Un lavoretto fatto bene

Martedì grasso_sul carro

1.

Non ha potuto partecipare alla sfilata d’apertura. E’ arrivato la sera dopo, in pullman. Marco e la zia sono venuti a prenderlo in stazione. Giusto il tempo di mangiare un boccone e poi dritto a letto. Domani bisogna alzarsi presto.
E’ stata un’idea di suo cugino, ha insistito tanto perché partecipasse anche lui. L’ha iscritto nella squadra delle Picche, la più popolare e ambita. Arruolamento spuntato a fatica poiché di regola un forestiero non avrebbe diritto a prender parte alla manifestazione. Ma Marco e la mamma sono riusciti a far digerire la cosa al comitato rionale e a noleggiare una delle ultime divise rimaste, un po’ grande in verità, ma la zia è riuscita a sistemarla.
Casacca e pantaloni sono stesi sul letto ora, in attesa di essere indossati. Sono belli nei loro colori rosso blu. Il fazzoletto nero con la picca bianca, invece, ha un che di sinistro: il richiamo della battaglia. Prima di coricarsi, Piero si rende conto di cosa lo aspetta. Tre giorni di guerriglia, tre lunghi pomeriggi al freddo a lanciare e schivare arance. Con la possibilità di farsi male, anche, un rischio che non sa valutare. E’ tutto nuovo per lui: il rituale, il conflitto, la paura.
Assistere da spettatore è diverso. Questa volta, invece, lo attende un ruolo con delle regole di comportamento ben precise, lo attende l’azione. In fondo, ne è convinto, è solo un gioco, una specie di corrida. La festa tanto attesa per la quale ha chiesto e ottenuto il permesso dei genitori di saltare due giorni di scuola. L’esperienza di cui si vanterà coi suoi compagni di classe, la prova di coraggio di cui si fregerà davanti alle ragazze. Ma alla vigilia, in piedi davanti al letto, tutto assume un’aria più cupa.
Sarà all’altezza?, pensa preoccupato. In questo suo cugino non gli è stato di grande aiuto. Anzi, da quando è arrivato, non ha fatto che elencare con ghigno sadico e compiaciuto una serie di dettagli inquietanti: l’effetto che può fare ricevere un’arancia in piena faccia a cento all’ora, il numero dei ricoverati dell’anno scorso, le bravate dei più arditi, le dimostrazioni di coraggio. Per finire, gli atti di nonnismo e le punizioni in cui possono incappare gli esordienti inesperti.
Piero decide di non pensarci. Sistema la divisa su una sedia, solleva le coperte e spegne la luce. Ritrova il letto al buio e vi s’infila rapidamente. Rimane un po’ rannicchiato in attesa di scaldarsi. Non sente più un rumore. La stanza degli ospiti si trova in un’ala laterale della grande casa degli zii. Cosa staranno facendo gli altri, si chiede, staranno già dormendo? Si allunga fra le lenzuola con un sospiro. Per un po’ prova a immaginare la piazza nel bel mezzo del combattimento. Come sarà domani?, si chiede ancora. Finché finalmente la stanchezza prevale sulla sua agitazione e un sonno profondo mette fine a quelle domande.

2.

In Piazza di Città la gente va e viene dalle centinaia di casse di arance impilate sui bordi. Il campo è diviso in due settori, riconoscibili dalle divise: da un lato i teschi della Morte, dall’altro le Picche, in lieve superiorità numerica. In un angolo sono raggruppate le tende dell’organizzazione e il punto di ristoro, dove ardono dei fuochi accesi e un enorme pentolone di stagno fumante diffonde aroma di vin brulé. Poco più in là, un po’ discosti, un’ambulanza e un’infermeria.
Piero riempie la casacca di arance infilandole dall’apertura sul davanti. Tutto intorno si respira un misto d’euforia e nervosismo. Gli aranceri più giovani prendono le misure tirando a qualche bersaglio improvvisato: le griglie di una finestra, un segnale stradale, un lampione. Un incauto passante senza frigio, o un qualsiasi indumento rosso che attesti il suo favore per i popolani insorti che occupano la piazza.
Ovviamente non tutti i tiri vanno a segno, o non su quello giusto, fra le accese reprimende dei veterani che non vogliono veder buttar via le arance. Ora della fine, si sa, saranno costretti a raccoglierle da terra. Peggio se a venir colpito o provocato è un arancere della Morte. Ma la scaramuccia è sedata sul nascere.
Piero si passa un’arancia da una mano all’altra cercando di scaldare le dita, ha freddo e si sente a disagio, se non addirittura ridicolo con quel fardello sullo stomaco che lo fa sembrare un omino Michelin. Marco lo presenta ad alcuni amici passati di lì, che non perdono l’occasione per ironizzare sulla sua prima volta. Una di loro, però, una ragazza dallo sguardo dolce, gli mette in mano un laccio per tener fermi i capelli che gli scendono sugli occhi.
“Ti sarà utile”, dice, mentre Piero lo stringe sulla fronte. “E’ in tinta con il fazzoletto”, aggiunge, indicando la pezza nera che porta al collo, quella che alcuni suoi compagni hanno già alzato sul volto, preparandosi allo scontro.
Lei ha i capelli raccolti in una lunga treccia scura che le cade sulla schiena. Si chiama Lisa e combatte per i Tuchini. E’ bella. Femminile anche in divisa. Difficile per Piero immaginarla nell’atto di scaraventare arance su un carro. Ancor più colpita e imbrattata da capo a piedi. Ma di lì a poco scoprirà che anche le donne sanno battersi, tanto quanto gli uomini, e guai a non assecondarle.

