Sul Piave

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Scampato miracolosamente al tifo, dopo quaranta giorni di licenza per convalescenza, il nonno torna al fronte, ormai attestatosi sul Piave.

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Il duello

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Postazione di bombarda italiana

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Dove fosse il nuovo deposito dei bombardieri al quale dovevo presentarmi lo seppi agli uffici militari delle stazioni: era un paesino in provincia di Reggio Emilia, Formigine. Non vi rimasi molto tempo: presto mi trovai nuovamente al fronte di combattimento, precisamente nella zona di Fossalta, nel medio Piave. Qui la natura delle difese, costituite dagli argini del fiume stesso, facevano sì che il fronte fosse abbastanza tranquillo. C’era scambio di fuoco di artiglieria, ma i proiettili si perdevano per lo più lontani o erano fermati dall’argine del fiume, mentre l’acqua corrente ci riparava dalle incursioni nemiche.

Approfittammo di queste favorevoli condizioni per dedicare qualche cura ai nostri rifugi, munendoli tra l’altro di stufette per temperare i rigori dell’inverno, anche se in seguito simili iniziative non furono più ammesse, perché si temeva potessero comportare un indebolimento dell’argine. Ad ogni reggimento fu aggregata una sezione lanciabombe Stockes di quattro pezzi ed io passai ad una di queste come capo pezzo. Erano le uniche armi che sparavano perché potevamo farlo al riparo dell’argine del fiume: avevano infatti la particolarità di sparare proiettili con una leggera angolazione dalla verticale.

Mi spostavo di frequente lungo l’argine perché non avevo obiettivi fissi da battere, le mie erano più che altro azioni di disturbo e di assaggio della reazione nemica. Ma per controbattere il tiro di un lanciabombe non c’era che un altro lanciabombe, e il nemico ne era evidentemente sprovvisto, perché non ne aveva mai fatto uso. Così passammo il resto dell’inverno e la primavera.

Mi trovavo nella zona di San Donà di Piave quando, durante la notte fra il 4 e il 5 giugno 1918, gli Austriaci piazzarono due cannoni sul greto del fiume, in quel punto molto assai largo. Nel buio non riuscirono a mascherarli e dalle nostre postazioni, sulla nostra sponda del greto del fiume, i due cannoni erano visibili distintamente. Se ne occuparono i giovani ufficiali, che pensarono di batterli con uno dei lanciabombe piazzati dietro l’argine. Dei quattro pezzi disponibili venne scelto il mio. Non avevo bisogno di spostare la mia arma, che era sulla dirittura dei cannoni, ma non avevo alcuna certezza di raggiungerli con il tiro. Gli ufficiali fecero un piano di attacco. Si sarebbero appostati lungo i camminamenti sul greto del fiume e nelle ridotte che venivano occupate soltanto la notte e, per quanto possibile, avrebbero disturbato il nemico con il fuoco di fucileria. Io avrei sparato dalla mia postazione nella direzione da loro indicata.

Nella postazione ero protetto da una duna di sabbia e coperto da piante di robinie. Alle mie spalle, un vasto campo, in fondo al quale c’era la massicciata della ferrovia. Per sparare seguendo le indicazioni degli ufficiali non era necessario che spostassi il lanciabombe. Le bombe le avevo messe al riparo dietro una latrina che avevamo costruito con sacchetti di sabbia; tre soldati a catena me le passavano. Non avevo visto personalmente dove fossero piazzati i due cannoni ma, dalle informazioni degli ufficiali, prevedevo che fossero ad una distanza superiore alla gittata del lanciabombe, tanto più che le cariche a disposizione erano umide: le avevo infatti trovate già sul posto, in un ripostiglio scavato nell’argine del fiume.

Quando gli ufficiali, disposti a catena dalla postazione di sparo fino al punto per guidare i tiri, segnalarono di esser pronti, sparai il primo colpo. Direzione esatta, ma tiro corto, come temevo. La risposta del nemico fu immediata e violenta. Il proiettile del lanciabombe si vede in partenza e per tutta la traiettoria del tiro: i due cannoni indirizzarono immediatamente il tiro verso la mia postazione. Ero parzialmente protetto da una duna di sabbia, sull’orlo della quale i proiettili affondavano, per uscirne dopo breve tratto e perdersi nel campo dietro di noi con strani effetti e scoppiare infine sul terrapieno della ferrovia. La sabbia non aveva compattezza, non fermava i proiettili, né l’impatto era sufficiente a procurarne la deflagrazione: ad ogni tiro venivo investito dalla sabbia, ma non subivo altri danni.

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Postazione di mortaio italiana

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I tiri cadevano ad un paio di metri, anche meno, dal posto in cui avevo piazzato il lanciabombe, per cui mi affrettai a spostare tutte le munizioni sulla sinistra dell’arma, operazione che riuscii a fare senza inconvenienti, data la precisione dei tiri del nemico, per cui tutti i proiettili cadevano, con variazioni minime, nello stesso punto. Allo stato delle cose, non avevo alcuna possibilità di vincere l’impari duello, perché la portata del lanciabombe non era sufficiente a raggiungere il bersaglio. La segnalazione degli ufficiali era sempre la stessa: “Direzione giusta, tiro corto!”

Mi ricordai allora di un deposito di munizioni in un anfratto del fiume che avevo visto poco tempo prima. Cessai di sparare ed informai gli ufficiali della necessità e della possibilità di procurarmi altre munizioni. Il nemico, forse nella convinzione di avermi colpito, cessò a sua volta di sparare. Andai con due soldati in cerca di quelle munizioni e le trovai proprio dove mi ricordavo di averle viste. Durante questa pausa i miei pensieri non erano dei più lieti, ero cosciente del rischio che correvo. Ma ero calmo e in fondo ai miei pensieri dominava sempre l’ottimismo che non mi ha mai abbandonato durante il periodo della guerra, anche nelle circostanze più rischiose e, fra le tante, quella appena superata, forse la più pericolosa di tutte, che adesso stava per riprendere.

