R&J fuori a cena – La versione di Silvia

Se c’è una cosa che mi piace dello scrivere è vedere i personaggi che prendono vita. Vederli assumere una propria autonomia. Gambe per muoversi e viaggiare, e volontà per imboccare strade nuove e diverse, impreviste. Voce, gestualità, carattere. Noi gli si dà il là, l’imprinting, ma ben presto quelli si formano, assumono una loro determinazione, una loro voglia di affermazione, di autonomia. E quando li vedi come “altro da te” e li ascolti parlare, quando ti sorprendono, ti guidano, beh… cosa c’è di più figo?
Credo che il commissario Montalbano chiami regolarmente Camilleri per gli auguri di Natale, o il giorno del suo compleanno. E immagino delle divertenti discussioni fra i due a tavola, davanti a una buona bottiglia di vino…
Ma – mi chiedo – anche nella letteratura di genere, dichiaratamente non autoreferenziale, siamo sicuri che sia veramente così?

In una conversazione avuta con Silvia (lapoetessarossa), autrice di ben due versioni del finale del racconto “[O]” (volendo essere precisi, uno, quello che vado a proporvi in questo post, sarebbe una diversa, parallela interpretazione del settimo capitolo, quello in cui R&J escono dall’albergo per passare la serata e andare cena), lei ha detto:
Conoscersi attraverso la scrittura, dove non è la prima persona a parlare, ma i personaggi, fa cogliere sfumature inattese, verità, possibilità, ricordi, momenti che ti hanno segnato, nel bene e nel male, e che trovano nella narrazione una vita nuova, in chi legge una possibilità diversa di conoscenza. Avere la chiave giusta è un dono.
Anche questo è assolutamente vero.
Ed è per questo che voglio rendere pubblico anche questo brano.
Per conoscere e farvi conoscere Silvia.

Io credo nell’inconscio. Credo nel potere che il nostro inconscio esercita su di noi (non si era capito?). Come dicevo in un recente scambio di commenti con Massimo (Legnani), “non si sogna mai per caso, non si scrive mai per caso“. Credo quindi nel profondo legame che abbiamo con i nostri personaggi, che sempre e comunque danno al nostro inconscio la possibilità di esprimersi. Anche se apparentemente usano la voce di un estraneo.
Certo. Ci sono la tecnica, l’esperienza, l’arte. Cose che si apprendono solo con l’applicazione, lo studio, la pratica. E col tempo. Fino a essere in grado, forse, di generare e dare vita a personaggi che con l’autore hanno davvero poco a che fare.

In un commento al precedente post e al suo finale alternativo, sempre Silvia scrive:
Quante porte potrebbero aprirsi. Ogni lettore a questo punto potrebbe decidere l’ultima pagina, a seconda delle proprie inclinazioni, dei propri desideri, oppure di quelli che sospetta possano essere quelli dei personaggi, fedele a loro ma non a se stesso. Nella mia scelta sono stata assolutamente infedele a me stessa. E chiudere con l’indifferenza, con questo sospeso trascinato e pesantissimo, è stato quasi una violenza. Non volevo, ma dovevo.”

Ebbene, Silvia non solo ha dimostrato di avere “tecnica”, ma di sapersi scindere ed entrare perfettamente nel mio scritto, quindi in me. Nei miei personaggi, d’accordo, ma soprattutto nel mio modo di tratteggiarli. Nello scrivere il suo finale alternativo Silvia dimostrava di avermi letto, di sapermi leggere. Di avere la chiave e di saperla usare. Brava lei o facilmente scassinabile io?
Battute a parte. Scrivendo gli ultimi due/tre capitoli, senza nemmeno rendermene conto, io modificavo il mio modo di vedere i personaggi, sciogliendoli come argilla, rimpastandoli fino a formarne di nuovi, rigenerati, che assecondassero il mio capriccio;  modificavo il mio stesso modo di scrivere, che diventava più morbido, meno arido e disilluso, meno disperante, meno incisivo. Nel suo finale, invece, Silvia prendeva il mio posto. Io non ho preso il suo – non era mia intenzione, e probabilmente non ne sarei in grado – lei invece apriva la porta del mio studio, si sedeva alla mia scrivania e posava tranquillamente le dita sulla tastiera del mio pc.

Non so voi, ma io certe cose che fa (fare) la scrittura creativa, le trovo fighissime.

Bene. Dopo tutto questo sproloquio (scusatemi, superare la soglia dei 5 anni deve avermi dato alla testa…), è giunto il momento di dar voce a Silvia. Quella vera.

[O] (7.)