Quand’è il momento di tornare nei ranghi, il gruppo di amici si separa augurandosi la buona sorte. E’ tutto pronto. I veterani s’aggirano inquieti con le maniche rimboccate e lo sguardo predatorio, finché finalmente un tintinnio annuncia l’ingresso del primo carro.
Quel rumore è come l’indice del giudice di gara sul grilletto dello starter: gli aranceri prendono a correre accalcandosi verso l’imboccatura della piazza. I carri non entrano subito, ma solo dopo una sosta in zona franca in attesa del via libera. Transitorio in cui i cavalli sbuffano nervosamente, scuotendo i campanelli appesi alle cinghie, rilasciando i propri escrementi. Al segnale, il cavallante li sprona incitandoli a entrare al passo e da quel momento sul campo di battaglia si scatena un inferno di colore e schiamazzi destinato a rimanere indelebilmente impresso nella memoria.
Arance, arance che piovono da ogni dove, mentre i cavalli del tiro a quattro svoltano e affrontano la furia dell’attacco. Centinaia di braccia che si alzano stringendo in pugno i frutti del sole trasformati in proiettili. Una folla variopinta di casacche si ammassa furibonda al richiamo della carica, “A morte il tiranno! A morte gli aguzzini!”, uno scenario da presa della Bastiglia, con una grandine arancione che si abbatte sul carro da ogni direzione.
L’assalto avverrà in due tempi, prima le Picche, poi la Morte. Accordo minato dalla smania di aggredire e rompere l’attesa, col rischio di compromettere il voto della giuria.
Piero cerca di rimanere vicino a suo cugino, mentre cerca una posizione per tirare dalla distanza senza interferenze. Impresa non facile. Prima ancora di effettuare il primo lancio, ha già rischiato di cadere fra le spinte e le urla della folla, colpito da una violenta gomitata alla spalla. Il carro è sotto una pioggia arancione, violenta e impressionante. Se non sta attento a dove ti metti, puoi esser colpito dai tiri a vuoto degli aranceri che attaccano sul fianco opposto.
L’urgenza si impadronisce di lui e come in preda a una smania improvvisa comincia a lanciare senza nemmeno mirare, trascinato dalla concitazione. Tira con foga, più forte che può, ma i primi colpi vanno completamente fuori bersaglio. Ride eccitato, ma un adulto gli ferma il braccio e gli urla in faccia di stare più attento, che così fa solo danno. Allora intimorito prova a concentrarsi, mentre i suoi commilitoni, più veloci di lui, gli tolgono in continuazione la visuale. Il carro si sta avvicinando, non c’è tempo per riflettere o aggiustare il tiro, le distanze cambiano in continuazione.
Con l’approssimarsi del carro, Piero riesce finalmente a colpire gli uomini sui baluardi, ormai sono così vicini da poterli distinguere uno dall’altro, esposti dalla cintola in su. I quali sono intenti a rispondere colpo su colpo ai tiri dei combattenti che si trovano a ridosso delle sponde, in un lungo sforzo prolungato. Di quelli lontani non si curano nemmeno, non possono, non hanno neanche il tempo di alzare lo sguardo. E non gli conviene farlo, correrebbero il rischio di venire accecati da qualche colpo ben piazzato. Con la schiena curvata in avanti, pescano in continuazione dalle cassette accatastate sul bordo del carro lanciando più forte che possono, cercando di non dare al nemico di terra il tempo di alzare la testa e prendere la mira. E se per caso quello prova a farlo, non appena toglie il gomito dalla faccia, loro lo puniscono con un arancia dritta sugli occhi da distanza ravvicinata, neutralizzandolo. Un duello impari per entrambi: uno sommerso da colpi che arrivano da ogni dove, l’altro che deve attaccare ricevendo mazzate dall’alto. Eppure qualcosa di molto simile a un incontro di box.
Nel mettere a segno i primi lanci Piero è colto da un’eccitazione viscerale sconosciuta. Un tribale grido d’esultanza, una specie di ruggito orgiastico gli monta in gola traducendosi in uno stridulo barrito adolescenziale. Poco male, nessuno gli fa caso e lui continua a urlare, più forte che può, imitando gli altri, ripetendo le loro parole, anche quelle in dialetto che non capisce, “A morte il tiranno! Avanti Picche! Tira, mugnaia!”.
In men che non si dica ha esaurito la scorta di arance e rimane a secco proprio quando il carro si ferma sfidando la folla inferocita per dimostrare il coraggio e la forza dei propri aguzzini. Imprecando per l’occasione persa, Piero corre verso le casse schivando i compagni e i colpi che piovono finendo un po’ ovunque: sulle reti di protezione ai lati della piazza, per terra, sugli spettatori di passaggio.
Riempita di nuovo la casacca, si ributta nella mischia quando un’arancia lo colpisce in piena fronte, spaccandosi e innaffiandogli il volto di succo rosso, simile a sangue. Non si è fatto male, prima di colpirlo il proiettile aveva esaurito la sua forza, lo disturba di più lo scherno di un paio di ragazzini che lo fissano ridendo. Un intenso profumo d’agrume gli invade le narici mentre si pulisce la faccia e i capelli appiccicaticci. Bisognava pur rompere il ghiaccio, si dice.
Il carro inverte la rotta e percorre in senso contrario il piazzale. Mentre le casacche rosso blu si defilano, un urlo di massa segna l’inizio dell’assalto dei combattenti della Morte, che nel frattempo hanno scaldato il braccio. Sotto il carro è il turno dei teschi e le arance riprendono a volare rimbalzando un po’ ovunque, colpendo inferriate e fodere di legno alle finestre in decine di tonfi sovrapposti. Mentre la Morte dà battaglia, le Picche tirano il fiato e si riforniscono fra i primi commenti a caldo. I capisquadra girano fra i ranghi incitandoli a metterci più forza, ricordando che quello è solo l’inizio: “Dovete urlare più forte! Avanti Picche! Forza!”

