Pugni chiusi

Same Deep Water As you

“Same Deep Water As You” – foto: S.G., lapoetessarossa

ti avevo mentito
prima, al telefono
ero tornato indietro
non so più dove
non dove dovevo.

lei era accorsa in fretta
dalla collina.
salutato tutti
mi aspettava
china sopra il volante.

dentro di me pioveva.
non faticai a trovarla
nel buio del parcheggio.
venne lei da me
salì sulla nostra macchina.

la ubriacai di parole
i suoi occhi due lacci
cui continuavo sfuggire.
fino a quando i suoi pugni chiusi
decretarono il prezzo
di due labbra straniere.

Rispondo così alla precedente di Silvia, “If Only Tonight” in un piacevolissimo gioco di eco e rimandi, reciproche contaminazioni. Lo faccio con parole mie ed evocando altre note (ah, la musica!), forse più remote, tribali, ma dello stesso timbro, della stessa pelle, di artisti che adoro (The Cure).

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27 thoughts on “Pugni chiusi

  1. Ciao.

    Quando ho letto il titolo dell’articolo, “Pugni chiusi”, per un attimo ho pensato fosse una risposta poetica alla mia ultima, Vulcano attivo. In seguito, ho letto anche la postilla al tuo post. Sono una sciocchina, eh, sia chiaro.

    Mi piace tutta, ma la strofa finale è da brivido:

    la ubriacai di parole
    i suoi occhi due lacci
    cui continuavo sfuggire.
    fino a quando i suoi pugni chiusi
    decretarono il prezzo
    di due labbra straniere.

    Irene, tua lettrice
    con l’immancabile faccina: :-*

    • Corro a leggere la tua…!
      Ti ringrazio moltissimo.
      Oscillano, vibrano ancora gli ultimi versi (“decretarono il prezzo / di due labbra straniere” o “dettarono il prezzo / a due labbra straniere”… … … ma forse mi piace ancora di più la prima versione…)
      Grazie ancora,
      a presto!
      P.

      • Beh, dal punto di vista dei suoni, “dettarono” è più dolce, perché contiene una erre in meno; “decretarono”, dal punto di vista del significato, è più forte, netto, ricorda onomatopeicamente l’increspatura del fuoco (come l’inferno), ed è, a mio parere, più fine, nonostante il suono sia più rude, anzi, paradossalmente, esprime, grazie a quello, un maggior senso di dolore e lacerazione (imho, eh); la scelta è tua, ma entrambe le scelte hanno un loro perché.

        Corri a leggere la mia, davvero ? Mi farebbe piacere la tua opinione.

  2. Tu (ri)chiami The Cure due volte e pensi di passarla liscia?
    Non potevo non notare i due titolo a breve distanza nel reader di WP e per quanto siano più radi i miei interventi (una parte della blogosfera tira un sospiro di sollievo e l’altra manco se ne è accorta) alla fine di questa giornata lavorativa al tempo “rognoso con brio”, mi lascio andare a uno dei miei non-commenti a tastiera libera.
    Sai bene quanto significhino The Cure per me e quanto spesso finiscono tra le mie righe e, a volte, sulle righe. Di sicuro la loro musica è stabilmente tra le mie rughe.
    Avete scelto due canzoni stupende. Entrambe tipicamente malinconiche di Robert Smith e compagnia suonante. Striscianti di solitudine, rimpianto, rassegnazione eppure di cuore che ancora ci crede all’Amore. Storie interrotte che non mollano nel continuare a raccontarsi.
    Spesso la traduzione non rende la vera anima che ci ha messo Robert. La traduzione ci aiuta a capire (è un passaggio necessario), ma poi occorre lasciarla da parte come fosse un sottotitolo sbiadito cui non presti più attenzione. Ascoltare la musica e lasciarsi trasportare dalle proprie sensazioni. The Cure con me ci riescono alla perfezione. E anche voi due con questo incrocio di parole (e musica nella mia testa) ci siete riusciti.

    • Ce l’ho fatta a stanarti Red!!!
      So che devi essere molto preso in questo periodo per non accompagnare le nostre giornate con la consueta ricchezza dei tuoi post (anche se noto con piacere che sei tornato in Messico!)
      Ho dovuto scomodare Smith e i suoi, ebbene sì.
      In questi ultimi giorni sto riscoprendo il potere ispirazionale della musica, della canzone. Che si intreccia così bene, stabilmente col ricordo. Come DNA, come una doppia pelle.
      È bellissimo.
      E ne escono parole, racconti, schegge di vissuto, che è facile mettere in versi. Perché già suonano, prima ancora di uscire dalla tua testa.
      E sono con te. Come quella volta, nelle “strade senza nome” di Bono. Lasciamo correre e scorrere le nostre emozioni. Come la musica le ha generate. È un linguaggio primordiale, quello delle emozioni, della musica. Trascende le parole, le intenzioni e le interpretazioni. Ognuno ha il proprio canto, il proprio ritmo, il proprio movimento, la propria sensibilità, la propria sensualità… In questo infinito e molteplice Bolero che è la vita delle persone.
      Felice di riaverti qui, Red. È sempre un piacere dialogare con te!

    • Ciascuno ha le proprie canzoni. Ho letto da qualche parte che dopo una certa età si smette di ascoltare musica nuova , non so se sia vero. Mi ci identifico solo in parte. Non si può conoscere tutto e come con i libri se certa letteratura non la capivi a 18 anni magari a 40 ti manda fuori di testa. Con la musica succede lo stesso. Non ho un genere che mi piace, perciò potrei risultare eretica o sacrilega per chiunque. Ci sono canzoni che amerò sempre e canzoni di cui mi innamorerò. E canzoni che non posso più sentire e che non vorrò più sentire. Come per tutti ci sono canzoni legate ad un periodo preciso, un estate, un amore, una notte, un concerto. Poi ci sono quelle che si distinguono per negazione. Sono orfane, non hanno un momento.

      • Condivido e sottoscrivo, in pieno.
        Proprio in questi giorni, sarà l’età, pensavo a questo “momento di stasi” nel mio indagare e cercare musica, soprattutto quella nuova.
        Quando ti leggo, ho spesso la sensazione di vedere spiegate le mie sensazioni, i miei pensieri.

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