[O] (7.)

[O] (7.)_Jamones

Jamones – Web

In camera, sul tavolino, trovarono un pieghevole con la mappa del centro storico. Lì accanto era comparso un piccolo vaso di ceramica bianca con dei garofani rossi. Vedendolo, June e Robert si accorsero di un’altra cosa: il profumo. Nonostante la finestra fosse rimasta aperta, nella stanza si sentiva un intenso profumo floreale. Mughetto, decretò June. Comunque non aveva niente a che vedere con l’acqua di colonia del vecchio albergatore. “E’ suo”, disse June alludendo alla donna dell’appartamento del piano di sotto, la stessa che li aveva accolti all’ingresso poco prima. Scrutò il marito in cerca di una conferma della sua esistenza. “E’ lei, è stata qui”, aggiunse. Si guardarono intorno in cerca di qualche altro segno del suo passaggio. Fissarono il letto sfatto, indecente, gli asciugamani ancora umidi, uno per terra, l’altro sulle lenzuola. Gli zaini appoggiati alle pareti che ingombravano il passaggio. Robert provò un senso di vergogna all’idea che quella donna aveste visto il disordine di quella camera. Se l’immaginò ai piedi del letto, in silenzio, con lo stesso portamento, sobrio ed elegante, che aveva mostrato poco prima. Tolse le pedule da sopra la sedia e le appoggiò per terra. Poi raccolse gli asciugamani bagnati e andò a stenderli in bagno, sul supporto del paraspruzzi sopra la vasca, stando attento a non far crollare tutto.
Voleva rifare il letto, ma June ci si era seduta sopra con la mappa della città aperta in mano. Senza che se ne accorgesse, Robert la fissò dall’alto per qualche istante, come fosse un’estranea. Si sorprese a desiderare che non fosse lì.
In quel momento June alzò lo sguardo su di lui. “Hai fame?”, disse porgendogli l’opuscolo con l’indice premuto su una fotografia. “Che ne dici?”
Robert mise a fuoco l’interno poco illuminato di un ristorante. Sembrava una cantina. “Va bene”, annuì. Ma la sua attenzione fu attratta da dei cerchi rossi tracciati a matita in alcuni punti della mappa.
Qualcun altro è passato di qui, pensò esaminandoli. Forse non molto tempo fa.
“Facciamo un giro”, disse. “La cattedrale sembra molto bella”.
“Barocco tipico della regione”, puntualizzò June. “Tutta la piazza deve essere molto bella. Hai visto? C’è un aranceto”, gli indicò una foto.
“Ci saranno di sicuro dei ristoranti con i tavoli all’esterno”, aggiunse. “Se preferisci, ceniamo lì”. A Robert piacevano i posti all’aperto, soprattutto nelle serate calde d’estate, June lo sapeva.
“No, va benissimo il fresco di una cantina”, disse lui restituendole il pieghevole.

Rinfrescatisi, uscirono alla volta del centro. Una breve visita all’antica piazza e alla cattedrale, chiusa, poi si addentrarono negli stretti vicoli medievali in cerca del locale caratteristico dove cenare.
Scattarono delle foto. June aveva sempre voglia di farne qualcuna in pose scherzose, era come una ragazzina in questo. Scattava, contemplava il risultato sul visore della sua macchina fotografica tascabile, infine decideva se salvare, ripetere o lasciar perdere. Robert si sottoponeva disciplinatamente a quella piccola tortura.