Al secondo giro il loro urlo è già più forte. La lotta per il predominio sulla piazza ha avuto inizio, mentre i difensori del carro sembrano non accorgersi delle centinaia di colpi che li raggiungono ogni minuto e continuano imperterriti a fare da bersaglio, protetti dalle loro giubbe imbottite, simili a tanti Frankestein con la testa da boia.
Piero insiste con i lanci dalla distanza, ma da lì essere efficaci non è affatto facile, serve forza e precisione. Raramente può gioire di un tiro ben piazzato. Quelli che vanno a segno gli strappano urla di gioia. Ma il nemico non accusa il colpo, non dà segno di cedimento, anzi continua imperterrito a scagliare colpi sugli aranceri sotto di lui. Piero non sa ancora che per fiaccarli bisogna mirare alle mani e alle braccia, le uniche parti scoperte.
Completato il giro, il carro lascia la piazza e si dirige in direzione del Borghetto, presidiato dai Tuchini. Durante la pausa Piero e Marco si scambiano le loro impressioni e contano le prime ammaccature. Marco ride della fronte arrossata del cugino e gli dice di aver provato ad avvicinarsi al carro ma inutilmente, tanto era fitta la massa di combattenti. E pericolosa: fra spintoni e gomiti che si levavano nel lancio, c’è mancato poco che cadesse a terra e si facesse male. Ma ritenterà, eccome se lo farà. Al prossimo attacco raggiungerà la balaustra.
Mentre gli altoparlanti diffondono le note de La luna bussò, raccolgono qualche arancia intatta e se la infilano nella blusa. Finché un clamore di zoccoli e campanelli annuncia l’arrivo di un nuovo carro. Fra pariglie e tiri a quattro ne passeranno una dozzina.
Gli aranceri tornano ad ammassarsi all’ingresso della piazza formando la schiera che accoglierà il nemico avvolgendolo come uno sciame d’api o una moltitudine di bestie affamate.

Il secondo carro fa il suo giro. Piero e Marco tornano all’assalto e si scambiano urla divertite ogni volta che colpiscono il bersaglio, pur consapevoli di non aggiungere che una goccia all’onda che investe gli uomini arroccati sulle sponde. Vengono colpiti più volte, mostrandosi orgogliosi le casacche imbrattate. Ridono a crepapelle quando vedono un veterano scivolare sull’acciottolato coperto di arance pestate finendo carponi, per poi rialzarsi fra le bestemmie recuperando in fretta quelle che gli sono cadute. Ridono un po’ meno quando vedono un ragazzo con un lobo aperto in due per non essersi tolto l’orecchino. Si accorgono così che gli uomini dell’infermeria non stanno affatto con le mani in mano. E vinta l’iniziale riluttanza per il sentore speziato e il sapore di medicina, decidono che di tanto in tanto vale anche la pena di farsi un bicchiere di vin brulé. Il pomeriggio è lungo e il carosello di carri sembra non finire mai.
A un tratto Piero sente le forze affievolirsi e inizia ad avere freddo. E’ sudato, i vestiti gli si ghiacciano addosso appena si ferma. Col calar del sole l’ombra invade il campo di battaglia, che nel frattempo ha cambiato colore, coperto da un manto di arance pestate miste a fango e sterco di cavallo. Ci si può pattinare.
Al termine della prima giornata di battaglia Piero, stanco e frastornato, segue come un automa il cugino per le vie del centro. Non vede l’ora di andare a casa, al caldo, di levarsi i vestiti fradici e sporchi e farsi una bella doccia. Ma non lo dà a vedere. Se ne sta in disparte assecondando con scarso entusiasmo la curiosità di Marco, che prima di rientrare vuol rivedere i suoi amici e farsi raccontare qualche aneddoto gustoso.
Avviandosi verso casa, si rendono conto di puzzare terribilmente. Le loro scarpe sono coperte da una sorta di guano al gusto d’arancia, le divise imbrattate, i capelli bagnati e incollati a ciocche. Ridono di quelle condizioni e nella smorfia sentono la pelle del viso tirare, arricciarsi come cartapesta all’altezza degli occhi.

3.

