[O] (Sliding Doors)

 

(Perché viaggiare in compagnia è anche più bello)

LAPOETESSAROSSA

Riporto di seguito un’altra versione del finale del racconto [O].
Un generoso dono di Silvia (lapoetessarossa) di qualche settimana fa. L’ho tenuto nascosto per mere questioni di liberatorie, diritti d’autore, manleve, oscillazioni di Piazza Affari, ecc. Le prevedibili menate che avrebbero incrinato il già fragile rapporto con la mia Casa Editrice personale…
Scherzi a parte, come già anticipato, mi piace l’idea di giocare a reinventare il finale del mio racconto. Per vedere come altri autori al posto mio avrebbero concluso la vicenda di Robert e June. Per scoprire attraverso la loro interpretazione cosa ha ispirato loro questo racconto. Se qualcun’altro, leggendolo, si fosse prefigurato qualcosa di diverso da quanto da me messo nero su bianco, oppure volesse dare adesso libero sfogo alla propria inventiva, mi piacerebbe conoscerne e condividerne il frutto. Con lo spirito, appunto, di un piccolo gioco.
[Lo so. E’ una contorta e malcelata forma di egocentrismo, ma tant’è. Che ci posso fare, sono fatto così.]

Robert e June cenarono nella città vecchia, in un ristorante turistico, di quelli che espongono le foto dei piatti in vetrina. Non era un posto che avrebbero scelto in passato, ma quella sera, come era successo per l’Hotel Rivera, il ristorante Avenida li aveva inspiegabilmente attratti. Vennero fatti accomodare nel déhors da un cameriere strabico e invitati a sedersi ad un tavolo laterale, l’unico rimasto libero.
Gli altri tavoli erano occupati da numerosi altri turisti, si sentiva parlare tedesco e francese, c’era un gruppo di giovani italiani chiassosi, due coppie orientali molto composte che cenavano quasi in silenzio.
Il cameriere strabico consegnò loro due menù, composti da più pagine zeppe delle stesse fotografie dei piatti esposti in vetrina; su ciascuna foto era indicato un numero. Tornò dopo qualche minuto per prendere le ordinazioni. Il suo strabismo era imbarazzante. Né June né Robert riuscivano a capire a chi dei due stava rivolgendo la parola. Parlava lentamente nel suo idioma, e June dentro di sé lo ringraziò per quella cortesia che sembrava voler compensare quel difetto fisico così eclatante. June ordinò per entrambi un piatto di carne che somigliava ad uno spezzatino di manzo. Il cameriere domandò loro se volessero come contorno le “verdure locali”, June non seppe tradurre diversamente le parole per Robert.
Accettarono e chiesero anche due birre chiare in bottiglia. Il cameriere se ne andò con la comanda e June tirò un sospiro di sollievo.
Disse: “E’ strabico”. Robert abbozzò una smorfia e le rispose: “Strabico è dir poco”.
Poco dopo arrivarono i piatti insieme a due boccali di birra, sui cui si faticava a leggere il marchio, quasi del tutto cancellato dai numerosi lavaggi in lavastoviglie. Prima che il cameriere si allontanasse June protestò dicendo che le birre dovevano essere in bottiglia. L’uomo si limitò ad alzare le spalle e ad allargare le braccia per dire che non poteva farci niente.
“Questa birra fa veramente schifo”, fu l’esordio di Robert, dopo il primo sorso. “Se preferivi del vino avresti dovuto dirmelo subito”, lo rimbeccò June con un tono fin troppo polemico, ben conoscendo i gusti di suo marito.
June rifletté su quella sua risposta secca, si stupì quasi di avere usato quel tono, rendendosi conto che ordinare birra per Robert era stato un vero gesto di ripicca. Anche se non riusciva a ritrovarne il motivo preciso. In passato, quando era ancora sposata con Jonathan, si era accanita su di lui più volte rispondendogli con toni improbabili, pieni di astio e livore, anche quando lui le chiedeva cose semplici e inciampava in banalità, come non trovare la confezione nuova di caffè. Certo, Jonathan, che era medico nello stesso ospedale dove lavorava lei, la tradiva con una collega, e quando lei l’aveva scoperto aveva deciso di non rinfacciargli nulla, ma di attuare una strategia che l’avrebbe portato inesorabilmente a smascherarsi. Così lo provocava, in continuazione.
Jonathan alla fine si era arreso e le aveva confessato tutto. Se ne era andato dopo una settimana da quella rivelazione e in breve tempo lui e June avevano divorziato.
“Qui fa troppo caldo”, Robert la distolse da quel ricordo, “sono stanchissimo e ho bisogno di dormire, domani ci aspettano altri chilometri e con queste temperature dobbiamo sfruttare le ore del mattino”.

