next stop Kagran

next stop Kagran

E. Schiele – Autoritratto, 1910 (dettaglio)

la ruota
disarmata
sta ferma.
negli occhi
cristalli di fiume
come lacrime d’amorino
ghiacciate nella sabbia
mentre colonne di fumo
sorreggono il cielo
oggi un po’ più gentile
sui nostri volti.

next stop Kagran.
i panni asciugano
tu dormi già
rannicchiata
la tua pelle
sulla tela di un letto
ispira l’immortalità
di una caduta
noi
che non siamo
e rimarremo.

[P.B., 16/4/2019]

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6 thoughts on “next stop Kagran

    • Vienna, inverno.
      Questa poesia origina da un ricordo. Cristallizzato in frammenti, fotogrammi.
      Il Danubio ghiacciato, una visita alla tomba di Mozart nella periferia industrializzata, la natura in disarmo a contornare una povertà che non è squallore, ma assenza di qualsiasi sfarzo e di colore.
      Il freddo, il vento sulla faccia, il tepore e il ristoro di una stanzetta d’albergo, la sera. Un letto.
      Il corpo di lei, abbandonato fra le lenzuola, come in un quadro di Schiele.
      Il fatto che sai che quel “noi” non durerà, ma qualcosa rimarrà comunque impresso, per sempre, olio su tela, sulle pareti del cuore.

      Grazie della tua lettura, mi ha fatto molto piacere.

      • Niente di meglio quando descrivi un momento in un luogo in cui una separazione sta per accadere. Mi toglie il respiro entrando nella pelle del protagonista e rivivendo le sue sensazioni. Tutto detto in versi. Una meraviglia Grazie per avermi dato questo piccolo pezzo della storia del tuo poema.

  1. Vienna ha due facce. La sensualità colorata, brillante, materna, facile e piena di vita di Klimt, è quella graffiata, spigolosa, invadente e difficile di Schiele. La prima è morbida e dolce, avvolgente, la seconda è un fastidio attraente, ti penetra decisa, quasi violenta, e se ti innamori di lei, è per sempre. Schiele è tutti noi, è quella parte che a stento riconosciamo in noi stessi, è il lato oscuro, l’angolo nascosto, il serbatoio dell’inquietudine e dell’angoscia che si preferisce lasciare chiuso per non lasciarsi invadere. Quando accade, quando questa porta si spalanca e quell’io celato spiega le sue ali allora noi siamo, senza se e senza ma, assoluti.

    Schiele a diciannove anni è solo teoria affascinante, così attraente che ne distogli lo sguardo, non tanto per pudore, quanto per paura. Fuggi nel sogno d’oro di Klimt, nei suoi baci e nei suoi abbracci e ti illudi che possa accadere, come in una favola. Ma hai già capito nel profondo di te stesso che non sarà così. La vita è una lunga accettazione delle deformazioni che ci appartengono e, ancora di più, e una lunga accettazione delle deformazioni che appartengono agli altri. Schiele in questo è stato un genio.

    (Vienna è la gita che aspetti da cinque anni, è già un racconto epico prima di essere vissuto. Per me resta vento gelido e pioggia ghiacciata e una parola, bullismo?, ancora da inventare.Di epico c’è stata solo la fuga solitaria a rivedere Klimt e Schiele, in un pomeriggio libero in cui l’unica raccomandazione dei professori era stata non andare in giro da soli)

    • Grazie del bellissimo commento!!
      Hai proprio ragione. La “conoscenza” di Vienna, l'”esperienza” di una città come quella non può prescindere dall’arte, dall’arte figurativa e dall’opera imponente, iconica e simbolica di due colossi come Schiele e Klimt.
      Nella poesia non sono citati (ho giusto fatto riferimento in immagine), ma le loro creazioni (in particolare quelle di Schiele – e sappi che io trovo molta inquietudine anche presso Klimt) sono la matrice, il supporto da cui nascono le mie parole.

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