e camminare sotto la pioggia

Sono in qualche modo depositario di questa poesia, che trovo bellissima.

La condivido con voi.

P.

foto: Laura Salvi

nasco di traverso, come resto

di un amore spolpato divenuto carcassa

avanzo di due sciacalli in una divisione di colpe

pezzo di carne portato via e sepolto in vista di carestie di cuori infranti

anoressia di un sentimento che riempì i nostri anni

vuoto a perdere, tu

salvavi le apparenze quando non ero all’altezza

e la mia forma mutava come le nuvole per i bambini

una parola magica ha spazzato via il sortilegio

del sole che non sapeva tramontare


ora posso uscire e camminare sotto la pioggia

[Anonimo, Ottobre 2020]

24 thoughts on “e camminare sotto la pioggia

  1. Bellissima mi sembra un po’ esagerato. Direi gradevole. E se fosse in me la definirei un po’ vacua. Vedi questo verso (fra gli altri) :””pezzo di carne portato via e sepolto in vista di carestie di cuori infranti”” che perfettamente incoerente con senso dell’intera poesia.

    • Non sono d’accordo con te, Marcello, ma sono perfettamente consapevole di possedere una chiave di lettura del testo, tutta mia, che non trova l’incoerenza da te rilevata.
      Il mio giudizio, ovviamente, è figlio di questo, che non so se sia un vantaggio. Del resto non mi sono nemmeno confrontato con l’autore, quindi potrei star prendendo una cantonata.
      Tuttavia, provo a eccepire il tuo rilievo, per dovere di moderazione, ma anche per provare a intendere la tua, di lettura.

      Il “resto” (1° verso) non è affatto incoerente – a mio modo di leggere e vedere – con i quattro versi successivi, che descrivono l’origine e l’essenza di questo “brandello” di sentimento / poesia / ricerca / scoperta / senso…
      E nemmeno contrasta con la contrapposta figura del “tu” (6° verso), che viene rappresentata in un atteggiamento forse ipocrita e inconcludente nei confronti della dinamica svilente e massacrante vissuta dall’io soggetto della poesia.
      A tal proposito resta il dubbio (ben incastonato, a mio modo di vedere) su chi sia il destinatario della definizione “vuoto a perdere”: se il “tu”, separato dalla cesura della virgola o l’io che precede…
      Gli ultimi quattro versi si collegano circolarmente al primo, chiudendo l’excursus che ha descritto il “disfacimento” e tornando progressivamente dal passato al presente.

      “e la mia forma mutava come le nuvole per i bambini /
      una parola magica ha spazzato via il sortilegio /
      del sole che non sapeva tramontare /

      ora posso uscire e camminare sotto la pioggia”

      C’è un climax di rinascita, infatti; il primo verso recitava “nasco di traverso, come resto”. Rinascita da un brandello, da un avanzo (la metafora con il cibo, l’atto di nutrirsi – o provarsi del cibo, sfamarsi come animali, forse iene o avvoltoi… è sottesa a tutta la parte centrale della poesia), ed è ben chiosato dall’ultimo, a mio avviso: “ora posso uscire e camminare sotto la pioggia”.

      Resta l’enigma, l’interrogativo, anche questo per me ben instillato, su quale sia (stata) la “parola magica” in grado di generare la svolta, su cosa / chi fosse / rappresentasse “il sole che non sapeva tramontare”.
      Qui anch’io, come tutti, mi interrogo senza poter fornire risposte certe, senza l’aiuto dell’autore. Ma va bene così. Almeno per me.

    • Dopo questa rilettura, mi sono reso conto di aver titolato frettolosamente la poesia (l’autore non l’ha fatto).
      Ho corretto il tiro, spero. “sotto la pioggia” era estremamente riduttivo.
      In quella congiunzione, “e”, ho voluto racchiudere l’esito del percorso descritto. Il moto di rinascita, appunto, in un nuovo presente (con care nuvole, cariche di pioggia, a proteggere da soli fatui o boreali…).

      • Nasco di traverso significa che l’autore non è adatto al normale vivere, cioè quello di una lei che salva le apparenze. Egli nasce di traverso come resto di un amore spolpato : da chi? Da entrambi che sono due sciacalli che si attribuiscono vicendevolmente le colpe d’aver distrutto il loro amore (dunque chi dei due è nato di traverso in questo amore?). Un amore di cui l’anonimo si riconosce non essere all’altezza e muta continuamente forma sulla base del suo essere infantile, in senso positivo, ma incapace di mettere fine alla loro storia ( un sole che non sapeva tramontare). Dunque ben ci sta l’immagine di cuori infranti, come anoressia del loro sentimento amoroso. Ma questa immagine (questa logica del finire dell’amore e che conduce a cuori infranti, nega quella della carestia, cioè dell’assenza di cuori infranti).
        E chiunque si illude di scrivere versi (traendo ispirazione dalle canzoni) esce a camminare sotto la pioggia in un abusato climax di rinascita.

