Cairn

Cairn

“Cairn”, ometti segnavia – foto: Silvia G.

viaggio col silenzio
da prima di aprire gli occhi
la mia testa un finestrino oscurato
dietro il quale nessuno mi vede.
da sempre raccolgo briciole cadute
per un disallineamento congenito
che affastello in isterici segnavia
cui sorrido eccitato, soddisfatto
nel prodigio ossessivo
di un dolore risvegliato.

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27 thoughts on “Cairn

  1. Mi ha colpita, molto, lo spessore psicologico di questa poesia. Ho dovuto rileggerla, per collegare tutti i pezzi tra loro. È come se il narratore fosse in una condizione “borderline”, intesa come linea di confine, tra ordine e caos mentale.

    I riferimenti alle scienze che si occupano della salute della mente sono fini e armonici: “viaggio col silenzio”, “finestrino oscurato”, “disallineamento congenito” (bell’uso dell’aggettivo), “isterici segnavia”, “sorrido eccitato”, “prodigio ossessivo”.

    Inizia tutto col silenzio e col buio, poi briciole cadute (se l’avessi scritta io sarebbero “pugni di stelle” queste briciole) forse grani di bellezza, di salvezza; poi, l’affastellare in isterici segnavia ricorda uno stato maniacale, un tentativo di ripristinare l’ordine e il senso, forse tachicardico (o tachipsichico, per usare un termine scientifico indicante un terremoto interiore) perché “sorrido eccitato”; poi, il “prodigio ossessivo” è come un big bang di meraviglia surreale, nato dal “dolore risvegliato”.

    È raro che Poesia nasca da altro che da dolore. Questa lo è.

    Irene, :-*

      • Forse gli errori di battitura li ho visti per vista, cioè li ho sognati.
        Leggendo con attenzione, ho avvertito profondamente, in me, il vissuto interiore che vuole trasmettere questa poesia.
        Per il resto, leggerti con attenzione è il minimo: non solo perché tu lo fai per primo con me, ma perché è un piacere di versi.
        Grazie a te.

        I.

      • C’è un’esistenza, sì. C’è – forse – l’identificazione di un’origine per il mettere insieme (affastellare) parole. C’è che, se non si scrivono, se non si attraversa il processo, certe cose proprio non si vedono, e non si trova nemmeno la toppa della porta di casa, la via per arrivare al proprio cuore. C’è un bambino forse un po’ sordo al mondo e agli altri, che impila sassi su una spiaggia o accanto a un sentiero. Ma forse non ha smesso di ascoltare e di ascoltarsi. Ha solo bisogno di un po’ di pazienza.

      • Una nota, perché ci sei andata davvero fino in fondo.
        I segnavia sono “isterici” nell’ambito della metafora che hai trovata e letta tu stessa: la poesia come forma di isterismo, come distillato di dilaniamento e sofferenza interiori (faccio anch’io fatica a immaginare poesia senza questo motore, questa demiurgica energia). Un distillato che è cristallizzazione, che è immaginazione, proiezione. Non fa male, lo rappresenta, lo ricrea.
        Da qui l’aggettivo “isterici”. L’isterismo è in grado di generare veri e propri sintomi somatici di malattie inesistenti.

        PS. Penso che ti piacerà molto la lettura di “Musica”, di Mishima. Mi dirai…

      • Sì, immaginavo l’isteria come somatizzazione, infatti. La poesia è somatizzazione di dolore, spesso.

        Vedo che usi anche la parola “proiezione”: più che di proiezione, visto che stiamo prendendo in prestito termini psicoanalitici, qui parlerei di “identificazione proiettiva” con la poesia, un dialogo a due soggetti, in un certo senso… per quanto mi riguarda, come l’osmosi tra i due lati della membrana semipermeabile: gli squilibri da un lato si spostano all’altro, e viceversa. Non so se rendo l’idea.