Nel tragitto di ritorno mi incrociai con il mio diretto superiore, il sergente della sezione lanciabombe, un milanese simpatico, ma un po’ spaccone: “Sergente, lei che è sempre in cerca di gloria, venga con me che è una bella occasione”, dissi. “Debbo andare a ispezionare altri pezzi”, mi rispose. “Stia attento che non arrugginiscano”, e con questo lo lasciai.

Ritornai al posto di combattimento: il nemico non aveva più sparato un colpo, forse era davvero convinto di avermi eliminato. Chiesi agli ufficiali di poter spostare il pezzo, sul quale il nemico aveva ormai due cannoni puntati. Era facile a questo punto annientarmi, se non avessi più avuto quella fortuna, che posso ben definire miracolosa, che mi aveva assistito fino ad allora. Gli ufficiali mi fecero osservare che ora anch’io mi trovavo in una posizione più favorevole: con cariche più forti si poteva allungare il tiro per colpire il bersaglio. Gli ultimi tiri avevano raggiunto l’acqua quasi ai bordi della sponda opposta del Piave, i cannoni erano piazzati due o trecento metri oltre.

Preparai qualche bomba con le cariche supplementari e sparai la prima. La risposta del nemico fu ancora una volta immediata e violenta. Contrariamente a quello che supponevo, non si erano allontanati dai pezzi. Mi arrivarono intanto le istruzioni per il tiro e al terzo tentativo colpii uno dei due cannoni. Dopo altri pochi lanci, con una deviazione del tiro verso destra, colpii anche il secondo. Avevo vinto il duello! Non credevo a me stesso, a tanta fortuna, per essere riuscito in pochi colpi, e grazie alle nuove cariche da sparo, a risolvere la situazione a mio favore.

Vennero tutti i giovani ufficiali esultanti a complimentarsi. Mi resi conto che erano tutti tenenti e sottotenenti, fra di loro non figurava nemmeno un capitano. Erano stati i ragazzi dell’ufficialità ad organizzare l’azione, probabilmente senza nemmeno informarne i superiori, come in seguito mi successe di nuovo nella zona di Capo Sile. Appartenevano al 205° Raggruppamento Bombardieri, al quale io, del 204°, ero stato provvisoriamente aggregato. La sera stessa, nel mio rifugio notturno, una tana scavata nell’argine del Piave, venne a trovarmi l’amico Bassi, un lomellino con il quale legavo molto, per dirmi che alla mensa ufficiali non facevano altro che parlare di me e che tutti erano concordi per propormi per un’alta ricompensa al valore. Era logico che mi aspettassi di esser chiamato da qualche ufficiale superiore all’indomani, ma nessuno mai si fece vivo, né l’indomani, né dopo. Se Bassi non mi avesse raccontato tutto, io nella mia innata modestia non avrei nemmeno pensato alla possibilità di una ricompensa al valore. Come ho detto, ero del 204° Raggruppamento, provvisoriamente aggregato al 205°, e da questo sarebbe dovuta partire la proposta della ricompensa che avrebbe però arricchito il medagliere dell’altro, cui appartenevo. Non so in che rapporti fossero i due comandanti, ma ho imparato in seguito che il disaccordo e l’invidia fra gli alti comandi ci sono costati un sacco di sciagure, fra cui Caporetto. Lo stesso mio tenente non mi fece alcun cenno dell’episodio e tanto meno il colonnello comandante il 204°.

Tutto ciò accadeva il 5 Giugno 1918. Dieci giorni dopo, il 15 Giugno, gli Austriaci iniziarono la loro offensiva sul Piave. Ecco spiegato perché avevano avanzato i due cannoni sulle linee della fanteria.

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Lanciabombe italiana

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* Fra le note e le riflessioni conclusive del memoire, tornando all’episodio qui narrato, il nonno scriverà:

Si è trattato di fronteggiare un pericolo mortale a sangue freddo per un periodo lungo di tempo, tenendo ben saldo il sistema nervoso; di giocare freddamente con la morte non per pochi istanti, ma per tutto il tempo necessario a realizzare l’obiettivo. Avrei potuto ridurre questo tempo, scordando il deposito delle cariche da sparo aggiuntive, che mi hanno poi permesso di raggiungere il bersaglio, ma tale pensiero non mi ha neanche sfiorato. Per accelerare il tiro ho rischiato molto, accumulando le munizioni attorno al pezzo; sarebbe bastata una scheggia di granata per provocare un disastro. Ma per fortuna non una sola granata scoppiò al primo impatto con l’orlo sabbioso della duna, dietro la quale avevo piazzato il lanciabombe.

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Lanciabombe italiana
Lanciabombe austriaca

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(Continua)

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[dal memoire di mio nonno, Virgilio Giorgi]

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Immagini tratte dal web

3 thoughts on “Sul Piave

  1. Attendevo il seguito… Questa parte di storia mi è cara e mi catapulta ai racconti di mia nonna materna. Guarda caso natia della zona citata qui. Fin da bambina rimasi affascinata dal lento mormorare del Piave e con esso tutte le vicende. Ribadisco che questo diario prezioso pervenuto a te dovrebbe diventare materiale storico e cronologico degli eventi, per non dimenticare il sacrificio e il coraggio di molti. Grazie sempre per la condivisione. Un caro saluto Catia.

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