Dal finestrino

Elena Adorni 1970_The trip magazine

Il locale rallenta e si avvia piano in stazione.
In quel tempo dilatato la gente impaziente si porta alle uscite accalcandosi sui gradini. L’aria abusata della carrozza sfiata a fatica dai finestrini abbassati, fa caldo, tutto a un tratto è esplosa l’estate.
Oltre il corridoio una giovane donna, come me, resta seduta, immersa in una conversazione telefonica, faccia al finestrino. La cosa va avanti già da un po’. Lei dice no e lui insiste, non s’arrende. Posso quasi sentire quella voce lamentosa, il riverberare delle sue risposte ottuse da bambino. E mi colpisce il contrasto con la limpida fermezza di quella di lei, che non ha niente a che vedere con l’aria opprimente che si respira qui dentro.
Faccio finta di niente e continuo ad ascoltare. L’esattezza compita di quelle risposte, l’inamovibilità della sua posizione. Nonostante il caldo, la fine di una lunga giornata di lavoro, la stanchezza.
La sfioro con lo sguardo, ne carpisco la bellezza. Pantaloni scuri, eleganti e leggeri, le caviglie sottili che s’infilano in un paio di All Star chiare, alla moda. I capelli morbidi e fluenti, puntati ad arte con qualche fermaglio, il profilo affilato, fiero.
Ha le idee chiare, ama il proprio lavoro d’haute couture e ne va fiera. Sa farsi valere, eccome. Questo lui dovrebbe saperlo. No, Eric, giovedì devo impostare il lavoro con loro, non posso fare diversamente. Venerdì. Venerdì sì, lavorerò da casaNo, Eric, giovedì no. Te l’ho già detto, chiudiamola qui…
Eric non s’arrende, la vorrebbe anche giovedì, ma lei non si muove di un centimetro, deve onorare l’impegno, da troppo tempo trascura quel cliente. Lui dovrebbe sapere anche questo, ma si rifiuta di farlo.
E’ sordo e cieco l’impeto di un innamorato. E’ infantile, stupido.
Ti ho già detto che non si può fare… E comunque il mio lavoro me l’organizzo io.
Basta, questo muro contro muro mi ha stufato. Questa donna mi ha stufato. Il suo profilo, la sua voce troppo fresca, il suo argomentare esatto, mi danno la nausea, li detesto. Sarà perché sono abituato a picchiare la faccia, a soffrire. Sarà perché anch’io so essere sordo, cieco e muto. Sarà che non voglio capire.
Tanto lo so dove andranno a finire. Dove andiamo tutti a finire, prima o poi.
Mi volto, guardo fuori dal mio finestrino. Il treno sfila a passo d’uomo fra palazzine spoglie, a pochi metri dalla banchina. Osservo i loro balconi scialbi, i panni stesi, l’intonaco scrostato. Sotto di me un’auto medica a lampeggianti accesi, la fisso nell’attimo in cui spingono dentro una barella, faccio a tempo a vedere due piedi. Sul lato opposto una donna armeggia fiacca in cucina come se niente fosse. E in fondo niente è successo. Solo una vita, scorsa sotto i miei occhi in un attimo, senza far rumore.
Mi alzo. Scuoto le gambe intorpidite nei pantaloni sudati.
La giovane professionista è ancora alle prese col suo amante capriccioso.
Fisso il display del mio cellulare. Nessun messaggio. Penso a lei. Chissà adesso dov’è.
E sento la vita, la mia, scivolarmi fra le dita.

[P.B., 6/6/2019]

Immagine di copertina – Elena Adorni, su http://www.thetripmag.com

8 thoughts on “Dal finestrino

  1. Singolare e felice coincidenza che ci siamo ritrovati insieme – sebbene in tempi asincroni e luoghi virtuali – a raccontare storie di vita di treni. Il treno è un palcoscenico aperto: dentro e fuori, con la possibilità di “zoom in” e “zoom out” senza interromperne il fluire della storia.
    Il mio era una storia di un treno in movimento, perciò un “racconto sfocato” a causa del punto di vista in movimento di uno scenario statico. Il tuo è di un treno che mi sembra appena partito dalla stazione e procede lento: si colgono perciò tutti i dettagli all’esterno. Ci leggo anche una metafora del treno come provvidenziale salvezza di ciò che dall’esterno percepiamo come negativo o insopportabile.
    Puoi capire quanto sia affezionato a questi racconti di ferro e traversine: ho incontrato Narciso in un viaggio in treno di tanto tempo fa. Un abbraccio. Scendi alla prossima? Ti offro un caffè o una birra, ma non ci provare nemmeno…offro io!

    • Sì. Il viaggio in treno è sempre suggestivo.
      E’ un punto di osservazione privilegiato sulle persone e sul mondo. Entrambi in movimento, sempre. Diversità, incontri, apparenze, lingue, linguaggi, atteggiamenti.
      Ricordo bene il tuo racconto. Il senso di movimento e deformazione, trasformazione delle sensazioni che il viaggio ti dava. La velocità anche.
      Qui abbiamo un lento ingresso in stazione al termine di caldo viaggio. E’ un arrivo, un po’ stanco e disilluso.

      • A me aveva lasciato l’idea del “finale aperto”. Non la fine del viaggio, ma una tappa intermedia. Il protagonista di lasciava alle spalle la stanchezza e l’insofferenza insieme a quel treno, perciò gli ho attribuito un significato più positivo, salvifico. Tu lo sai, ho la brutta abitudine di tendere a vedere il bicchiere mezzo pieno.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...