Dopo cena tornano di nuovo in centro, dove hanno appuntamento con alcuni amici. Fra loro c’è anche Lisa, che arriva accompagnata dal suo nuovo ragazzo, Vittorio, stanno insieme da poco. Primizia stuzzicante per Marco, che li scruta con uno strano sorriso. Parla con loro, e nel farlo pare studiarli divertito.
La trasformazione nell’aspetto di Lisa è sorprendente. Al posto della divisa indossa abiti eleganti in una raffinata gamma di sfumature di nero, dai pantaloni di feltro alla camicia di seta, dal cuoio degli anfibi al gessato di lana sul quale porta un pastrano dal taglio maschile. Una sciarpa grigia le avvolge l’avorio del collo, impreziosita dal rosso cupo di un fermaglio, che insieme al rossetto omaggia la tradizione carnevalesca, o forse vuole alludere alla vitalità celata sotto quelle coltri scure, brace sotto la cenere.
Victor è un bel ragazzo. Alto, capelli lunghi e neri, acconciati con cura, in parte all’insù. Carnagione chiarissima, viso slavato, fine e schietto. Sguardo limpido e luminoso, pulito. Ha modi morbidi e pacati, forse perché si sente osservato, forse perché quello è veramente il suo stile.
“Una bella coppia, non trovi?”, commenta Marco, mentre tornano a casa. “Victor è un tipo a posto”.
Piero annuisce. Fa un commento sul suo abbigliamento e la croce d’argento che gli pendeva da un orecchio, luccicando ogni volta che muoveva la testa.
“Sì, li vedo bene insieme”, ripete Marco, assentendo. “Figo il loro look da dark. Stanno bene. Sì, lui è un tipo a posto, ha tre anni più di noi. Lisa ha scelto bene.”
Per un po’ cammina guardando il marciapiede.
“Come ti è sembrato come dialogo fra ex?”, chiede.
Piero non sa cosa dire, quella domanda lo prende alla sprovvista. Che ne sa? Lui che non ha mai avuto una storia che può sapere di come ci si comporta fra ex? Suo cugino sa benissimo che razza di sfigato ha accanto, perché gli fa certe domande?
“Mi è parso un dialogo equilibrato. No?”
“Vero”, conferma Piero. Che poi è quello che pensa veramente. A dirla tutta, ha percepito anche altro, tante, forse troppe cose insieme. Farebbe volentieri a Marco qualche domanda, vorrebbe mettere insieme i pezzi. Come mai lui e Lisa si sono lasciati? E’ così carina, che cosa è successo? Com’era quando stavano insieme? Ma si vergogna troppo per parlare di certe cose e allora tiene tutto per sé.
Cammina guardandosi attorno senza vedere niente, avvolto nel manto doloroso di una forma di invidia che ormai conosce bene. Si ritrova a pensare a Lisa, alla linea dolce del suo viso, ai suoi occhi chiari, liquidi e grandi. Alla linea arrotondata del naso, alle fossette che le segnano le guance quando ride. Al suo rossetto scuro. Alle mani bianche, le dita affusolate e le unghie smaltate di nero. A quei due piccoli anelli d’oro. Al lieve gonfiore sotto gli occhi che ne amplifica la luce, conferendole un aspetto maturo per la sua età. Al modo in cui lo ha guardato quel pomeriggio, prima della battaglia. A un curioso dettaglio che Piero non ha potuto fare a meno di notare: uno strato di peluria che ha vicino all’orecchio. Si chiede come sia carezzarla, baciarla. Prova a immaginarsi nell’atto di sovrapporre le sue labbra a quelle di lei, le ha osservate a lungo.

Prima di addormentarsi, penserà ancora a Lisa e Victor, a com’erano belli insieme. A Marco. Si chiederà perché le storie finiscano.
E’ che nel mondo ci sono tante ragazze e ognuna a suo modo è più bella di un’altra. Pure Marco è un bel ragazzo, non gli manca niente, lui può scegliere.
Non deve essere facile scegliere. Nemmeno dire di no. E perché trattenersi quando si può avere tutto? Dev’essere bello poter dire: sono stato con lei, lei e anche lei. Magari con due allo stesso tempo. Con la più bella della classe, con la più bella dell’istituto. Allungare l’elenco delle proprie conquiste, essere invidiato dagli amici e ancor più desiderato dalle femmine. Si dice che per Marco sia così, che le ragazze delle altre classi se lo contendano, che sia l’idolo di quelle del ginnasio.
A Piero piace trastullarsi con certi pensieri, anche se gli provocano quella ben nota fitta d’invidia. Gli piace sognare, lo fa spesso. E gli piace gingillarsi con la lusinga di un sentimento oscuro come l’amore. Anche se non è proprio sicuro che sia quella l’origine del brivido che gli percorre il ventre facendolo salire su una giostra.
Ma ne basta un’altra di carezza, sul viso, l’inciampo nella vergognosa asperità di un brufolo per farlo tornare subito coi piedi per terra. Al buio di una stanza per gli ospiti le sue dita ostinate perlustrano i motivi della sua insicurezza. La frustrazione che ne ricava è tale da inibire qualsiasi altro volo pindarico o ragionamento. E a fermare la sua mano, più in basso, nel vano tentativo di rendergli l’unico conforto di cui sembra capace.

Martedì grasso_all'assalto

4.

La mattina seguente Piero e Marco accompagnano la zia al supermercato e si fanno lasciare poco lontano, dove abita la nuova fiamma Federica di Marco, sorella di un suo compagno di classe. A onor del vero non stanno ancora insieme, tiene a precisare salendo le scale, la cosa non è ancora ufficiale, ma è convinto sia solo questione di ore.
E’ Alessio ad accoglierli. Federica non è in casa, è all’allenamento di pallavolo. Marco si affaccia in cucina e saluta la mamma con fare da ragazzo di casa. Piero lo ascolta conversare con lei fra sorrisi e battutine, senza la minima ombra di soggezione. Anche Alessio ride divertito. Fra lui e Marco c’è un’intesa particolare e si vede.
Parlano un po’ del carnevale, commentano le chicche della prima giornata, poi si trasferiscono tutti e tre nella stanza di Alessio. Lui e Marco si mettono a parlare di scuola, delle versioni di greco da fare, di qualche recente lettura. Piero un po’ li ascolta, un po’ si guarda intorno, finché la sua attenzione è attratta da delle scritte a china nera sulla parete accanto al letto, sembra una poesia. Quando la nota Marco, Alessio gliela mostra orgoglioso, dandogli il tempo di leggere in silenzio. Piero fa altrettanto chiedendosi se siano parole sue o prese a prestito da qualche libro. E’ colpito da quel modo di fissare le parole, esibendole, portandole all’evidenza di tutti perché possano essere lette. Trasmettendo così qualcosa di sé, qualcosa che forse non si può dire a voce. Un gesto coraggioso, pensa, immaginando la reazione dei genitori alla scoperta di quell’iscrizione. Un gesto che ammira.
Sotto i versi c’è un disegno: una donna nuda con le braccia aperte nell’atto di cadere nel vuoto. Il tratto sicuro dello schizzo ricorda quello di un fumetto. Mentre Alessio è intento a spiegare il significato del grafito, Piero s’immagina l’intera parete istoriata di versi, appunti e trascrizioni fissati col passare del tempo. Un ragazzo particolare, Alessio, pensa. Il mento un po’ sporgente, il labbro sporcato da timidi baffetti scuri, i capelli neri tirati all’indietro. L’entusiasmo che gli illumina gli occhi mentre parla di qualcosa che ama, e nel farlo attende ansioso il giudizio di Marco, cui tiene molto.
Nel frattempo Federica è rientrata. Si affaccia alla camera del fratello e saluta i tre immersi nelle loro disquisizioni. Il suo sguardo sembra dire: vi ho beccati.
E’ alta, con dei lunghi capelli ricci castani, gli occhi chiari, ridenti e sicuri. La borsa sulle spalle, si dirige verso la lavanderia. Marco la segue subito dopo.
Dal corridoio Piero li vede parlare, mentre lei infila i panni in lavatrice e appende l’accappatoio sullo stenditoio. E’ più alta di suo cugino, gli dà quasi una spanna. Una ragazza energica e vitale, dai modi sbrigativi. Sembra tenere Marco a distanza. Lui però la fa ridere. E’ bello il modo in cui ride di lui o delle cose che le sta raccontando. Marco sa come si corteggia una ragazza. E’ spigliato, dalla sua ha tutto: intelligenza, bellezza, simpatia. Quella specie di incredulità nel sorriso di Federica è la prova che anche lei ha debole per lui. Per il resto, si difende come può.

