Joker

(Ridi che ti passa)

 

Joker, il film

J. Phoenix allo specchio in “Joker”,  regia di T. Phillips – web

 

Il funzionamento del nostro organismo si basa su meccanismi talvolta sorprendenti. Beh, il fatto stesso che un essere umano si interroghi e indaghi il proprio corpo, i suoi misteri, arrivando a fare un’affermazione del genere è stupefacente di suo.

Il cervello è un organo che utilizza un sistema biologico estremamente complesso, evoluto e delicato come il corpo umano, per elaborare ed esprimere ciò che percepisce, la propria reazione agli stimoli esterni, la propria visione della realtà. E nel farlo è perfettamente consapevole del fatto che essa è inevitabilmente condizionata dal proprio apparato sensoriale.

Il cervello umano è in grado di formulare concetti astratti, è un ammasso di cellule in grado di osservare il mondo esterno così come di studiare se stesso, i propri comportamenti, le proprie pulsioni. Può parlare di sé, comunicare ciò che prova, a livello fisico e psicologico. E’ in grado di descrivere le proprie emozioni, di sondarle e interpretarle fino al punto di darne una rappresentazione figurativa, fino a metterle in musica.

Ogni volta che seguo il filo di questi ragionamenti e, nel farlo, visualizzo il mio encefalo intento nell’elaborarli, in una sorta di uroboro di sinapsi chimiche e millivolt emotivi che, come in questo caso, portano a una pagina scritta, ebbene, mi viene la pelle d’oca. Effetto a sua volta riconducibile a una secrezione ormonale indotta da una piccolissima differenza di potenziale prodottasi nella rete neurale.

Qualche tempo fa ho letto un articolo su una rivista scientifica che parlava dell’effetto che le azioni più semplici che compiamo ogni giorno possono avere sui nostri stati d’animo. In sostanza vi si affermava che il cosiddetto “linguaggio del corpo” può avere un ruolo determinante nella produzione degli ormoni che, presenti nel sangue in diverse concentrazioni, sarebbero responsabili delle sensazioni di benessere o malessere dell’individuo. Una persona, atteggiandosi in un certo modo, aumenterebbe la sintesi di testosterone e cortisolo e, di conseguenza, il proprio senso di sicurezza, fiducia, autorevolezza. Al contrario, un comportamento diverso, altrettanto innocuo e spontaneo, potrebbe agire sulla sensazione di stress, incrementandola, o accentuare uno stato depressivo.

Pare si tratti di un meccanismo molto simile a quello dello stimolo incondizionato, cui però può corrispondere una sensazione di benessere o malessere psicologico.

Sappiamo tutti che se la testa di un martelletto colpisce i tessuti molli sotto il ginocchio, può generare un impulso neurale che provoca la subitanea contrazione della muscolatura della coscia e, se la gamba è a riposo e libera, un calcio.

Sappiamo pure che se durante una conversazione, un colloquio di lavoro, un’intervista o un interrogatorio, ci si siede con le mani incrociate sui genitali, si fornisce al proprio interlocutore un’indicazione, più o meno evidente, più o meno leggibile, di insicurezza o timore. Spalle curve, sguardo abbassato, mani che si stringono nervosamente: stiamo comunicando uno stato di soggezione, di paura. Fronte distesa, sguardo deciso, busto eretto o proteso in avanti, mani che indicano in una direzione precisa: non abbiamo paura di nulla, siamo pronti a tutto. Posa particolarmente rilassata e confidente: siamo a nostro agio e ci godiamo lo spettacolo in attesa di qualche piacevole sorpresa…

La cosa più sorprendente, però, è che se all’inizio la nostra è soltanto una posa, col passar del tempo essa ci aiuta a convincerci che le cose stiano veramente così, sovvertendo il normale rapporto tra causa e effetto. Ti senti sicuro non perché sei rassicurato da ciò che vedi e che sta succedendo, ma perché è il tuo corpo che ti sta convincendo di esserlo.

Si stenta a credere che le cose funzionino proprio così, ma a quanto pare la chimica può confermarlo, è stato provato. L’adozione anche indotta di un determinato comportamento, compiere certi gesti, assumere talune posture indurrebbe secrezioni ghiandolari che per il nostro sistema nervoso centrale si traducono in altrettante sensazioni.

Non è la mente a controllare il corpo, ma viceversa. Osservare il proprio volto, il proprio corpo riflessi in uno specchio, influisce sullo stato emotivo. Attraverso il corpo possiamo manipolare i nostri stati d’animo, condizionare il nostro cervello, convincerlo, ingannarlo. Ne sanno qualcosa gli attori.

In inglese si dice “fake it ‘till you make it”: fingi finché non lo fai davvero, fingi finché non sei convinto che è vero.

Io lo faccio. Fingo, mi illudo, mi condiziono, mi trasformo. Lo faccio ogni giorno, più volte al giorno. Non sto esagerando, la metamorfosi avviene così frequentemente ormai, che non me ne rendo nemmeno conto.

