Cala Luna

Cala Luna

“Fu in quel momento che mi esplose il cuore;
lo sbancava con grosse mine in fori verticali
caricandone gli ampli blocchi
sui bilichi dei miei bisogni;       e mi vinceva”

Diversamente dai pochi altri, eravamo arrivati dalla via della terra attraverso la macchia ed i graniti; un sentiero si snodava tra dirupi, in alto, sopra il mare. Riprendemmo fiato sotto vecchi lecci che scandivano la luce estiva e le distanze.

A mezzogiorno la cala ci apparve dall’alto in tutta la sua bellezza. Il Luna dai monti si gettava per una valle nel Tirreno; prima della duna formava uno stagno quasi ricoperto da un canneto; oltre, verso la costa, alcuni oleandri cedevano spazi alla rena bianca in discesa fino al mare.

Prima di scendere, sotto l’ultimo elce in un gerbido sotto costa, ammirammo a lungo l’ansa bevendo l’acqua risparmiata; ora sentivo i suoi passi attenti sui sassi dietro il mio discendere lento: presagivo il piacere di immergermi nel mare.

Il pomeriggio trascorse come tanti tra acqua, luce e sabbia; però prima di sera, i pochi visitatori salirono su di un battello per tornare alle villeggiature; fummo soli, finalmente.

Il sole tramontava dietro i monti selvaggi senza strade. Noi giocavamo con una penna su di un foglio a comporre versi strambi da assemblare; sentivamo il sale tenderci la pelle.

Montammo la tenda che avevamo non lontano dagli oleandri e aspettammo in silenzio la mite sera orientale che non conosce decadenze; la luna non sarebbe tardata ad arrivare.

Scendemmo la duna verso l’interno, attraversammo il canneto risalendo il torrente fino a un guado e raggiungemmo una casa che era ovile ed osteria, unica costruzione di quel luogo. Cenammo semplicemente; ringraziammo; non v’erano parole tra i nostri silenzi, vivevamo un’intesa di gesti nel tempo di quel luogo: fu in quel momento che mi esplose il cuore.

Tornando dal cenare la luna illuminava il Luna ed il suo canto; lei lo attraversava in fretta impaziente di giungere sulla rena. Incantato la seguivo per il canneto. Arrivata agli oleandri si tolse gli abiti in una corsa e, nuda, nel chiarore bianco sulla duna, si volse per cercarmi. Stupito ed esaltato mi fermai estraniato; correva e mi cercava. La guardavo mentre leggera e veloce scendeva giù per il chiaro della rena, verso il mare.

Tutto quello che accadeva intorno e dentro me, era anche altro: partecipavo di una forza primitiva che si affermava tramite ciò che percepivo. La guardavo nel plenilunio mentre lieve si lasciava andare giù per la duna verso la battigia, il suo corpo chiaro sul bianco della sabbia, ero senza fiato.

Una potenza altra s’impadroniva del mio corpo e si esprimeva in ciò che mi animava.

Poi di colpo mi tolsi gli abiti e, senza aver compreso, mi buttai giù da quel pendio soffice per ritrovare colei che conoscevo.

[Andrea De Martino]

Foto di copertina – web

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