Quel giorno a pranzo ci sono anche lo zio e le cugine più grandi. Piero rimane tutto il tempo in silenzio, rispondendo alle domande che gli vengono poste con il senso di imbarazzo e inadeguatezza che da sempre caratterizza i suoi rapporti con i membri di quella famiglia. In particolare con suo zio, di cui teme il fare schivo e autoritario con il quale tiene a distanza i ragazzi timidi e inesperti come lui.
E’ spesso via per lavoro, ma quando torna, in casa le regole di comportamento cambiano radicalmente. E’ chiaro anche ai ragazzi che non debba essere disturbato e che non abbia tempo per prestare attenzione alle loro questioni. Quando lo fa, però, quando si mette al loro livello, è solo per metterli alla prova. Li tiene in scacco con le sue domande a trabocchetto per vedere di che pasta son fatti, se siano all’altezza. E al primo passo falso si prende gioco di loro.
Almeno, questo è quello che avverte Piero, ciò che lo fa chiudere nel suo difensivo mutismo. Per suo cugino è tutto diverso. Non sa come vadano le cose tra lui e lo zio, raramente li vede insieme, una cosa però è certa: Marco sa tenergli testa, discutere con lui gli dà soddisfazione, lo fa divertire. Perché Marco sa comportarsi da grande, perché sa fare le cose dei grandi.
Piero prende una mela e la sbuccia contando i minuti che lo separano dal nuovo pomeriggio di battaglia. Riflette sul sapore di quel frutto. E’ come quello dell’ultimo pasto del condannato: speri non finisca mai, ma non riesci a goderne.

5.

Il secondo pomeriggio di battaglia scorre lento. Piero rimane a lungo da solo, mentre suo cugino manovra da una parte all’altra della piazza. Da un certo momento in poi i suoi pensieri si concentrano sul freddo che si sta impadronendo di lui, a cominciare dalle mani, strette in una gelida morsa. Il cielo è nascosto da una coperta grigia attraverso la quale non filtra più un raggio di luce.
Smette di tirare e si porta lentamente ai margini della piazza, aspettando la fine di quella giornata. Si avvicina a un punto di ristoro e nonostante l’età riesce a farsi servire un paio di razioni extra di vin brulé, sperando non si accorgano che sta disertando la mischia. Sorseggia la bevanda scaldandosi un po’ e guadagnando pian piano un sereno distacco da ogni cosa.

Rientrando a casa scambia solo qualche battuta con suo cugino. Il racconto di un incidente occorso nel pomeriggio lo impressiona e Marco continua a parlarne eccitato. Una ragazza, abbastanza giovane a quanto pare, è stata travolta da un carro. Dicono che non sia grave, ma che di certo si è fratturata una gamba, forse tutte e due. Deve essere scivolata. Qualcuno sostiene che si sia trovata dietro i cavalli, cosa che dev’essere sempre evitata, si corre il rischio di essere presi a calci dalle bestie spaventate e incattivite. Il cavallo va sempre fronteggiato, specie nel bel mezzo della battaglia, quando una gragnola d’arance piove da ogni direzione, colpendo inevitabilmente anche lui.
La ragazza in questione ha avuto coraggio, le palle, come dice Marco. E’ arrivata sotto il baluardo per ingaggiare un ‘uno contro uno’ con un aguzzino, ma deve essere stata travolta, o colpita da una gomitata, oppure è scivolata sulla melma odorosa che ricopre la piazza a fine giornata. Piero immagina la scena: il fango, i piedi degli aranceri, la ruota del carro, le urla. Si ferma tutto, la ragazza sviene, arriva la croce rossa.
Sotto la doccia rivoli rossi simili a sangue gli rigano il volto colando sul petto. Inspirando può sentirne il profumo ravvivato dal tepore dell’acqua, socchiudendo le labbra ne sente il sapore sulla lingua. Una spremuta calda sulla testa, qualcosa da raccontare. Già, pensa, cosa avrebbe raccontato ai suoi compagni di classe?