        Devo ancora cominciare a leggere Musica di Y. Mishima, perché l’ho spedito all’indirizzo di mio padre, che me lo deve portare. Non vedo l’ora, a quello ne seguiranno altri dello stesso autore, probabilmente.

  2. Nessuno ti vede. Ma vuoi lasciare tracce. A tuo modo. Serve un perché? Serve un scopo? Ritrovarti o farti trovare? Le tracce sono così, sono indizi. Chi ti legge, chi ti insegue non può che essere un investigatore dell’anima. Soppesa ogni parola, ogni pausa. Prima con gli occhi, poi con la pronuncia, per sentirne la voce, immaginare la tua. C’è un climax perfetto in questi versi. Nel titolo sopra ogni cosa, un sasso, uno sopra l’altro. Nessuno ti vede davvero. Potresti essere un’ombra, un che di indefinito, una briciola, anche tu. Un atomo nell’universo, vagante. Eppure esiste una via, un percorso, e un filo da seguire, per non perderti. Il dolore è angoscia, dubbio, rimorso, rimpianto, illusione, incapacità, paura, e segnarne le vie porta con sé il diritto di scegliere di non passare più di lì. Ma ci ritornerai, potrebbe concludere il bravo investigatore, che ha seguito tutto il percorso, un percorso che un cerchio perfetto, un ciclo. Ma. Si è dimenticato del caso. Del terremoto. Quello che abbatte tutti i segnavia, che mescola le pietre, che disorienta, quello che ti farà scrivere, forse, la prossima poesia.

    • Serve a volte qualcosa di simile a un terremoto, alla forza travolgente dell’onda alta. Che ti sposta e da lì ti mostra ciò che non vedevi più, ciò che avevi sepolto, o cui ti eri assuefatto, abituato.
      Dove portano i cairn?
      Alla riscoperta di sė, a sentirsi ancora vivi, facendo leva sul proprio mondo interiore.
      All’incontro con l’altro, che troverà una traccia di te. Nelle tue parole.
      Le pietre, i sassolini, sono umili e preziosi. Vengono dal passato, dal vissuto, spettatori muti, ormai, su una spiaggia bagnata dai giorni. Ma raccolti, sovrapposti contengono un universo. Sono rivelatori, dei veri e propri tesori, per chi li vuol leggere e apprezzare.

  3. “Cairn” letteralmente significa “tumulo”. Non avevo fatto caso alla didascalia della foto, e per tumulo l’ho preso il titolo… C’è il primo periodo che snuda la tua impenetrabilità (scelta, per carattere e/o per storia); nessuno ti vede, ma perché tu non vuoi essere visto, non da subito. Poi ti sveli. Raccogli briciole, fai il contrario degli altri, che le lasciano. Ti prendi le briciole per capire, scoprire, trovare luce. È un disallineamento, quello di chi ha il cuore esposto, e ha bisogno piano piano di creare i propri segnavia attraverso i quali percorrere la strada verso sé e l’altro/i. Sorridere è liberatorio, ritrovare il prodigio del dolore che abbiamo gestito con cura pensando di averlo tumulato mette di nuovo in scena il cuore. Mette in gioco, ancora, ora, il vivere. Attento ai segnavia, sceglili e costruiscili con cura, pazienza, e non perderti in quello che ti fa costruire altri tumuli.
    (E aspetto ancora la birra, Tullio ne sai qualcosa? Vi adoro, lo sapete vero?)

    • Sono così contento di tornare a leggerti, Luci, che mi fermo qui. Al gustarmi la tua presenza e le tue parole.
      Per capire e descrivere il peso dei sassi che portiamo in noi può essere molto utile una birra, in effetti… Se ci mettiamo d’impegno, potremmo anche riuscirci. 🙂

  4. beh, si effettivamente hanno detto già tutto, quindi mi fermo a leggere per assaporare i tuoi versi e le varie sfaccettature emerse dai commenti. Bella pagina d’incontro, dove la poesia è apertura e compenetrazione.

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