“Questa è carina”. Mentre aspettavano di prendere posto a un tavolo, June gli porse la fotocamera. La foto in realtà l’aveva scattata lui. June si trovava a metà di una rampa di scalini alle sue spalle e nella foto, che mostrava Robert in primo piano, appariva più piccola di lui, una specie di folletto che usciva col busto dalla sua testa agitando le braccia come un giullare. Nel pigiare il bottone Robert non si era accorto di quella posa teatrale.
“Sembri Minerva”, disse sorridendo. “Una Minerva particolarmente gaia, direi”.
“Beh, nemmeno tu sembri sconvolto dai dolori del parto”, rispose June.
Robert fece scorrere avanti e indietro le immagini in cerca di altre rivelazioni. Nel frattempo un uomo vestito di scuro con un grembiule consunto allacciato in vita gli fece cenno che si era liberato un tavolo.
Presero posto e poco dopo l’uomo venne a prendere l’ordinazione. Scelsero pimientos per antipasto. Come secondo Robert chiese un piatto jamon, June ordinò del pulpo. Da bere birra per entrambi.
“Bevi anche tu?”, chiese Robert sorpreso, June non beveva quasi mai, molto raramente la birra.
“Ho sete”, fece lei.
Si guardarono un po’ in giro. Il posto era molto carino, avevano fatto bene ad aspettare prima di scegliere. Si trovavano sotto il livello della strada. Entrando avevano infilato una scala e nell’attesa avevano potuto osservare i tavoli dall’alto. Era un enorme salone all’interno di una galleria in pietra, dalla quale pendevano vecchi candelabri di ferro. Sul lato del tavolo dove si erano seduti loro erano appese diverse file dei prosciutti.
Robert vide il lampo di un flash. Si voltò mentre June ridendo gli mostrava il suo profilo incastonato fra le cosce di maiale appese.
“Ti senti a tuo agio, lì in mezzo?”, lo punzecchiò.
“Il mio habitat naturale”, disse Robert.
Lei lo guardò con aria provocatoria e sensuale.
“A cosa brindiamo?”, disse sollevando il proprio boccale.
Era la domanda di rito.
“Al viaggio”, dissero entrambi.
“Toccati il naso”, disse June.
Robert controllò le tasche dei pantaloni. Il vecchio nell’uscire gli aveva dato una chiave del portoncino dell’albergo. Si accertò che fosse ancora lì dove l’aveva messa.
“Che c’è?”, chiese June.
“Niente, per un attimo ho creduto di non avere più con me la chiave dell’albergo”.
“Ci mancherebbe solo quello”, disse lei. “Non mi va di dormire aux belles étoiles, non stasera quanto meno, sono troppo stanca”.
“Non l’abbiamo mai fatto”, notò Robert.
“C’è sempre una prima volta, se è per questo. Ma facciamo un’altra”.
“Pregusto già il nostro comodissimo letto”, fece lui sarcastico.
“Per quanto ne so, stanotte andrà benissimo”.
Robert immaginò lui e June, stesi su quel materasso sgangherato e pieno di macchie, nel bel mezzo di un amplesso. Non disse niente.