        In conclusione, però devo farti i complimenti, Paolo, per la pregevole capacità che hai di leggere i versi immergendoti in un mondo tutto tuo, puro, angelico, spesso celestiale, mentre quello che hai sotto gli occhi nasce e si muove in un terreno di umana povertà.

      • Grazie Marcello della tua analisi, che mette in chiaro il tuo pensiero critico, che – ammetto – non mi era del tutto chiaro. Ora capisco la tua obiezione.
        Devo dire che io avevo dato un’altra interpretazione al verso “incriminato”. Provo a esporla.

        “pezzo di carne portato via e sepolto in vista di carestie di cuori infranti”

        In questo verso io non leggo il pathos, il dolore, peraltro evocato in “citazione”, del cuore infranto. Ma un gusto, forse sadico, di certo autocompiaciuto e egocentrico, di crogiolarsi nei propri patimenti amorosi, che più somigliano a fascinazioni e infatuazioni superficiali e cerebrali che al vero sentimento fatto di carne e ossa e azione e scelta.
        Mi spiego con un’immagine. Se dovessi rappresentare ciò che mi evoca il verso in questione, sceglierei un cane randagio che seppellisce l’osso. Il cane ha fame, è deperito, trema per il freddo e ciò nonostante pensa che ci possa essere un momento in cui possa stare peggio di così, un momento in cui quell’osso insipido e asciutto, dissotterrato (al ricordo – ecco l’atto compiaciuto di godere di un proprio tesoro di sensazioni passate e sepolte e pur rivitalizzabili), possa essere fonte di gaudio.
        Insomma, un tempo in cui nemmeno più il gioco delle illusioni sarà più possibile.

        Segue poi la parola forte “anoressia”. Che dà forse adito a un ossimoro, a un contrasto voluti. Mah…

        Forse hai ragione tu. Ho una lettura tutta mia, forse idealizzante, pertanto incorreggibile. Tuttavia, non riesco a trovare poveri questi versi.
        Quanto meno ci hanno stimolato al confronto e alla discussione, che spesso, troppe volte manca, fra noi che (ci) scriviamo e (ci) leggiamo.
        Di questo e della tua critica schietta ti ringrazio, caro Marcello.

      • Mi space doverti contraddire ancora: non la poesia ha stimolato il confronto ma l’affermazione di “bellissima” ad essa attribuita. Io l’ho definita gradevole (e non povera – povero lo è il terreno da cui nascono questi versi), perché gradevole lo è certamente. Avrei potuto tacere. Ma avrei mancato al mio senso estetico di fronte a poesie davvero bellissime, dove parole e sentimenti nascono da una profonda sensibilità e specchiano una realtà davvero meditata e sofferta. Nei versi di questa poesia tutto questo manca: la parola carestia è stata usata per il suo suono (che suscita attenzione) e non per il senso.
        Ti chiedo ancora scusa di questa mia durezza, non rivolta a te, ovviamente, ma guidata da canoni a cui non ritengo possibile rinunciare.

      • Non ti devi scusare affatto! E’ proprio il senso della mia precedente affermazione: ce ne vuole di critica ponderata e motivata!
        Ciò detto, sono io in realtà che devo chiedere scusa per la poca attenzione prestata nell’uso delle parole. Hai fatto benissimo a farmelo notare.

    • L’anonimo non si aspettava tanta attenzione per i propri versi.

      Ringrazio il Dott. Comitini per la puntuale critica; ne farò tesoro. Egli, che non si definisce poeta laureato (citando il Montale), nelle note alla sua biografia, mi porta a sentire la sua disanima come un garbato cinque al sei, per non dire sei meno, di liceale memoria. Ben venga lo stimolo all’esercizio, per quanto non ritenga la poesia materia in cui allenarsi, ma meglio una sensibilità alle cose del mondo (cose umane di poveri umani) trasposta in versi quando l’occasione genera ispirazione.

      Riguardo alle esegesi che entrambi proponete mi avvalgo, con una battuta, della facoltà di non rispondere, non trattandosi, i miei versi, di poesia civile.