La sera raggiungono gli amici di Marco a una festa fuori paese. Enormi paioli fumanti ospitano un liquido denso puntinato di lenticchie e strisce di cotiche arrotolate che ribollono come tronchi nella corrente limacciosa di un torrente in piena. Decine di persone spalla a spalla, le braccia intrecciate, sferrano calci a ritmo di musica verso il centro del pavimento coperto di segatura. Nel grande salone affollato l’aria è quasi irrespirabile. In un angolo, un ubriaco con la divisa della Pantera declama versi in dialetto.
Il vino abbonda ed è accessibile a tutti. Marco porge il primo bicchiere al cugino. “Bevine quanto vuoi”, dice con fare complice. Dopo un discreto numero di bicchieri, Piero raggiunge quel quieto stato dissolvenza che gli permette di prender parte a sua volta a cori e danze. A un tratto perde di vista suo cugino e comincia a vagare da un posto all’altro fingendo di cercare qualcosa o qualcuno. Finché si ritrova con una bottiglia di Cointreau, appoggiato alla parete perlinata di un saletta vuota. Il sapore d’arancia si aggiunge all’improbabile miscela di cibo e alcol che ha già ingurgitato. Un sorriso ebete gli deforma il volto, mentre si chiede se stia per vomitare.
Ma sì, pensa, è Carnevale e bisogna sbroccare. Non è sicuro di star sbroccando, ma di certo ha conosciuto momenti migliori di quello. Tutto sommato, riflette, sta solo facendo i conti con la propria solitudine. Gli han sempre detto che in simili occasioni una bottiglia può essere utile.
Un altro sorso e arriva il primo conato. Sono un coglione, si dice, correndo in cerca di un bagno. Nel corridoio, in penombra, fa appena a tempo a scorgere Marco e una ragazza abbracciati che stanno limonando.

Martedì grasso_Quel che rimane

6.

Terzo giorno, è quasi finita. L’ultimo pomeriggio da passare al freddo con i panni bagnati che ti si appiccicano addosso, l’ultimo giorno di quell’insopportabile puzzo, che segue a centinaia di metri di distanza. L’ultimo pomeriggio ritmato da sinistri tintinnii e urla sfrenate.
Prima della fine, però, c’è una cosa che Piero deve ancora fare, è tutta la mattina che ci pensa. Deve solo scegliere il momento giusto, deve trovare il coraggio. Sa cosa lo aspetta, l’ha visto fare tante volte. Ha appena assistito a un uno contro uno in zona franca. Carro e cavalli fermi all’imbocco della piazza e un arancere di terra che sfida a duello un aguzzino sul bastione. Non alza nemmeno le braccia per coprirsi il volto, prende botte tremende in faccia e sugli occhi, ma ciò non gli impedisce di tirare. Colpisce forte anche lui, mirando con freddezza, mentre il capo gli si copre di polpa e succo d’arancia. La furia dell’avversario è spietata, non rallenta, tira a raffica, svuota un’intera cassetta. Il duello si interrompe solo quando l’uomo a terra ha svuotato la casacca. Al che, l’altro si toglie il casco, mostrando la testa sconvolta, fumante di sudore. Si stringono a lungo la mano, si dicono qualcosa in dialetto, battendosi il petto in segno di rispetto. L’arancere, un uomo robusto e tarchiato, se ne va con falcata pesante nel fango, il viso tumefatto, coperto di succo e qualche rivolo di sangue.

Piero ha deciso di ingaggiare il duello durante il regolare giro del carro. Si avvicinerà nella mischia e attenderà il momento della sosta per combattere il proprio corpo a corpo nel momento di massima intensità del conflitto.
I primi tentativi vanno a vuoto. A fatica raggiunge le prime file aprendosi un varco fra aranceri più esperti e aggressivi di lui. Non riesce quasi ad alzare il braccio per lanciare, è urtato e disturbato in continuazione. Quando finalmente si ritrova in prima fila, la sua prima preoccupazione è quella di rimanere in piedi. Viene spinto da dietro e ha una paura fottuta di scivolare sotto le ruote del carro. Passa tutto il tempo di quella prima incursione appoggiato alla parete, muovendosi insieme al carro a testa bassa, mentre dall’alto gli piovono colpi violenti sulla nuca. Qualcuno lo raggiunge alle orecchie e sugli zigomi appena prova a sollevare la testa. Non riesce quasi a respirare. Appena può si stacca e si defila.
Ma non demorde. Ha promesso a Mattia, il suo compagno di banco: “Se non mi vedi tornare almeno con un occhio nero, non ho le palle”. E allora forza, altro giro, altra giostra. Con il carro successivo non va molto meglio, ma almeno riesce a mettere a segno qualche colpo a pochi metri dalla balaustra, tirando da una zona d’ombra appena fuori dalla portata degli aguzzini. Non riesce ad andare più vicino, altri gli sbarrano la strada, ma aver colpito il bersaglio lo galvanizza. La prossima sarà la volta  buona.
E così è. Piero è nuovamente in prima linea con l’avambraccio alzato sugli occhi, l’altra mano sul fianco del carro, poi col proiettile in mano. Cammina lentamente resistendo alle spinte da dietro. Respira forte, le arance lo colpiscono sui capelli e sul collo, ma lui ignora il dolore. E’ concentrato. Alza la testa e tira rapido, poi subito in difesa, come un pugile. Non ha il tempo di vedere il lancio che è di nuovo col gomito sulla fronte.
Ripete il gesto più volte, avanzando piano, resistendo, finché un urlo tremendo del cavallante annuncia la sosta. Le bestie si fermano e il carro ha un moto d’assestamento. Una gragnola di arance cade dappertutto con rumore assordante. Piero ha la sensazione di essere sotto un fuoco amico. Cerca il fiato e la forza. Sopra di lui l’arancere sembra avere un mitra al posto del braccio, deve averlo preso di mira.
Alza la testa, tira. Non ce la fa, un’arancia lo colpisce alla mano disarmandolo, facendogli un male cane. Anche le orecchie gli fanno male. Non sente più niente, è tutto ovattato mentre, sguardo a terra, fissa i suoi scarponi immersi nel fango. Ci riprova, stavolta cerca di essere più veloce. Riesce a lanciare, ma è colpito al volto, accecato per qualche istante. Respira affannosamente con la bocca.
Prova di nuovo. Urla di disperazione alzando il braccio, scoprendo la fronte. Non ha più paura. E’ colpito di nuovo, più volte, da più parti: la tecnica di tiro incrociato permette agli aguzzini di colpire anche di lato. Non si capisce dove trovino tutta quella forza quegli avambracci nudi, coperti di lividi. Piero è stordito. Ci mette un po’ a recuperare la vista. Ha in bocca il sapore dolciastro del sangue, un liquido caldo gli bagna le labbra.
Ma rimane aggrappato. Non è ancora finita, anche se alzare il braccio adesso sembra richiedergli uno sforzo enorme. Ci prova, ma gli escono solo un paio di tiri sghembi, dall’alto si stanno già accanendo su qualcun’altro.
Ha ancora qualche arancia nella casacca quando il carro si rimette in marcia e lui, esausto, decide di ritirarsi. Prima di farlo, però, alza il braccio verso la balaustra per il commiato. Lo fa gomito al volto, senza alzare lo sguardo, per paura di ricevere altri colpi mentre compie quel gesto disarmato. Per qualche secondo rimane con la mano tesa aspettando la stretta dell’aguzzino, che non arriva. Allora si ferma e in pochi istanti il carro, il nugolo di aranceri e la battaglia scivolano oltre, superandolo.
Tornato nelle retrovie, si pulisce la testa e il collo valutando i danni. Più di tutto gli duole l’occhio sinistro, che sente battere forte. Lo sfiora con le dita, è già gonfio.