“Ti ho mai raccontato di quella volta che fummo sequestrati in albergo?”, gli chiese June poco dopo.
Robert mandò giù un sorso di birra. “Sequestrati?”
“Sì, sì, da non credere”. June fece un gesto con la mano e tirò un lungo sospiro preparandosi a raccontare quello che aveva tutta l’aria di un brutto ricordo.
“Sarà successo più di dieci anni fa”, disse, “qui, in Spagna, a Granada”.
“Stavo con Alfred ai tempi, non eravamo ancora sposati”, aggiunse in inciso. Robert non ci fece caso. Non gli dava fastidio sentir parlare dell’ex marito di June. Era lei quella gelosa fra i due.
“Volevamo visitare l’Alhambra, ma non era possibile prenotare. Bisognava mettersi in coda di prima mattina e si entrava finché non esaurivano gli ingressi per quel giorno. Per questo scegliemmo quell’albergo, perché era molto vicino”, scosse la testa sorridendo incredula.
“In fondo non era nemmeno troppo male, se non fosse stato per le infime condizioni delle camere. Mi ricordo che per aprire la finestra dovevi salire sul letto. Il bagno era un buco e non c’era nemmeno un mobile o un armadio, niente. Ma era tutto bianco, luminoso. Tutto era ricoperto di intonaco e calce bianca, in perfetto stile qasba. Il tetto era piano e sul tetto c’era una piccola piscina in cui abbiamo passato buona parte del pomeriggio a rinfrescarci chiacchierando con tre ragazze di New York. Il mattino seguente ci alziamo alle sei, ci vestiamo e facciamo per uscire, ma non possiamo”.
Robert, che stava giocando con il picciolo di un peperone, la fissò. “Non potete…”, disse.
“Già. Perché scopriamo che il portico d’ingresso è chiuso da un’inferriata di ferro!”, esclamò June. “La sera prima non c’era, accidenti”, disse infervorandosi. “E il mattino dopo era lì con tanto di serratura e catenacci”.
“Incredibile”, fece Robert, prendendo un sorso di birra. “Non l’avevate vista”.
“Certo che no! Per quel che ne so, poteva anche non esistere fino al momento prima che sbucassimo dalle scale. La porta che si usava per salire alle camere era aperta, ma l’accesso al cortile e all’intero edificio era sbarrato da quel dannato cancello. Non so se in quello stabile ci fossero solo stanze a pagamento, fatto sta che nessuno poteva uscire di lì senza chiavi. E noi non le avevamo le chiavi”.
“Quindi, cosa avete fatto?”, chiese Robert.
“Siamo tornati sui nostri passi in cerca dell’albergatore. Ripensandoci era davvero un tipo strano. Bianco, sulla sessantina. Leggermente obeso, con una lunga barba bianca e quasi completamente calvo”, mise in bocca l’ultimo pimiento. “Quasi certamente ebreo”, disse affilando lo sguardo. “In ogni caso, di lui nessuna traccia. Bussiamo più volte allo sportello della portineria. Nulla. Torniamo all’inferriata, non sappiamo che fare. Alfred prende a scuoterla, ma è decisamente solida. Nel frattempo ci raggiungono diverse altre persone e in men che non si dica è già passata più di mezz’ora. Passano altri dieci minuti e davanti al cancello saremo almeno una decina, tutti lì per lo stesso motivo. Tutti che rischiano di non poter entrare al palazzo reale e di veder sprecato un giorno di permanenza nella città”.
“Non avevamo modo di contattare l’uomo, se non attraverso il numero di telefono dell’albergo. Ma non rispondeva nessuno. Sentivamo il telefono squillare in portineria, ma evidentemente l’uomo non alloggiava lì. Più passava il tempo, più le persone cominciavano ad agitarsi, a infuriarsi. Qualcuno propose di chiamare la polizia”.
“Fra quelli c’era un italiano con la sua fidanzata. Me lo ricordo bene, giovane, magro”. Assorta, June fece una pausa mettendo a fuoco i propri ricordi.
Nel frattempo avevano finito la birra e ordinarono un secondo giro. Nel locale il brusio di fondo stava aumentando. Diverse persone affollavano il bancone, mangiando e bevendo in piedi.
La birra arrivò subito. Per colpa dei pimientos e del prosciutto Robert aveva più sete di prima e bevve subito avidamente. “Vai avanti”, disse asciugandosi con il dorso della mano.
“Quel ragazzo, l’italiano, era furibondo, fuori di sé. Cominciò a urlare, sempre più forte. Non capivo cosa dicesse esattamente, ma poi afferrai il significato della parola che ripeteva in continuazione battendo sulle sbarre della cancellata. Rapimento. Ci hanno chiusi dentro! Aiuto!, gridava. Siamo stati rapiti! Rapimento! Cercava di attirare l’attenzione di qualcuno sulla strada. Fino ad allora non avevo capito la gravità della situazione. Pensavo fosse solo questione di tempo e che tutto si sarebbe risolto da un momento all’altro. Invece non era così, era passata quasi un’ora da quando eravamo scesi e non si era ancora visto nessuno. Inizialmente io e Alfred avevamo riso della situazione. Questa gente è davvero strana, avevamo detto, pensando al l’albergatore che ci era parso scrupoloso, quasi sospettoso, quando aveva esaminato i nostri passaporti. Ma quando quel giovane italiano cominciò a urlare e piangere di rabbia, ho cominciato a preoccuparmi. Pensa se si fosse sentito male qualcuno”.
Robert fissò June allibito. “Che storia assurda”, disse.
Per qualche strana associazione di idee gli tornò in mente l’incendio che avevano visto quella mattina, entrando in città. Una sottile ma densa colonna di fumo nero. Scacciò il pensiero e con esso i dubbi sulla salute mentale del proprietario dell’albergo.
“E come è andata a finire?”, chiese prendendo un pezzo di pulpo dalla forchetta di June.
“L’uomo arrivò poco dopo, ma non si scusò, per niente. Anzi, data la reazione da parte di tutti, sembrava fosse stato offeso lui. Come sola giustificazione disse che non era la prima volta che qualcuno se ne andava senza pagare. E nel dire così fissò proprio l’italiano. Non lasciò uscire nessuno finché non ebbe i soldi da chi non aveva ancora pagato la stanza”.
“Una mattanza”, intervenne Robert. “Quello non era un affitta camere, era un pescatore”. Risero.
Ordinarono una fetta di dolce che divisero in due e dell’altra birra.