Come? Rido. Spesso, sempre. E’ una cosa che faccio senza controllo.
In principio mi chiedevo perché accadesse, perché ridessi anche senza un motivo apparente. E’ strano, mi dicevo, rido anche quando vorrei essere serio, anche quando sono arrabbiato. Voglio litigare? Rido. Voglio essere duro, scostante, provocatorio? Rido. Voglio essere severo e fare un rimprovero? Magari ci provo, ma alla fine rido. Più sono stressato, imbarazzato, in soggezione, più rido. Rido anche quando mi fanno un complimento, quando si manifesta attaccamento o particolare affezione nei miei confronti. Non è per contentezza, non solo almeno. Rido anche quanto c’è troppo silenzio, quando mi sento al centro dell’attenzione e non so cosa fare, quando la gente aspetta da me delle risposte e io non le so dare.

Rido. Anche solo per riempire il vuoto.

La mia risata è come uno scudo, mi protegge, e allo stesso tempo mi lavora. Ogni mia risata è un invito alla leggerezza, è come un’alzata di spalle, un piccolo esorcismo. Ogni risata è un passo verso l’oblio a fronte di una minima dose di benessere immediato, di una piccola iniezione di serenità. La mia risata mi aiuta, la mia risata mi dà dipendenza.

Mi mancherà la sua risata, disse la mia vicina di casa il giorno in cui le comunicai che mi sarei trasferito. Credo fosse ironica. Agli altri potrà anche dare fastidio, ma a me la mia risata piace, è una medicina. Al lavoro la uso un sacco, forse troppo, sono anche stato richiamato.

Rido e mi convinco di stare un po’ meglio. Rido e forzo il mio organismo a stare un po’ meglio. Faccio tutto da solo, basta un banale trucchetto. Là dove comincia il disagio, io ci infilo una bella risata. E’ cominciato tutto per caso, involontariamente, tanti anni fa. Adesso funziona alla grande.

Sono un irriducibile ottimista. Non sono io, in realtà, è il mio corpo, ma l’effetto è lo stesso. Per quanto mi riguarda, la mia ristata non è spastica, né malata. Solo, non sono io a decidere di ridere, è il mio corpo a farlo. Forse è più intelligente di me e ha deciso di farsi carico delle lacune del mio sistema nervoso centrale. Forse è l’istinto.

Fatto sta che io rido.

Rido quando mi feriscono, rido quando mi offendono, rido quando m’incazzo. Rido quando non capisco, quando sono deluso.

Ridi che ti passa, è così che si dice, no?

Stando all’articolo che ho letto, alcuni psicologi sostengono che lasciar fare al proprio corpo sia in fin dei conti cosa buona. Anzi, invitano a prendersi gioco di sé, manipolando le proprie reazioni con arte, esercitandosi a dovere.

Con gli indici pieghi le labbra all’insù. Stai sorridendo. Tira un po’ di più, vedi i denti? Stai già ridendo.

“Fake it ‘till you make it”.

Prima non lo sapevo, ma questa è la mia vita.

 

[Qualsiasi nozione di carattere scientifico o pseudo-scientifico riportata in questo brano si basa su informazioni derivate da letture o dai media, per poi venir opportunamente riprodotte e distorte dal sistema nervoso centrale del sottoscritto, al solo fine di sortire un qualsiasi effetto di carattere narrativo.]

 

[P.B., 14/11/2019]

17 thoughts on “Joker

  1. è sempre una questione di personalità: nel senso che ci sono persone le quali riescono a risolvere il tutto con una risata, anche se falsificata, e altre no, non ci riescono, o perlomeno, rimangono sincere per come loro intendono la situazione. Il dilemma è proprio questo: bisogna ridere per annacquare un disagio percepito, o bisogna rimanere se stessi per sottolineare la circostanza negativa? Difficile rispondere, perché ognuno dei noi rimarrà sulla sua lunghezza d’onda, e per varcare il confine dovrà violentarsi per convincersi che la risata, su tutti i fronti, è sempre un’àncora di salvezza

    • Sì, la questione della risata, eletta (più o meno volontariamente) dal mio personaggio a trucchetto di felicità, potrebbe essere sostituita da mille altri simili espedienti, anche molto più elaborati. Me ne viene in mente uno particolarmente complesso: flirtare con le donne, a prescindere dal vero interesse e dal desiderio, ma per mera necessità di affermazione di sé, del proprio ascendente, del proprio fascino, del proprio successo. Oppure contornarsi di persone adulanti e lacchè, sempre in funzione di un tornaconto psicologico (senza andare troppo lontano, se si pensa alla selezione di certe cerchie di amicizie…). Più banalmente: vestire in un certo modo, utilizzando colori per sé particolarmente confortevoli, o una mise che deve dichiarare, prima di tutto a sé stessi, chi siamo o che in realtà vorremmo essere; mascherarsi dietro un paio di occhiali da sole, o, tornando alle movenze e ai tic, maneggiare i capelli, lo sguardo, usare ad arte la voce…
      Il brano vuole far intendere, però, che esista un processo istintivo in tutto questo, all’interno del quale ci si possa trovare senza alcuna premeditazione.
      Quindi sì: la risata può essere un toccasana come una minaccia, e a deciderlo può essere prima di tutto il nostro istinto o la lunghezza d’onda dei nostri sensi, dei nostri nervi…

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