7.

Completato il giro dei saluti e delle foto di rito, rientrano tutti a casa che è già buio. Dopo un’ultima doccia liberatoria Piero controlla allo specchio il suo trofeo. Il bozzo è aumentato e l’occhio non si apre più del tutto, rimane socchiuso. Tutt’intorno la pelle ha assunto un colore fra il rosso e il rosa cupo. Con una smorfia tasta ripetutamente la sua pelle inturgidita, ma è il ricordo della sua mano tesa nel vuoto a fargli male.
“Un lavoretto fatto bene”, gli dirà il conducente del pullman il mattino seguente, alludendo alla macchia nero viola allargatasi fin quasi allo zigomo.
Ben più lusinghiera la reazione dei suoi compagni di classe. Le ragazze che lo guardano fra l’allarmato e il divertito, portandosi una mano alla bocca. I maschi che lo accolgono ammirati, fra applausi e pacche sulle spalle.
“Adesso ti siedi e mi racconti tutto”, gli ordina Mattia smanioso.
Piero si sfiora l’occhio. E’ nero, ma non duole quasi più. Sta per sciorinare all’amico il minuzioso resoconto che ha preparato durante il viaggio di ritorno. Ha deciso che ci saranno arance, colori, ragazze, grandi bevute e clamori di piazza. Certo, non mancheranno le furibonde gesta della battaglia. Qualche dettaglio, però, dovrà essere omesso.

 

(Foto: web)

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13 thoughts on “Un lavoretto fatto bene

  1. Ricordo il Bardo: “E’ follia ma c’è del metodo”. E mi perdonino gli eporediesi, ma vado alla disperata ricerca di quest’ultimo ogni volta che m’imbatto nei filmati del loro carnevale. (Scherzo, eh, rispetto ogni tradizione. E qui si vede scorrere tutto davanti agli occhi, ho quasi avuto la tentazione di leggere riparandomi la faccia col gomito, per paura di ricevere un “proiettile”).

  2. questa volta hai giocato fuori casa, dalle mie parti, e devo dire che ti sei comportato egregiamente: non solo prima di scriverne devi aver assistito di persona alla battaglia ma ti sei anche documentato a dovere, così la narrazione è competente senza essere appesantita da troppi dettagli (tipici di chi vuol far vedere che ha “studiato”)
    mi è piaciuto Piero, la sua guerra non tanto contro i carri quanto contro la propria timidezza e contro quel tipico atteggiamento degli adolescenti che si osservano severamente da fuori fino a limitare la propria azione per timore del ridicolo.
    e mi è piaciuto come lo hai tratteggiato tu, con affetto ma senza sconti, un insicuro al battesimo del fuoco: migliora nei tre giorni di battaglia ma non lo fai diventare un eroe, alla fine incassa la delusione della mancata stretta di mano da parte del “carrista”. Il suo premio però sarà l’occhio nero da esibire come un trofeo.
    bravo Paolo
    ml
    PS occhio, sono tuchini non turchini 🙂

    • Grazie Massimo, della lettura attenta e sensibile. Felicissimo tu abbia colto il taglio del racconto. E anche di non aver fatto gaffe clamorose. Aspettavo un tuo ritorno in merito… Grazie!! 🙂
      Corro a correggere i Tuchini (temo che il correttore si sia infiltrato e il mio occhio poco attento…).

  3. Questo è un racconto maschile, una versione moderna di un qualche rito di iniziazione. Qualcosa che sembra marcare un netto prima e dopo nella vita di un ragazzo, che torna dall’esperienza “più uomo”. Piero è sensibile e attento, riflessivo, ed è cosciente del suo essere, ma lo sente come un peso (questa è la sua parte femminile). Non può farne a meno, è così. Con lo scontro fisico non vuole cancellare la sua indole ma addomesticarla e il modo migliore per metterla alla prova è proprio la fisicità, il dolore, la battaglia, il sentirsi sporco, sfinito, trasfigurato. Non riesco a trovare un equivalente nella vita di una ragazza. Qui non si parla della “prima volta”, per tornare su un tema in cui il confronto è sicuramente più facile e immediato. Ho provato a leggere il racconto cercando di mettermi nei panni di una coetanea di Piero. Penso che esista un momento, nemmeno tanto breve, in quell’età, dove i maschi sono sostanzialmente incomprensibili alla femmine e viceversa. In questo momento può capitare che nascano amicizie tra ragazze e ragazzi, ma i rapporti sono per lo più continui tentativi di ricerca del linguaggio giusto per comunicare e di contenuti da condividere. Mi verrebbe da dire che i ragazzi stanno insieme per fare e le ragazze stanno insieme per essere.
    Come una pagina di diario (vediamo se mi riesce ancora, senza essere andata in cantina a spulciare)

