In croce

Sono di nuovo costretta
ad uscire verticalmente dal desiderio.
Il pensiero è appianato sulla volta cranica.
Non trovo alcuna possibilità per l’annichilimento.
Il corpo non dà tregua alle parole.
Il dialogo si fa serrato.
Si dileggiano i sentimenti.
Piccole variazioni d’umore sul tema.
Dimenticando così l’unica verità:
lo stupro della mia adolescenza.

[I.P., 17/7/2018]

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11 thoughts on “In croce

  1. Nel titolo vorrei fosse implicita la possibilità di resurrezione. Ma, come un cristiano crede per fede, chi scrive, allo stesso modo, deve credere. Dove credere significa credere in se stessi, avere fiducia in se stessi. Allora questi versi dolorosi si risolverebbero nel titolo, che è condanna e speranza insieme. La verità, dicono, è tale, quando è possibile da dimostrare. Ma un certo tempo è passato. E’ vissuto. Non è modificabile. Il futuro invece è tutto da costruire. Il futuro è un desiderio. Desiderare è diverso da volere. Desiderare è tensione, è divenire.

    • La croce… Non so se l’hai vista anche tu, ma c’è. L’ho avvertita subito, alla prima lettura. E’ disegnata, tracciata, incisa in quei primi versi:
      “Sono di nuovo costretta
      ad uscire verticalmente dal desiderio.
      Il pensiero è appianato sulla volta cranica”.
      C’è un movimento rapido verticale (forzatamente cerebrale, manipolato, come direbbe l’autrice) ad eludere e fuggire il desiderio, che percorre l’intera colonna. E’ un moto di risalita dalle viscere, dal ventre.
      E c’è la stasi lacuale, addensata, piatta, orizzontale, quella del pensiero. Proprio lassù, a livello del cervello. La scatola cranica lo ingabbia e lo trattiene, ne fa tetto. Che preclude e impedisce altri orizzonti, di addivenire ad altro.
      Non so tu, ma io appena me la sono sentita leggere al telefono questa poesia. ho visualizzato i due bracci di una croce. Il primo, quello più alto, possente, puntato verso l’alto. Il secondo, che trattiene e blocca quella freccia (che forse farebbe bene a rivolgersi verso il basso, nella pancia, e poi ancora più giù, sotto terra, nel ventre della terra, all’origine di ogni cosa – nell’humus…).
      Ebbene, io in questa “croce”, che è carne viva ed è forza, che è lotta ed è tensione, ebbene io in questa croce ci credo.
      Io spero, continuo a farlo, non ho mai smesso.
      E nemmeno lei.

      • E’ così anche per me, che posso dire di “viverla da vicino”. L’autrice mi ha letto il testo della poesia (ascoltarla, invece di leggerla, è stato diverso) ed ho subito “visto” gli elementi di cui al mio commento. La poesia non aveva titolo e le ho proposto “La croce”, poi modificato in “In croce” alle successive riletture.
        Il potere della poesia, dico una trivialità – mi si perdoni, è connaturato a questa non-definizione, al fatto che si intuiscano, ma non si acceda completamente a dei concetti, a dei significati. Il suo essere evocativo dà libertà, di interpretazione, identificazione, proiezione.
        Io, tuttavia, qualche chiave di accesso posso dire di averla. Ci sono alcuni elementi essenziali, che provo a tratteggiare, per non deturpare, per non banalizzare.

        Il conflitto e la faticosa convivenza con il desiderio. Quello sessuale, carnale. “IL” desiderio. Il motore implacabile e insaziabile, più o meno latente, più o meno riconosciuto o ammesso, di ogni esistenza. Di un livello della nostra esistenza (se proprio non vogliamo attribuirgli la più totale autarchia).
        Il conflitto con il desiderio che è pulsione costante, quasi dolorosa, fisica, localizzata, genitale. E’ calore e tensione, difficile da gestire nella sua insistenza.
        E il conflitto con la ragione, che vi si oppone, che non lo accetta in virtù di un totale dissenso, la più convinta miscredenza originante, a sua volta, da qualcosa di incontrollabile e oscuro, come l’inconscio.
        La ragione organizza così in catene di pensiero il rifiuto che l’inconscio propone (è l’uscita verticale, cerebrale, dal tessuto viscerale, carnale del desiderio).
        Ha luogo così un feroce braccio di ferro.
        “Il corpo non dà tregua alle parole.
        Il dialogo si fa serrato.”
        Un conflitto spossante, angosciante, debilitante.
        Ecco che allora si vorrebbe uscire da questa snervante e faticosa altalena. La mente prova a pensare a una via di fuga, a un espediente per sottrarvisi (“l’annichilimento”). Ma non vi riesce, non può. L’inconscio è più forte e s’impone. Il suo di pensiero rimane lì, incastrato, a formare un tetto e una barriera invalicabili. Non c’è modo di arrestare, annichilire, il suo costante lavoro.
        Alla luce di tutto questo la relazione, il confronto e il dialogo con l’altro, assumono i connotati della recita, della finzione (“Si dileggiano i sentimenti.
        Piccole variazioni d’umore sul tema.”), o quanto meno di una realtà non decifrabile attraverso i filtri della propria psiche e delle proprie pulsioni così esacerbati e devianti.
        Si rimane intrappolati nell’io.
        Concentrati e condannati al proprio conflitto interiore. Perché è da lì che origina ogni cosa.
        Si arriva così alla chiusura potente e rivelatrice, che non serve commentare.
        Un trauma che come ferro appuntito attraversa le tue ossa “inchiodandole” al legno di un’esistenza segnata.

        Ecco. Parole, inutili parole che – forse – aiutano la lettura, col rischio però di impoverirla.
        Spero di non aver soltanto tolto.

        Ti ringrazio per la lettura e la curiosità che l’ha mossa.

      • Di nulla! Ecco, molte parole che hanno solo aggiunto, a ciò che avevo già compreso, un contorno 😀 nhaa, non hanno tolto nulla alla poesia.

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