[O] (3.)

[O] (3.)_Hotel room

“Hotel Room” (E. Hopper, 1931) – web

La cabina si riempì dell’afrore emanato dagli indumenti della coppia, mescolato al profumo d’acqua di colonia del vecchio. Nel breve viaggio fino al secondo piano, Robert osservò quell’uomo. Aveva radi capelli bianchi pettinati all’indietro, fissati da un sottile strato di brillantina in una serie di strisce che, seguendo l’impronta del pettine, morivano all’altezza della nuca. Indossava una camicia a maniche corte, fine e ben stirata, ma un po’ lisa sul collo. I pantaloni, d’un grigio molto chiaro, cadevano dritti senza fare una piega. Infine le scarpe, di tela chiara, senza stringhe, simili a ciabatte.
Uno scossone li avvisò che erano arrivati al secondo piano. Il vecchio abbassò una leva e cigolando la porta s’aprì su un buio corridoio. L’uomo vi si inoltrò senza indugi. S’udì lo scatto di un interruttore, seguito dallo sfarfallio dei neon risvegliati da un lungo letargo. Un’incerta luce giallastra tinse la graniglia del pavimento di un colore indefinibile.
A quella visione June provò un immediato senso di disagio, che però non suscitò in lei il prevedibile allarmismo. Probabilmente, come confessò in seguito a suo marito, la stanchezza accumulata in quei giorni di cammino si era impadronita di lei, al punto da inibire ogni suo prevedibile moto di repulsione. La soglia di sopportazione di Robert, invece, era più alta, ma altrettanto falsata dallo stato di indolente imperturbabilità in cui la lunga tappa a piedi l’aveva condotto.
Si ritrovarono di fronte a una scialba porta tamburata con tre cifre d’ottone inchiodate sopra. Stanza 201. Il vecchio fece girare la chiave e aprì la porta. Di nuovo li precedette nell’oscurità. Per qualche istante June e Robert udirono soltanto i suoi passi, poi ci fu un clamore e delle lame di luce cominciarono a filtrare fra le liste di una tapparella. Sollevarla fu una piccola impresa per lui: i suoi gesti erano decisi, ma apparentemente privi della forza necessaria. Aprì l’unica finestra. Dopo aver fissato l’anta scorrevole a una cerniera arrugginita a metà altezza e aver spiegato ai due come sbloccarla di nuovo, il vecchio si portò verso l’uscita. Robert lo fece passare appiattendosi contro la parete. Non c’era molto spazio lì dentro, la camera era molto piccola e per lo più occupata dal letto. Sulla soglia l’uomo sorrise e fece un movimento circolare con una mano, come a dire: si commenta da sola.
Prima di andarsene biascicò ancora qualcosa. A Robert parve che parlasse di una telefonata e come faceva sempre, guardò June con aria interrogativa. June fece ripetere al vecchio, il quale, non senza una punta d’orgoglio, disse che se lo desideravano, potevano anche telefonare. E indicò il ricevitore che si trovava sul comodino, l’unico che c’era, alla destra del letto, accanto alla finestra. Prima di uscire, spiegò, dovevano passare per il centralino, per farlo bastava comporre uno “0”. June rispose che non ne avrebbero avuto bisogno. Al che l’uomo si defilò tirandosi dietro la porta.
Robert rimase colpito da un oggetto che si trovava vicino al telefono, appena più in alto, sulla parete, incassato in un pannello di legno che in base al disegno originale doveva rappresentare il prolungamento della testata del letto. Un apparecchio – non sapeva come meglio definirlo – simile a una radio, che un tempo era forse collegato a un impianto di filodiffusione, oggi sicuramente fuori servizio. Il pannello che lo ospitava si stava staccando dalla parete e pendeva vistosamente. La tappezzeria sgualcita, il linoleum segnato del pavimento e altri segni di degrado contribuivano allo squallore dell’ambiente in cui si trovavano.
Rimasero in silenzio davanti a quello scenario. Robert, che esitava all’idea di scegliere la propria parte di letto, guardò dalla finestra la strada trafficata sotto di loro, che contornava le mura della città antica. Sui bastioni si scorgevano delle persone, alcune facevano jogging. Alle sue spalle, June diede vita a un sommesso brontolio. “Ma che razza di letto è questo?”, sbottò a un tratto. “E’ piccolo, corto, come facciamo a dormirci in due? Tu non ci stai nemmeno. Non è neanche una piazza e mezzo”. Alzò il copriletto. “Ed è pure sporco. Accidenti, guarda le lenzuola: sono macchiate”. Videro che erano di una misura più piccola rispetto al materasso, il quale ne sbucava fuori come un ventre gonfio da una maglietta troppo stretta. June strattonò il lembo che aveva sollevato lasciandolo cadere di lato. “Ma dove siamo finiti? Guarda!…”, piagnucolò. Anche il materasso era chiazzato.