R&J fuori a cena

Robert zittisce June con un bacio alla terza riga del racconto del sequestro. Ordina un giro di tequila. June ne ordina un secondo. Parlano di viaggi, dei posti che vorrebbero visitare, di quelli che non hanno mai visto, parlano di farlo insieme, perché hanno tutta la vita davanti. E in quel momento è vero. Nella folla del locale nessuno li conosce, si dimenticano quanti anni hanno. Sono due ragazzi che si amano e si desiderano. Dopo il terzo giro di tequila lui la trascina fuori. Ha voglia di lei. Glielo sussurra all’orecchio. Lo sguardo di June si accende, lo abbraccia, lo bacia con ardore, gli morde le labbra. Arrivano all’albergo ansimanti, durante il tragitto hanno iniziato a dirsi frasi sconce, un elenco di se facessi impudico e sfacciato. Robert ha la mano che trema quando gira la chiave del portone. Salgono in ascensore. I cigolii sono coperti dai respiri affannosi. Entrano in camera, finiscono sul letto, si spogliano in modo scomposto, lei si rompe un sandalo. Fanno l’amore senza accorgersi di essere sopra i vestiti puliti e piegati. Si cercano, si respingono, lottano per darsi piacere, per ritrovarsi, per vivere un affiatamento che non hanno mai avuto. Se qualcosa li aveva trattenuti ora non esiste più. Non hanno più paura.

[Noi li lasciamo fare, chiudiamo la porta, e andiamo a berci una birra. Sorridiamo dei nostri personaggi, dell’audacia che abbiamo saputo regalargli, pensiamo a Robert che pensa e nello stesso tempo agisce, adesso o mai più, e pensiero e azione si fondono nel momento perfetto, come accade una volta nella vita, se accade. Pensiamo allo sguardo di June, nell’istante del momento perfetto, quando si lascia baciare perché è quello che vuole e non lo nasconde a se stessa. Pensiamo a quanti chilometri di strada hanno fatto per ritrovarsi e amarsi nel posto più lercio del mondo. Nel posto più bello del mondo.]

E poi.
E poi si addormentano sfiniti.
E poi…
Si svegliano alle prime luci dell’alba. E rifanno l’amore!

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6 thoughts on “R&J fuori a cena – La versione di Silvia

  1. Questo racconto è stato sviscerato in lungo e in largo (a meno che qualcun altro non abbia voglia di fornirne un’ulteriore versione)…credo manchi davvero un’ultima cosa: la spiegazione del titolo (se mai vorrai sbilanciarti, perché oh, sarò tardo io, ma non ci sono arrivato 😉 )

    • Se non ci sei arrivato tu, lasciami dire, non ci arriva nessuno.
      La risposta è di una banalità estrema. Non esiste un significato.
      E’ un indefinito. Tuttavia, c’è un inizio.
      Quando tre anni fa, in viaggio in Spagna, scrissi l’incipit e le prime paginette di questo racconto (gireremo al più presto pagina, promesso – “a meno che qualcuno…” ci faccia tornare sull’argomento), mi trovavo a Lugo. La fotografia che introduce il primo capitolo riprende la porta di ingresso alla città vecchia. E’ stata scattata dall’Hotel Rivera, diciamo, stanza 201. All’epoca sentivo un potente magnetismo per quel luogo. L’albergo. Ma anche la città di notte, il grande stridore fra l’antico all’interno delle mura e il moderno fuori.
      Lugo.
      Lu(o)go.
      Lugo come un non-luogo. Un luogo simbolico e surreale dove ambientare e inscenare. Dove perdersi e scomparire. Dove immergersi dentro se stessi.
      Quando ho ripreso a scrivere il racconto e a pubblicarlo man mano così come veniva, non avevo una trama, né un finale, e tanto meno un titolo (se è per questo non l’ho tutt’ora), ma non mi andava di lasciarlo senza, né di dare indizi su dove fosse ambientato (ho deciso al terzo capitolo di essere in Spagna).
      Quindi: (o) e basta.
      Meglio: [O].
      Che poi mi dà l’idea di qualcosa di concentrico, che si richiude su se stesso. (E pure della rottura di maroni, volendo ben vedere… :-))

      • Arguto quel riferimento a Lugo! E no, non ci sarei arrivato da solo. Comodo per me dirlo adesso, ma mi sarei sbilanciato per il senso di “conchiuso” della storia, che ben si può esprimere in “O” (tuttavia bisogna rendersi conto di quando si ricomincia da capo, nel percorso infinito che la O traccia).

  2. Anche io mi chiedevo il motivo del titolo del racconto e non ci sarei arrivato nemmeno io. E dopo la spiegazione: [o]ttimo tit[o]l[o] 😂
    Il finale di Silvia vira decisamente in altra direzione ed è tuttavia coerente con un certo filo conduttore di cui abbiamo più volte parlato in merito all’inquietante albergo come metafora del rapporto tra R e J. Un finale lieto che mi piace.
    Continuo però a preferire il tuo per avermi saputo spiazzare e per la possibilità di una continuazione delle vite “reali” di R. E J.
    Complimenti a Silvia per essere riuscita a scrivere un finale coerente s differente. Il tocco femminile è sempre ‘nata cosa.

    • Grazie Red. Anch’io rimango affezionato al mio e sono certo che ci lavorerò ancora.
      Ora è tempo per me di girare pagina e ho appena iniziato a lavorare a un altro raccontino… Vediamo cosa salta fuori.
      E, sì. Sono anch’io dell’idea che le donne hanno una marcia in più. Noi lo sappiamo, ma cerchiamo comunque di fare del nostro meglio.
      Un abbraccio.

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