“Dobbiamo ancora dare i soldi al vecchio”, disse Robert a un tratto.
“Quando rientriamo in albergo sarà un po’ tardi”, disse June. “Non lo disturberei”.
“Domattina, prima di partire”.
“E lui cos’è?”, chiese June. “Il badante di una donna fantasma?”
“Tu guardi troppi film dell’orrore”, disse Robert.
“Va bene, e allora chi è quella donna?”
“Quale donna, di che donna parli?”
“Non fare lo scemo!”, protestò June.
“Vediamo almeno di non rimanere intrappolati nella bussola domattina”, disse Robert ridendo.
“Smettila, sai che mi impressiono facilmente”.
“Va bene, va bene”.
“Propongo un brindisi”, disse Robert dopo un momento, alzando il boccale.
“Sentiamo”.
“Al mistero”, disse.
“A ciò che ci emoziona”, rilanciò June.
“A ciò che rende attraente la vita”, aggiunse.
“Al desiderio”.
June abbassò lo sguardo. Robert le prese una mano. Lei lo guardò e sorrise in silenzio.
“Ai sequestratori!”, esclamò Robert di nuovo.
“Smettila!”

Per qualche istante osservarono la gente intorno a loro. Il locale ormai era gremito.
“Alla fine siete riusciti a visitare la reggia o avete dovuto rimandare al giorno dopo?”, volle sapere Robert.
“Arrivammo appena in tempo. Quell’uomo ci lasciò andare per primi”.
“E l’italiano pagò o venne giustiziato?”
“Che stupido che sei! Lo ritrovammo in coda all’ingresso del palazzo. Era dietro di noi che ancora inveiva alla volta di quell’uomo, raccontando di quell’episodio ai vicini in fila. Lui e la fidanzata, però, rimasero fuori”.
“Che disdetta”, commentò Robert.
“Io e Alfred ripartimmo il giorno dopo”, disse June, seria. “Passammo sola una notte in quel posto”. Anche qui, per fortuna, pensò.
“Che dici, ci avviamo?”, fece Robert a un tratto. “Si è fatto tardi e domani ci aspettano altri venticinque chilometri, se non ricordo male.
“Andiamo, sì”, disse June incupendosi al solo pensiero di dover rimettere gli scarponcini. “Dammi una mano”, disse al marito mentre salivano le scale. “Sono un po’ brilla”.
“E dobbiamo ancora scoprire le qualità nascoste di quel letto!”

A un certo punto, sulla strada verso l’albergo, June fece fare due passi di danza a Robert in mezzo alla strada.
“June…”, disse lui irrigidendosi
“Dai, lasciati andare, fregatene di chi ci guarda. Coraggio, non essere il solito manico di scopa”, lo incitò, e riprese il ritornello di una canzone cubana.
“Hai bevuto davvero”, commentò Robert mentre la prendeva in uscita da una giravolta.
“Oh-oh!”, fece June togliendosi un sandalo. “Guarda, si è rotto”.
Fece il resto del tragitto con un piede scalzo.

Usciti dalla porta della città vecchia, si ritrovarono di fronte l’anonima facciata dell’albergo. Era buio ormai, l’insegna era spenta. Nessun segno che vi fosse un albergo in quell’edificio. Delle lampade sospese sulla mezzeria della carreggiata illuminavano l’incrocio. Prima di attraversare, Robert alzò di nuovo lo sguardo.
“Guarda!”, esclamò.
June guardò su.
La luce della loro stanza era accesa.

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14 thoughts on “[O] (7.)

  1. Molto bravo. Le chiacchiere finali al ristorante mi piacciono molto. Pure il pezzo iniziale quando lui vorrebbe rifare il letto e sente l’imbarazzo del disordine. Un piccolo neo è il troppo stacco tra la scena di loro con la mappa e l’andare fuori a mangiare. Potresti descrivere che si preparano per uscire. Molto bravo!

    • Ci sta, hai ragione.
      A volte si ha paura di annoiare, ma, non so bene come mai, con Robert e June si sta bene. Li si segue volentieri, in tutte le loro mosse (dall’inizio dicono di più col linguaggio del corpo che a parole). Un po’ come in un film.
      Stavolta ho voluto dare loro più voce.

      Grazie del consiglio, Tiziana.
      Nei prossimi giorni mi sa che ritocco il brano. Così sapremo di che fattura era il sandalo che ha tradito June nel bel mezzo di una piroetta.

  2. Bene, quattro chiacchiere dei bei tempi andati innaffiate con cerveza, prima di…essere “giustiziati”😂
    Hai creato il cliffhanger con cura certosina e dissimulando una tranquilla sera a cena. Ora quella luce accesa…ma non è che se la sono dimenticata accesa i due “volponi”? Temo di no.