Ma più protestava, più s’arrendeva all’idea di rimanere in quel luogo deprimente, in quelle misere condizioni. I suoi lamenti non facevano altro che agitare un corpo già immerso nelle sabbie mobili, facendolo sprofondare ulteriormente. In un’altra occasione non avrebbe esitato un momento, se ne sarebbe andata da lì senza pensarci due volte. Ma quel giorno qualcosa le impediva di farlo. Mentre fissava una grossa macchia color ruggine sul materasso ripeté più volte di essere stanca. Era stanca, sì, infinitamente stanca.
Nel frattempo Robert, scavalcato il letto, ispezionava il bagno. Il bisogno impellente di farsi una doccia dovette subito fare i conti con l’immagine della vasca in cui sarebbe dovuto entrare: non vedeva un goccio d’acqua da mesi, forse anni, e un’impronta arancione ne solcava il fondo fino allo scolo. La tenda di plastica, irrigidita, aveva assunto un colore ben poco invitante. Controllò che dal rubinetto scendesse almeno l’acqua. Girò la manopola, che emise un gemito, e dopo un momento udì un fremito agitare le tubazioni; infine un sottile getto d’acqua sgorgò dal rubinetto e percorse il fondo incrostato della vasca, mentre un ululato metallico attraversava lo scheletro dell’edificio, estinguendosi lentamente. Un lamento che avrebbe accompagnato ogni loro passaggio in bagno. Per la gioia dei vicini, pensò. Vicini, quali vicini?
Scrutò con sospetto le fughe delle piastrelle, le condizioni del water, dell’esile coperchio di plastica. Il bagno era cieco e privo di ventilatore, notò. Non c’era nulla di razionale nella disposizione dei sanitari. Le pareti seguivano un perimetro irregolare, come se fossero state ricavate sottraendo spazio al resto, ottenendo il risultato di un caotico buco e una camera mutilata.
June era in piedi davanti allo zaino aperto, appoggiato sul letto. Non desiderava altro che farsi una doccia, cambiarsi e uscire da lì. E tuttavia esitava. Era stanca e si sentiva a disagio. Qualcosa non andava e non era solo per colpa dell’albergo e di quella misera stanza.
“Vai a dare un’occhiata”, le disse Robert uscendo dal bagno. “Non c’è una parete perpendicolare all’altra. La doccia è quella che è…”
June entrò e non disse più nulla. Si sciacquò la faccia e s’asciugò con l’unica salvietta appesa accanto al lavandino. Controllò che ci fosse la carta igienica: c’era un rotolo metà consumato. Chiuse la porta e si sedette sul water.
Robert frugava inutilmente nello zaino in cerca di un cambio. Ripeté gli stessi gesti, finché s’accorse che stava girando a vuoto. Era spossato. Si stese sul letto. Il materasso, troppo molle, l’accolse cigolando e avvolgendolo. Ne sentì la sua superficie ruvida a contatto con la pelle. Chiuse gli occhi e capì che avrebbe potuto addormentarsi da un momento all’altro. Quando udì June tirare lo sciacquone, però, fece uno sforzo e si alzò in piedi. Non voleva che lo trovasse così.
“Questo albergo è indecente”, sentenziò June uscendo dal bagno. Pronunciò quelle parole come una condanna. “La carta igienica è quasi finita”, aggiunse, e tirò fuori dei fazzoletti di carta dalla trousse. “Faccio una doccia”, disse fissando Robert, che non replicò. “Vuoi farla prima tu?”, chiese. “No, vai prima tu”, rispose lui. La osservò svestirsi e tornare in bagno con l’accappatoio sotto il braccio.
Si sedette di nuovo sul letto e guardò fuori dalla finestra. Le spalle sudate di una podista luccicarono al sole. Poi fu il turno di una coppia di turisti a passeggio. Quelle persone si trovavano alla sua stessa altezza rispetto alla strada, solo una ventina di metri li separava dall’unica finestra aperta dell’Hotel Rivera e da lui. Ma non lo videro, nessuno s’accorgeva della sua presenza.
Si stese sul letto. Quando il fremito lamentoso delle tubazioni cessò, udì il morbido fruscio dell’acqua della doccia, che cullandolo lo consegnò al sonno.

