Miriam

Era un martedì sera come tanti, mancava poco a mezzanotte. Tornavo a casa dopo una cena con una coppia di amici. A pochi chilometri da casa mi fermo al solito distributore per fare benzina. Mi capita abbastanza spesso di farlo di notte, nella quiete della statale semi deserta.

Esco dall’auto e mi guardo attorno: se non fosse per i fari e il rumore di qualche camion di passaggio, il mondo sembrerebbe esaurirsi nel cono di luce della stazione di servizio.

C’è un’altra macchina, giunta prima di me, l’ho notata arrivando. Nell’abitacolo, il profilo e i capelli biondi di una donna. Mi squadra al volo anche lei, distogliendo lo sguardo. Coraggiosa, penso, uscendo dall’auto. Di notte quel posto non è adatto a una donna. Il più delle volte condivido la mia sosta con qualche avventore della prostituta di turno. Ma quella che passeggia sul ciglio della strada stasera sembra non avere clienti.

Sgranchisco le gambe e apro lo sportellino del serbatoio. Tiro fuori il portafogli, infilo venti euro nella cassa automatica. Sull’altra banchina la mia compagna compie gli stessi gesti, sento lo strepitio all’attivarsi della sua pompa. Mi volto: è carina, sulla trentina, forse qualcosa di più; elegante, in un tricot di cotone e dei pantaloni scuri a gamba larga che svolazzano nell’aria tiepida della notte. Mi vien quasi voglia di attaccare bottone. Ci scambiamo un brevissimo sorriso, o almeno così credo.

– Scusa, se non disturbo…, – una voce di donna, roca e dal vago accento spagnolo, mi fa sussultare.

– Scusa, se chiedo…

La ragazza che camminava al confine del mondo visibile, oltre la siepe che separa la stazione dalla statale, mi sta sorridendo da sopra la pompa di benzina.

– Ciao…, – dico goffamente, realizzando di non aver mai rivolto la parola a una prostituta.

Bianca, un metro e sessanta più altri dieci di tacco; ricci neri, folti e voluminosi. Non la guardo con attenzione, di quel volto ricordo solo il sorriso. Raddrizzo la schiena e cerco di capire cosa possa volere da me.

– Stai tornando a casa? – Fa lei.

– Sì, – rispondo meccanicamente, dicendomi che in realtà non sarebbero fatti suoi.

– Ti chiedo un favore, se non disturba… -. Stringo le labbra e faccio un profondo respiro con la pistola di benzina a mezz’aria. Ma che diavolo di accento ha?

– Mi porti al…? – Fa il nome di un motel a cinque o sei chilometri da lì, dando per scontato che io sappia esattamente quale sia e dove si trovi. – Se non disturba… – Ripete alla perplessità dipinta sulla mia faccia.

– Va bene, – dice la mia voce educata.

– Grazie! – Risponde lei entusiasta. – Se no, devo farla a piedi… -. Solleva lo smartphone che tiene in una mano, digita veloce un messaggio e si dirige di nuovo verso la strada senza aggiungere altro.

Sento i tacchi allontanarsi. Non la guardo, non voglio vedere come è vestita. Infilo la pistola e tengo la leva tirata fissando distrattamente le cifre scorrere sul contatore. Alea iacta est.

Alle mie spalle l’elegante biondina sale in macchina, chiude la portiera e mette in moto.

E’ una perfetta sconosciuta, una puttana.

Habisogno di un passaggio, è sola e appiedata.

Dov’è la mia mascherina? E lei, ce l’aveva?

Una puttana, sospiro, dandomi dell’imbecille. Sta cosa la non la dovrà sapere nessuno...

Chissà a chi aveva scritto poco prima. Davvero le prostitute chiedono un passaggio per tornare a casa? E che faceva, abitava in un motel?

Trascorro un lungo minuto fra pensieri ed emozioni contrastanti. Da un lato sono tentato di lasciar perdere, dall’altro la cosa mi eccita un po’. Non so com’è, ma non ho mai pensato di starmi ficcando in un guaio.

Appena salgo in macchina, la ragazza sbuca di nuovo dal nulla e con allegri passettini si avvicina alla portiera del passeggero. Indosso la mascherina che avevo lasciato sul sedile accanto al mio e le faccio segno di salire.

– Io sono Roberto, – le dico trattenendomi dal darle la mano.

– Miriam, – risponde con un largo sorriso.

– Piacere, – dico immettendomi sulla statale dietro uno dei tir che di notte la percorrono come tanti bisonti sonnambuli. – A piedi è un po’ lunga, – aggiungo, faticando a immaginarmi la ragazza camminare per chilometri sul quella strada. – Di notte, poi…

– Sì, l’ho fatto qualche volta, che fatica! – Commenta Miriam con la punta del naso che fa capolino da sopra una mascherina a pois. – Sei molto gentile sa? Avevo chiamato il mio amico… – fa un nome – ma non è in zona stasera. Lui è sempre disponibile, davvero, ma stasera non poteva. Guarda…, – mi mostra il cellulare. – Grazie a te, grazie.

Non sta ferma un secondo, si agita sul sedile con il display del cellulare illuminato da una chat. Parla velocemente storpiando l’italiano, ma non è sudamericana, non riesco a indovinare la sua provenienza.