    • Qualcosa mi dice che non è così.
      Ma forse è solo la versione delle cose che ci attrae di più…

      Grazie dell’attenzione, Red. Sei riuscito a “metterti a pari”. Il tuo rimando su ciò che scrivo mi è sempre molto gradito.

  3. R&J sono finalmente due compagni di viaggio. Finalmente un po’ di complicità. Non sono tra quelli che amano le stesse cose e vedono tutto con gli stessi occhi. Sono solo apparentemente complementari.

    Ora c’è il grosso rischio che io interpreti i loro comportamenti alla luce della mia personale visione e li legga con il filtro, come se dovessero andare per forza dove dico io.

    Nel loro viaggio all inclusive ci sono scazzi e incomprensioni. Momenti in cui vorrebbero essere soli, momenti in cui si aspettano dall’altro una risposta che non arriva. Magari provano a suggerirla. Un po’ ce li immaginiamo, ci piacerebbe che tornassero in albergo e consumassero un amplesso. Robert ci pensa. June lo stronca raccontando un episodio del passato. Non è un gesto volontario, non è che stesse civettando e di colpo cambia idea. Lei è proprio così. Lui la conosce, la accetta, la segue, la asseconda. Scivola tra le comparse. C’è lei la protagonista. Il suo ex marito. Il loro passato. Robert è uno spettatore capitato non per caso in un cinema dove proiettano tutt’altro rispetto alla locandina esposta. Poi ci riprova, mi vien da dire a fare il romantico. June ci sta e quando sta per lasciarsi andare Robert cambia di nuovo registro, si lascia prendere dall’ironia, se fosse un ragazzo gliela potremmo anche perdonare, ma June non ci sta, l’alcool la sostiene ma Robert vuole sapere come va a finire il film. Robert mi fa incazzare. Non dovevo dirlo? Ecco tra i tuoi personaggi maschili, quelli che avevamo definito stronzi, lui è lo stronzo mansueto. Per par condicio. Non è che faccia il tifo per June. E’ una che non vuole perdere e che non sa perdere.

    • Silvia, di questo passo corri il rischio di essere censurata. Sei più dentro tu nella storia e i personaggi del sottoscritto!! Li vedo, li vivi. E mi previeni.
      Mi piace tanto questo tuo commento ” di pancia”. Ci sei. Racconti e déjà vu dei personaggi si fondono nella matrice del nostro stesso vissuto.
      Ma devo dire che la definizione di “stronzo mansueto” (che fa pendant con quella di “bastardo mascherato”, altrettanto azzeccata), mi fa davvero sorridere compiaciuto.
      Io non faccio il tifo per nessuno e per tutti. In quanto autore, non sono nessuno, ma soprattutto sono in tutti. Magari nei loro lati peggiori, chissà.
      Ora vedremo come andrà a finire.
      Non so perché, ma ho il timore che il tuo finale possa essere più bello del mio.
      Sono uno stronzo che non sa perdere?…

  4. la foto con quei prosciutti appesi che sembrano pipistrelli rimanda direttamente alla cantina-ristorante del racconto e anche se la didascalia dice web mi piace pensare che l’abbia scattata tu, in un intreccio di memoria e di fantasia. Forse te l’ho già detto in un altro commento ma mi affascina l’atmosfera delle camere d’albergo disadorne o proprio sciatte dove si arriva spossati e dove proprio la stanchezza aiuta a fantasticare su albergatori e cameriere. In questo senso il racconto di June di una sua precedente esperienza in un albergo in qualche modo simile all’attuale in quanto a stranezze credo serva ad autosuggestionare i due personaggi (e con loro il lettore) scatenando la loro fantasia e senso di mistero di fronte a qualche altro eventuale episodio “strano” che vivranno in quell’albergo.
    per ora è il brano che più ho gradito
    ml

    • È anche un pò mia, ormai, quella foto.
      Ma qualcosa di molto simile, se non identico, esiste nella mia memoria.
      Sì, ricordo il tuo commento e la predilezione. Le camere d’albergo, meglio se anonime e spoglie (come diceva Camus), credo che in fondo ci diano un’occasione. Ha a che fare con la voglia di reinventarsi, rinascere, immaginarsi e ridefinirsi. Liberamente. Almeno così credo io.
      Sono davvero felice ti sia piaciuto il brano. Direi più scorrevole e “naturale” dei precedenti. I personaggi si muovono un pò più liberi sulle loro gambe…
      Grazie dell’attenzione, Massimo.
      A presto!

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