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26 thoughts on “[O] (3.)

  1. Quell’ “apparecchio” nella camera fa lo stesso inquietante effetto – chessò – di un pinguino con un kiwi nel becco: chi ce l’ha messo? A cosa serve? (ma magari a quest’ultimo interrogativo avremo risposta più in là)

    • Ah-ah-ah… Sorrido. Le tue immagini sono sempre molto efficaci.
      Un racconto minimalista (mancavano solo un posacenere sporco e la moquette marchiata dalle sigarette), con nuance noir vagamente surreali, hai ragione.
      Chissà se la mente arguta dell’autore (?!) saprà mettere ogni dettaglio al proprio posto?… (ho qualche dubbio, ma si sa mai…)

  2. In disordine sparso l’Hotel Rivera è un albergo di Cordova, un ostello di Cancun e un Hotel di Atene. L’immagine del mio personale Hotel Rivera è frutto della tua descrizione e del mio vissuto. Me lo sento veramente addosso, compreso lo zaino sulle spalle il ruolo di collegamento con il personale locale.
    Tutto quello che succede dopo mi fa stare con le orecchie tese…non so, ma non credo che riuscirò a dormire!

    per ora voto 4 stelle 😉

  3. abituato a muovermi senza prenotazione e a usare come elemento decisivo per la sosta la stanchezza accumulata, trovo particolarmente verosimile l’accettazione rassegnata dei due di una sistemazione palesemente inadeguata: io, questi luoghi, li etichetto genericamente come “vecchi alberghi di periferia” (anche se si trovassero in pieno centro) accomunati da un che di stantio e trascurato e da un loro imporsi alla scelta in modo ineluttabile. Ritrovo negli atteggiamenti e negli sguardi sconfortati di June e Robert quel misto di fastidio e rassegnazione che mi sono propri in frangenti simili e che nemmeno per un istante fanno prendere in considerazione la possibilità di mettersi a cercare un albergo più confortevole.
    è questa “normalità” di comportamento, a mio parere, a rendere l’atmosfera sospesa e vagamente inquietante. Non è successo nulla ma senti che qualunque cosa accada può assumere, in questo contesto di stanchezza e inadeguatezza, la connotazione di un piccolo dramma soggettivo o reale.
    staremo a vedere 🙂
    ml

    • Caro Massimo, ti assumo.
      Hai riassunto l’idea inespressa e inscritta (per fortuna), ne hai fatto un’antesignana sinossi. Hai scritto lo screenplay e pure il backstage (l’americano fa sempre figo), frutto di un territorio comune (tuo, mio e di molti altri), in cui in fondo ci piace infilarci e da lì osservare (senza troppi rischi però, almeno per me: siamo umili e fantasiosi scrittori, non cronisti…).
      Ti ringrazio perché non avrei trovato parole più esatte per definire il motore che anima questo racconto (in divenire).
      Mi piace(rà) rimanere su quella soglia sottile fra reale e immaginazione, fra esperienza e suggestione, fatto e proiezione, cronaca e narrazione. Cercando sempre più punti di contatto e di contaminazione fra i due.
      Staremo a vedere, quindi.

  4. Per chi ama viaggiare, quando sopraggiunge la stanchezza alla fine della giornata, l’albergo, l’ostello, il B&B, la camera a ore, qualunque sia la scelta del luogo dove ritemprare le forze per poi continuare il viaggio, può andare bene. Mi sono trovato in situazioni non estreme come queste descritte, ma vicine. Eppure il ricordo del viaggio non ne è stato affatto ridimensionato. Certo è che la nostra coppia si è infilata in un albergo che, fossi stato io, avrei abbandonato non tanto per lo stato di decadenza, ma per i troppi dettagli “fuori posto” che saltano all’occhio, non in ultimo l’amabile (?!?) signore che fa gli onori della Casa.

  5. Torno di nuovo per proseguire la sequenza corretta. Così mi è più chiaro e rinnovo i complimenti. Sembra di vedere la scena. Ho provato quel senso di stanchezza appena si arriva in albergo.

    • Ciao Tiziana.
      Grazie della visita e della lettura.
      Spero a breve di riuscire a mandare avanti la storia (il tempo per scrivere è quello che è e a volte se ne sente forte la mancanza…).
      Ci aggiorniamo.
      Buon avvio di settimana.

  6. Di nulla. Il tuo racconto a puntate mi piace e se vai con calma, per me, è pure meglio, così mi metterò in pari con la lettura. Buon inizio settimana. Corro anch’io che sono indietro (anche) con la scrittura. A presto.

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