June non aveva quasi toccato cibo, aveva selezionato qualche boccone da quella strana mistura di carne e intingolo, un po’ troppo condita per i suoi gusti. Robert invece aveva pulito il piatto e finito anche la birra.
Pagarono il conto e si incamminarono verso l’hotel. Suonarono il solito campanello. Il vecchio questa volta arrivò subito, aprì la porta, indicò loro l’ascensore e li lasciò salire senza accompagnarli.
La camera, nonostante avessero lasciato le finestre aperte, non si era affatto rinfrescata. Il letto era sfatto perché Robert, che ci si era appisolato nel pomeriggio, non l’aveva toccato. Andò lui per primo in bagno. Pensò di farsi di nuovo una doccia, nella speranza di togliersi di dosso il sudore appiccicoso.
Dalla doccia usciva un filo sottile e caldo, anche se aveva aperto solo il rubinetto dell’acqua fredda. Gli tornò in mente lo spettacolo delle cascate dello Yosemite e tutto il freddo che aveva patito per poterle ammirare nel loro massimo splendore, alla fine di febbraio, quando la neve che si scioglie le gonfia d’acqua. Robert amava camminare in montagna, non lo avevano mai spaventato né le lunghe salite, né il freddo che spesso ti coglie di sorpresa. Il viaggio nella Meseta era qualcosa di molto diverso da quello a cui era abituato, una scommessa che aveva accettato di buon grado quando June glielo aveva proposto, come fosse un’occasione per conciliare il suo istinto avventuroso con quello più mistico e contemplativo di lei.
Uscì dal bagno. June nel frattempo si era cambiata, aveva indossato una t-shirt grigia che usava per dormire al posto del pigiama e aveva preparato sopra lo zaino i vestiti per il giorno dopo. Aveva ripiegato quelli puliti di Robert e glieli aveva lasciati sul letto. Mentre lei era in bagno, lui li ripose nello zaino e si coricò a torso nudo sul letto cigolante. Quando lei aprì la porta lo vide girato su un fianco, verso il comodino. Aveva spento l’abat-jour. Forse si era già addormentato.
Si sdraiò accanto a lui, il letto era piccolo, erano molto vicini. Lo osservò. Con lo sguardo percorse il profilo dal collo alla schiena, notò un graffio sull’avambraccio. Si girò sul fianco, dandogli le spalle, e spense la luce.

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8 thoughts on “[O] (Sliding Doors)

  1. Il brano non ha titolo (come tutti gli altri, d’altronde).
    Leggendolo, in particolare l’ultima parte, la doccia, il letto… ho pensato una cosa: è l’atmosfera emotiva che avrei instaurato anch’io, nel momento in cui avessi optato per un finale aperto e sospeso. Non avrei saputo fare di meglio nel consegnare il seguito al lettore. Che, se mi assomiglia, per una buona mezz’ora farà leva su tutto quanto letto fin qui, i fatti e tratti salienti che caratterizzano i personaggi, per provare a indovinare cosa passasse nella testa dell’autore, cosa volesse veramente dirci….
    Brava Silvia.
    Grazie Silvia.
    Un finale che non è una fuga e non è un’uscita. Ti lascia sul sentiero e nel tunnel. Come dev’essere, forse.
    Forse non dovrei attivare troppi link, ma questo brano, la seconda parte, mi ha ricordato un pezzo letto molto recentemente nel blog di “menteminima”. Lo segnalo solo perché potrebbe rappresentare (“mente” non me ne voglia) una chiave di lettura (non negativa o comunque non immediata) di questo finale silenzioso e apparentemente privo di speranza: https://menteminima.wordpress.com/2018/08/12/ape-sulla-menta/

  2. Grazie Paolo per aver pubblicato questo primo finale alternativo. Che ho scritto prima che i tuoi R&J andassero a cena. Così per dovere di cronaca. 

    Quando ho scritto il mio finale ero (e lo sono ancora, ma in modo diverso) innamorata cotta di questi due personaggi. 

    Quando June esce dal bagno rivede Robert. Mi sono domandata come lo rivede. Come vorrei io. Come vorrebbe lei. Come vorrebbe lui. Cosa si aspettano i lettori. Mi sono chiesta se restare fedele e coerente al mood della storia, percorsa da un che di inspiegabilmente inevitabile, ma sempre trattenuto.

    Un uomo a letto girato di spalle non è scontato voglia darti le spalle. Nella complicità di una coppia può essere un invito. Può essere un piccolo gioco fingere di dormire. Spegnere la luce per accendere la passione. Quante possibilità. Quante porte potrebbero aprirsi. Ogni lettore a questo punto potrebbe decidere l’ultima pagina, a seconda delle proprie inclinazioni, dei propri desideri, oppure di quelli che sospetta possano essere quelli dei personaggi, fedele a loro ma non a se stesso. Nella mia scelta sono stata assolutamente infedele a me stessa. E chiudere con l’indifferenza, con questo sospeso trascinato e pesantissimo, è stato quasi una violenza. Non volevo ma dovevo. 

    Nella poesia ci sono io e solo io e anche quando abbandono la prima persona, la poesia è il grado zero, è nudità, non è finzione né mistificazione. Nella prosa l’io ha modo di esprimere l’essere, le possibilità, i desideri, ciò che non vorrebbe, quel che non si aspetta, puoi esserti infedele, tradirti, quello che conta è riuscire a creare un personaggio con una personalità propria così da diventare un individuo capace di cose che non avremmo mai fatto. 

    E io no, non mi sarei girata dall’altra parte.

    • Grazie a te, Silvia. E’ sempre un piacere.
      Andrebbe detto – sempre per dovere di cronaca – che ne avevi composto un altro, di finale, prima di questo. Il “tuo”. (lo pubblico in un altro commento, se non ti dispiace, dimmi tu)
      Ho apprezzato davvero tanto questo.
      Perché è anche mio. E’ quello che avrei scritto (magari non così bene), come ti dicevo, se non avessi optato per alzare il coperchio del vaso di Pandora. Ho apprezzato la tua capacità di immedesimazione e lettura, di legare e perpetrare uno stile, una cifra, che è anche mia (tu che hai letto quasi tutto di me, lo sai). Hai dato vita a una sorta di “metempsicosi” letteraria. Con facilità, una capacità – sempre in termini letterari – non da poco. Venendo meno, così, al tuo istinto, che sarebbe andato in un’altra direzione, avrebbe popolato la tavolozza di altri colori, suoni e umori.
      Brava.

  3. C’è un ché di definitivo in questo finale. Una mestizia insormontabile che pare irrisolvibile. Il giorno dopo sarà uguale al precedente. Segue molto bene il filo che hai tracciato tu Paolo. Complimenti a Silvia

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