Giovanni e il gregge

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Piove ininterrottamente, da giorni. Giovanni, avvolto in una cerata, sta in piedi sotto l’acqua per ore. Per fortuna non tira vento; il freddo, quello vero, non è ancora arrivato.

Uno sbuffo denso di fumo svapora da sotto l’ombrello. Cuba, un cane pastore col pelo raggrumato in umide ciocche, fa avanti indietro sul sentiero in attesa di potersi dare da fare. Le bestie sono calme, chine sull’erba, intente a brucare il prato palmo a palmo. Giovanni le osserva impassibile, come un lucido pezzo di granito.

Nei luoghi in cui approda con il suo gregge il tempo pare fermarsi. Un campo incolto e le morbide forme di decine di capi inzaccherati, fra i quali si stagliano i profili di alcuni asinelli, sono un mondo nel mondo, il perno attorno al quale tutto il resto sembra ruotare in un moto perpetuo e senza senso.

Lo sguardo di Giovanni sorveglia da un estremo all’altro il proprio universo, senza curarsi, appena al di là del confine, della vita sui balconi, delle finestre che s’illuminano, i portoni che si aprono e si chiudono, i motori che ruggiscono, delle schiene di uomini e donne che incedono, curvi, dalle prime luci del giorno.

Giovanni sembra non conoscere la loro fretta, i loro impegni, le loro attese, i loro rimpianti. Conosce il risveglio dell’alba che carezzandola sottrae al sonno la terra; conosce il tremulo richiamo dei piccoli, il sibilo paralizzante della paura, il canto silenzioso della notte.

Il suo mondo dura solo qualche giorno, quanto basta a ripulire un campo di media misura. Domattina rimuoverà i pali e la rete e, con l’aiuto di Cuba, porterà il gregge altrove. Per tre giorni non ha parlato con nessuno e nessuno gli ha rivolto la parola. Le auto sono andate e venute dal parcheggio; puntuale, alle sei del mattino un uomo ha messo in marcia la propria moto, avviandosi nonostante la pioggia. A intervalli regolari, la signora del primo piano è uscita sul balcone a curare i fiori. Il vicino vi ha trascorso pochi minuti dopo pranzo per fumare la sua sigaretta godendosi lo spettacolo di un gregge al pascolo a pochi metri da casa. L’anziano del piano di sopra ha separato con cura la spazzatura in tre diversi contenitori, tornandosene in casa a passi brevi e strascicati, le spalle intirizzite dal freddo. All’imbrunire, un coro di luci; prime fra tutte quelle delle cucine: alcune più calde, altre decisamente troppo fredde. Nei soggiorni gli alberelli hanno iniziato a lampeggiare, e così pure le ringhiere: manca poco al Natale. La biondina dell’appartamento col bagno senza tendine è scomparsa in fretta fra i vapori della doccia.

Col buio Giovanni fa ritorno alla sua roulotte. Che poi Giovanni è il suo nome tradotto, col tempo ha imparato che, nonostante l’accento, mette gli altri a loro agio. Mangia pane e formaggio ascoltando la radio e si corica sotto due coperte di lana. E’ tranquillo: le luci tengono le volpi lontane.

E’ notte ormai. Le luminarie brillano nel silenzio interrotto dallo scampanio diradato di qualche martinella, qualche pecora rumina ancora. Le altre sono immobili, pietrificate, come le statuine di un presepe. 

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[P.B., 24/12/2020]

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A tutti un augurio di Buon Natale!

4 thoughts on “Giovanni e il gregge

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