    I ragazzi sono un mistero. Parlano poco. A volte pochissimo. Monosillabi. Si. No. Ma. A volte forse. Non so. Con noi ragazze intendo. Tra di loro hanno sempre da dirsi. Ridono poi. Sguaiati. Rumorosi. Si picchiano per gioco. Non si fanno male ma fanno così, senza motivo. O il motivo lo sanno solo loro. Non mi viene certo voglia di chiedere. Tanto come risposta avrei un bel ma. O magari mah.
    Piero è tornato con un occhio pesto dal carnevale di Ivrea, quello della battaglia delle arance. Quando ero piccola avevo un libro sul Piemonte che ne riportava delle immagini: quintali di arance spiaccicate per terra e gente ricoperta di succo rosso, con gli occhi stravolti e sorrisi più simili a ghigni. Non so perché se le lancino e non mi interessa saperlo. Ci sarà dietro una qualche tradizione, come sempre. Piero in classe lunedì mattina aveva un’aria diversa, e non era solo per l’occhio nero. Aveva qualcosa che lo faceva sembrare più grande. Sai come quando torni dalle vacanze estive e non ti vedi da tre mesi e vedi tutti diversi. Cambiati. Cresciuti. E sembra che ti sei persa qualcosa. Piero lo conosco dalle medie. Siamo amici, non parliamo molto, o meglio io sono quella che parla e lui è quello che ascolta e, ogni tanto dice sì, no, ma, forse e molti non so. Parliamo durante il tragitto casa-scuola e scuola-casa. Lui passa da casa mia, mi citofona, io scendo e facciamo la strada insieme. Arrivati a scuola mi dice sempre la stessa frase: ci vediamo dopo in classe. E va dai suoi amici maschi. È vero, in classe ci vediamo ma sostanzialmente ci ignoriamo. Lunedì mattina non è passato, mi aveva avvisata che la domenica sarebbe tornato tardi e che lo avrebbe accompagnato a scuola sua mamma in auto. Così è entrato in classe, con quell’occhio che parlava da solo e una specie di sorriso baldanzoso che non gli avevo mai visto. Qualche compagna si è preoccupata. I maschi no. Erano tutti un grande! fico! dai raccontaci! Piero era al centro dell’attenzione ed è una cosa strana. E’ uno che non sai mai cosa pensa, che non si esprime apertamente, si defila e anche i suoi amici devono andarlo a cercare. Ogni tanto lo scuotono, nel vero senso della parola. Invece l’altro giorno era proprio il protagonista della scena, e si è messo a raccontare questa sua epica impresa a colpi di arance. Ho finito con l’ascoltarlo anche io, era così bello sentirlo parlare. Ma non era solo quello. Piero era diverso, sembrava un’altra persona. Come posso spiegare? Mi vergogno quasi a scriverlo, ma l’unica cosa giusta dire è che Piero era bello, anzi era diventato bello. Me lo immaginavo imbrattato di succo e infreddolito, mi faceva eroe tragico alla ricerca del riscatto.
    Poi siamo tornati a casa insieme, come tutti i giorni. Mi sentivo orgogliosa di essere sua amica, di camminargli accanto, mi dava quasi un senso di protezione.
    Per tutta la settimana Piero è stato oggetto di venerazione delle mie compagne.
    Addirittura mercoledì Camilla, che se la tira sempre, ha fatto la strada con noi per tornare a casa, tempestando di domande Piero su argomenti vari, che musica ascolti, come va la tua squadra quest’anno, ti fa male l’occhio. Prima di deviare verso casa sua lo ha invitato ad un festa sabato sera a casa di uno della compagnia del Longo, aggiungendo un inevitabile “Veronica se vuoi puoi venire anche tu”, ben sapendo che io con quelli del Longo non ho proprio niente da spartire. Piero ha risposto che le avrebbe fatto sapere e lei ho salutato con un “Ci conto” con tanto di occhi dolci.
    “Incredibile quanto possa fare un occhio nero!”, mi ha detto quando se ne è andata. Ho scrollato la testa.
    Adesso sono qui indecisa se andare o meno alla festa. Piero ha cercato di convincermi anche stamattina, magari ci divertiamo. Le amiche di Camilla me lo avranno chiesto cento volte: se tu non vieni poi non viene neanche Piero. Improvvisamente tutte amiche del cuore.
    A me non piacciono quelli del Longo, sono a disagio. Non è che sia gente antipatica, mentirei. Solo che stanno tra di loro, se non ne fai parte non hai modo di entrare, a meno che non diventi la ragazza di qualcuno. O il ragazzo di qualcuno. Piero e Camilla non me li immagino proprio insieme.
    Bastasse un occhio pesto a farmi notare da qualcuno, sarebbe tutto così semplice.

    • WOW! Che commento!
      Adoro cambiare il punto di vista e usare il tuo, privilegiato, di donna. Di donna, femmina, che scrive e lascia traccia.
      Ora leggo e gusto la pagina di questo diario fittizio ricreato ad hoc, felice di averla fatta emergere anche solo per raffronto e voglia di capire. Di confrontare e confrontarsi.
      Un primo grazie, Silvia.
      Come inizio 2019 direi niente male!
      P.

    • Bellissimo!
      Come P. Giordano nei primi capitoli dei suoi Numeri primi, sei riuscita a farmi tornare a quell’età, alle sue quotidiane lotte con interrogativi e incomprensioni. Necessità di capire e di trovare e affermare qualcosa di certo sul quale contare. Bravissima. Che bella, nella sua involuta crudezza, questa incomunicabilità fra ragazzi di sesso diverso.

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