore ferito, adagiato su una rudimentale barella portata da quattro soldati, mentre altri quattro erano di riserva per il cambio. Era ferito ad una gamba, ma non domandai la natura della ferita: probabilmente un incidente, poiché il fronte di combattimento era lontano.

Dopo esserci rifocillati, Agosti ed io riprendemmo la marcia verso sud. Seguimmo ancora il sentiero sulla sponda sinistra del torrente, finché a un tratto sentii il caratteristico colpo secco del 91, il fucila in dotazione al nostro esercito, e il crepitio di una mitragliatrice. Arrivavano i nostri. Passammo il torrente e ci trovammo sulla strada completamente intasata. Il traffico si era fermato, i soldati austriaci erano indaffarati a liberarsi delle armi.

Alla prima svolta ci apparve il ponte di Moggio: ne ostruiva l’entrata un’autoblinda italiana piena di bersaglieri. Un ufficiale invitava noi prigionieri, o ex prigionieri, ad armarci con i fucili del nemico perché i rinforzi della piccola pattuglia erano ancora lontani e avrebbero potuto essere sopraffatti. Fummo in pochi ad armarci.

Le parti si erano invertite: quelli che fino a poco prima erano prigionieri, si misero a spogliare i loro ex carcerieri, razziando portafogli, orologi e tutto ciò che avesse un qualche valore. Uno spettacolo deplorevole.

Con gli ex prigionieri armati, l’ufficiale che capitanava la pattuglia dispose un picchetto sulla testata del ponte, con l’ordine di non lasciare passare nessuno, e un secondo picchetto a metà ponte, cui fui assegnato anch’io, nel caso il primo fosse stato travolto. Dall’altra parte del ponte erano rimasti imbottigliati due reggimenti austriaci, ai quali una sola autoblinda italiana andava a chiedere la resa.

Non passò molto tempo che arrivarono altri mezzi blindati e corazzati dei nostri, e poi bersaglieri e truppe autotrasportate. Con il loro arrivo, il nostro compito era finito. Al di là del ponte innalzarono bandiere bianche in segno di resa.

Nella loro ritirata, ormai diventata una rotta, gli Austriaci abbandonavano tutto e all’imbocco della Valle Fella, avevano lasciato liberi cavalli e carriaggi in quantità. Agosti, seguendo l’esempio di altri, si impadronì dell’avantreno di una cucina mobile austriaca, abbandonata con i due cavalli, e con quel mezzo proseguimmo il nostro viaggio. Man mano che penetravamo nel nostro territorio, aumentavano ordine e controllo, molti prigionieri vendevano i cavalli recuperati ai contadini prima che gli venissero requisiti dall’esercito ai posti di blocco. Il giorno seguente, infatti, fummo fermati e ci presero i cavalli, ordinandoci di dirigerci ad un posto di raccolta in un paese di cui non ho più nessun ricordo. Qui mi offrirono di rimanere perché avevano urgente bisogno di scritturali, aggiungendo che, se avessi accettato, alla chiusura del centro, avrei avuto una licenza più lunga di quella accordata a tutti gli ex prigionieri. Accettai.

Al termine della licenza, mi ripresentai al punti di partenza, ovvero al distretto militare di Voghera e di qui fui destinato al 23° Reggimento fanteria di stanza a Novara, dove rimasi fino al congedo.

La vita militare per me era ormai terminata. Ritornai a scuola, questa volta all’Istituto di Agraria Coloniale a Firenze. Eravamo nel 1920 e avevo 22 anni.

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[dal memoire sulla Grande Guerra di mio nonno, Virgilio Giorgi]

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Immagine di copertina tratta dal web

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