A un tratto vorrei sapere qualcosa di lei. Sto per chiederle come sia andata la serata, ma taccio. Miriam armeggia con una borsetta di plastica uscita da chissà dove e ne estrae una maglia o qualcosa di simile.

– Mi cambio, – spiega senza tanti convenevoli, e contorcendosi agilmente nell’abitacolo infila dei fuseaux a fiori sopra il body che a fatica le copriva l’inguine.

Sembra un pigiama, penso sorridendo. Lei non smette mai di farlo.

E’ lei a chiedermi come va, come ho passato il lockdown. Ma senza ascoltare la mia risposta, inizia a raccontare ciò che ha vissuto: due mesi senza lavoro, tutto il tempo chiusa in una stanza d’albergo, senza mai vedere un amico, nessuno. Quelli del motel sono stati gentilissimi, dice, non le hanno fatto pagare niente finché non ha ripreso a lavorare.

– Sarà una crisi globale, una crisi mondiale, – afferma con sicurezza.

Mi parla del suo paese, l’Albania, dice che per ora lì il virus là non è ancora arrivato, ma lo farà sicuramente. Telefona tutti i giorni sua madre che abita vicino a Tirana e fa l’insegnante, spera di riuscire a vederla prima della fine dell’estate.

– Torneremo in quarantena, – dice scuotendo la testa.

Metto la freccia e svolto nel parcheggio del motel, malamente illuminato da un led violaceo che incornicia l’ingresso e le finestre del piano terra. Ho sempre pensato che quel luogo primeggiasse per squallore.

Miriam mi saluta festosa, ringraziandomi ancora, ma non apre subito la portiera. – Se passi… Se ti va, qualche volta, sai dove trovarmi… -. Aggiunge: – Possiamo fare il viaggio insieme.

– Mi capita abbastanza spesso, – rispondo. – Abito qui vicino, – indico un punto sul finestrino.

Lei scende dalla macchina e corre su per gli scalini salutandomi con la mano, la chioma di ricci neri ondeggia festosa sulla sua schiena.

Ancora un po’ e ci scambiavamo i numeri di telefono, commento girando l’auto. Abbasso entrambi i finestrini, libero la bocca dalla stoffa e respiro vorace l’aria fresca della notte.

Parcheggio sotto casa e raccolgo le mie cose. La mascherina è dove si è seduta Miriam. Questa è da buttare, mi dico, passando istintivamente il palmo della mano sul sedile, come in cerca di qualcosa. E una cosa in effetti la trovo: un oggetto arrotondato che luccica nel buio. Lo rigiro fra pollice e indice, osservandolo alla luce di un lampione: è un piccolo gioiello, un orecchino o un pendente di pietra scura.

Sorrido incredulo e me lo metto in tasca.

[P.B., 25/7/2020]

10 thoughts on “Miriam

  1. Darai un seguito o è un “written & forget”? Merita un seguito. Hai chiuso con un climax bastardo che ti lascia appesa dentro, dondolante, la domanda “E poi?”.
    Come per tutte le cose buone, ne vuoi ancora. Il consumismo applicato alla lettura però è cosa buona.
    Non fai caso al mestiere di Miriam, alla ritrosia di Roberto, ma ai loro sorrisi, in un gioco del “nascondino” di sguardi di due sconosciuti, ma è come se si conoscessero da sempre.
    Se non è fesso, Roberto chiamerà quel numero di telefono. Forse Miriam lo ha fatto apposta a “dimenticare” quel monile.
    Sempre bello leggerti!

    • Sempre bello averti come lettore.
      Felice della tua lettura, era quella che auspicavo. Il sorriso di Miriam è icona della voglia (gioia, direi) di vivere, nonostante tutto. Nonostante un “lavoro” inumano, nonostante la minaccia dei virus… Quello scarno dialogo, fatto più di gesti e sguardi che di scontate parole, apre invece all’umanità e all’amore (per la vita, prima di tutto) che attraversa ogni cosa, ogni situazione, ogni tabù…
      Grazie.

      Rispondendo alla tua domanda, ahimè è un mordi e fuggi (come mio solito, scrivendo per lo più brevi racconti). Una piccola storia, un fotogramma dal finale aperto che proprio per questo lascia, invita all’apertura e alla speranza.

      • Si il finale si presta a questa lettura. Lasci al lettore scegliere. La mia interpretazione, senza un seguito, ha però un retrogusto amaro. Roberto non la chiamerà mai, Miriam continuerà a fare la prostituta. Poiché amo i finali felici contavo sul seguito che mi guidasse a un finale differente. Come al solito, io ci ho provato 😜

  2. Mi piace il modo in cui le cose rimangono in sospeso… C’è l’inizio ma non una vera fine dentro questa storia, il proseguo è fecondo nella testa del lettore. C’è il giusto clima che scatena l’immaginazione. Nella tua penna si ferma il momento… alla fine anche mondi diversi trovano una bolla di tempo per condividere l’attimo, fosse solo per togliere una benda dagli occhi e qualche sasso di giudizio dalle tasche. Sei un bel leggere. Un saluto Paolo 😊

  3. Ho scelto questa…Sono molto indietro con le letture…
    Meravigliosa. C’è vita vera in questo tuo breve racconto ed il finale scelto lascia intendere che qualcosa brillare ancora, forse è semplice speranza, un sogno, un amore….
    È bello ritornare qui! 🌹

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