      Grazie al terreno di umana povertà qualcuno avrebbe potuto commentare sagaciemente “Pensavo fosse amore… invece era un calesse”.

      Auguro al Dott.Comitini, di innamorarsi almeno una volta nel corso della sua esistenza e che quell’amore sia corrisposto e attraversi le fortune della vita adattandosi via via. Se invece gli dovesse capitare la sfortuna di un amore diverso, inconsueto, poco avvezzo ad essere cantato dai versi di Picasso o di Hikmet (per fare due esempi banali perché banalizzati dai Baci Perugina), spero che diventi per noi, cuori infranti, poeta capace di rendere universali poveri contenuti entro quei canoni a cui non può rinunciare.

      • Gentile Anonimo,
        Le do pienamente ragione sull’ingiustificata attenzione ai suoi versi, errore che non vorrei ripetere per questa sua risposta (che sembra finalizzata a suscitare ulteriore attenzione).
        Mi permetto di dirle, per tranquillizzarla, che sono innamorato, come lei non potrà mai esserlo, dal momento che i suoi confini sono assai ristretti da un amore banale (come si evince da ciò che lei ha scritto in quelle poche righe che lei si ostina a chiamare versi). E quindi non può capire l’oggetto dei miei sentimenti.
        Mi fa estremamente piacere che lei mi rivolga quell’augurio che credo abbia spesso desiderato per lei. Ma temo davvero che ogni sua speranza sia vana.
        Il resto delle sue argomentazioni è puro pettegolezzo che non suscitano in me alcun interesse.

  2. al di là della sostanza e delle posizioni “critiche” è bello vedere uno scambio di questa natura e così intenso e accalorato…su versi che, comunque, certo immondi non sono ( e ce ne sono di furbi e immondi per non parlare dei banali) … comunque Marcello caro guarda che ci sono canzoni che non hanno nulla da invidiare al sublime della poesia e non credo che possiamo ancora appellarci ai canoni…

  3. Cari Marcello e “Anomino”.
    Mi sia consentito un piccolo intervento in moderazione nel vostro scambio.
    Ritengo prima di tutto corretto, ma anche doveroso, nell’ambito di un’analisi letteraria, rimanere per quanto possibile sul testo e nel testo.
    Sebbene, la persona e l’Io, siano coinvolti in primis nel’atto creativo (come potrebbe essere diversamente?), chiedo di lasciare fuori dalla discussione le proprie storie personali, ma di concentrarsi su quello che dell’atto creativo è in qualche modo “il frutto”, che, una volta affidato al lettore (nel caso specifico per mia decisione – va ricordato), vive a mio avviso di vita propria, e non può che essere trattato come altro da sé anche dall’Autore.
    Io la vedo così. E non è per evitare dibattiti o conflitti (purché rimangano nei toni di uno scambio civile), ma per non condizionare e limitare, nella lettura, interpretazione e critica del testo, l’immaginazione e il sentire di alcuno.

  4. Caro Paolo e molto meno caro anonimo,
    Evidentemente il testo (che hai pubblicato) non è a un livello tale da poter essere oggetto di analisi letteraria. E mi dispiace di averlo fatto io per primo, anche se in realtà tutto è nato da quel “bellissimo” da me non condiviso. Non dai versi, che lo ripeto ancora una volta sono formati da parole che suonano gradevoli ma vacue nel loro essere messe insieme (a mio parere ovviamente, ma ampiamente dimostrato). Può anche darsi che sotto l’anonimo si nasconda il prossimo premio Nobel, ma ciò non toglie che quei versi sono vuoti di significato.
    A chi mi dice che ci sono canzoni che nulla hanno da invidiare alle poesie, rispondo che sono d’accordo. Ma nascono (nella mente dell’autore – che qualche volta le prende in prestito dai poeti) come canzoni e come canzoni continuano a vivere nella mente di chi le ha concepite. Questo accadeva anche in tempi remotissimi. E vorrei aggiungere che comunque tutto ciò che è espressione d’arte sia benvenuto, ma arte è espressione di bellezza, originale, unica.

    • tutto si è compiuto
      non è più il tempo delle approssimazioni
      le piccole onde del lago
      che lucidavano le rive
      sono diventate impetuose e hanno inghiottito tutto
      le origini e i futuri possibili
      si diventa grandi in un giorno qualunque
      senza compleanni
      non si teme più il buio, l’ignoto.
      succederà di incontrare
      chi ci renderà migliori senza saperlo

      la gratitudine è una luce
      che non si spegne mai

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