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[O] (5.)_Attesa

Attesa – web

Il bottone si illuminò, ma l’ascensore rimase nel suo stato di immoto silenzio. Poi ci fu un rumore brusco, come di ghigliottina, la luce del corridoio si spense e June e Robert si ritrovarono a fissare quel fatuo disco luminoso brillare nel buio. Optarono per scendere a piedi.
La tromba delle scale era senza finestre e si mossero a tentoni. Da qualche parte doveva pur esserci un interruttore, si dissero, ma non lo trovarono, né esclusero che la luce fosse saltata del tutto, e con essa l’alimentazione dell’ascensore. Con cautela, appoggiandosi al corrimano, raggiunsero il primo piano e imboccarono la rampa di scale successiva. Arrivati ad un nuovo pianerottolo, si accorsero di non essere ancora al pianterreno: c’era un livello intermedio, quindi, un mezzanino. Il corridoio era leggermente illuminato da una finestra sul fondo, che a differenza delle altre aveva la tapparella alzata. Inoltre, a quel piano aveva una forma diversa, piegava in una specie di ala laterale che sopra non c’era.
Incuriosito, Robert volle dare un’occhiata e June lo seguì senza obiettare. C’era qualcosa che li attirava nell’immobilità e nel vecchiume che li avvolgeva: avevano la sensazione che quell’albergo li stesse aspettando, che aspettasse proprio loro.
“Robert…”, sussurrò June con un filo di voce. Si era fermata davanti a un porta socchiusa. Lui tornò sui suoi passi e le si avvicinò. June spinse un poco la porta. Lo fece senza pensarci, come fosse un atto necessario a determinare la vera ragione del loro essere lì in quel momento. Sbirciarono così all’interno di quella che pareva essere l’unica stanza dell’ala dell’albergo. Ma non si trattava di una stanza, bensì di un appartamento. C’era un anticamera, una specie di soggiorno e, al di là di un varco, un altro locale più grande. Dalle finestre la luce filtrava attraverso le veneziane abbassate, generando un chiarore diffuso. Il disordine regnava sovrano. Ovunque, mobili e sedie erano occupati da oggetti che sembravano essere stati abbandonati lì da chissà quanto tempo.
Robert spinse ancora la porta, che arretrò con un cigolio e mostrò loro una donna seduta col capo chino e le mani raccolte in grembo, immobile. Con l’aria completamente assorta, fissava la porzione di tavolo sgombra davanti a sé, apparecchiata. June e Robert la vedevano di lato, i capelli le coprivano in parte il volto. Difficile dire quanti anni avesse, poteva essere giovane, ma anche anziana. Perfettamente ferma, con lo sguardo nel vuoto, sembrava malata. Non si accorse di loro, non si mosse. In quella poca luce, se non fosse stato per gli occhi, che erano aperti, si sarebbe detto che dormisse. E invece no, attendeva.
Attendeva l’uomo dell’albergo, che sopraggiunse in quel momento dalla stanza accanto con indosso un grembiule e una scodella fumante in mano. Vedendoli sulla soglia, il suo sguardo tradì sorpresa e fastidio. Posò velocemente la scodella sul tavolo e si affrettò alla porta, mentre June e Robert farfugliavano qualche parola di scusa. Disse qualcosa che i due non riuscirono a decifrare, ma intesero perfettamente l’aggressività che si celava dietro le sue parole. Teso in volto, spinse la porta verso di loro, senza attendere risposta. In quell’istante la donna alle sue spalle si voltò. Mosse appena la testa, ma prima che la porta si chiudesse June e Robert poterono vederla in volto.

“Hai visto anche tu?”, chiese June mentre si affrettavano verso le scale.
“Sì”, rispose Robert, che non disse altro finché non furono fuori dall’albergo.
Approdati sul marciapiede, furono aggrediti dalla luce e dal caldo, ma nonostante tutto parve a entrambi di essere tornati a respirare.
“Hai visto anche tu?”, ripeté June.
Robert annuì pensieroso.
“Ci ha sorriso, vero?”
“Già”.
“Chi è quella donna?”, chiese di nuovo June.
Robert esitò. Non l’aveva vista bene. Di profilo, in controluce, il viso in gran parte nascosto da lunghe ciocche di capelli che scendevano sulla fronte. Non era in grado di descriverla, né di indovinarne l’età. Ma quel sorriso. Inaspettato, disarmante, che le aveva illuminato il volto.
“Potrebbe essere la moglie, o la sorella”, ipotizzò June.
“Era…”, Robert mise a fuoco le sue impressioni. “Era bella”, disse, sorprendendosi delle sue stesse parole.
June frugò nel volto del marito. Lui la guardò un po’ a disagio.
“Sì. Era bella”, assentì lei.

Per un po’ camminarono in silenzio. Chiesero informazioni a dei ragazzi fuori da un caffè e si avviarono in direzione di una lavanderia a gettoni che si trovava a pochi isolati da lì, nel quartiere moderno.
“Che strano albergo”, disse June a un tratto. “Ho la sensazione che fosse chiuso e che abbia aperto apposta per noi”.
“Eppure c’era scritto di suonare”, replicò Robert.
“E’ evidente, lo stanno lasciando andare in rovina”.
“Non so. Forse accettano solo prenotazioni”, disse Robert poco convinto.
In effetti, il biglietto sul portone di ingresso poteva essere affisso lì da anni e l’impressione era quella di aver suonato a casa di qualcuno. Ma ormai si trovavano lì, avevano preso visione della camera e non avevano nemmeno chiesto di vederne un’altra. Non si erano lamentati, avevano accettato quella sistemazione come se non vi fosse alternativa, in preda ad un fatalismo insolito, e, cosa ancor più curiosa, in tutto questo nessuno dei due si era preoccupato di chiedere quanto sarebbe venuta a costare.

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[O] (4.)_Claustrofobia

“Tokyo compression” (M. Wolf) – web

June sollevò il ginocchio sulla sponda della vasca e trattenendo il disgusto posò la pianta del piede sul fondo incrostato e ruvido. Sospirò, si fece coraggio e vi mise anche il secondo. Provò a tirare il paraspruzzi verso di sé, ma il supporto era malfermo e i ganci arrugginiti, c’era modo che crollasse. Decise di lasciar perdere. Il getto del soffione era così flebile, che al più avrebbe dovuto asciugare qualche goccia d’acqua sul pavimento. S’insaponò. Con le mani percorse il proprio corpo affaticato, esausto. Il tepore dell’acqua la rilassava, ma le faceva anche sentire la fatica come una materia solida e palpabile, addensata nelle sue membra. Avrebbe tanto voluto prendersi cura di sé. Sauna, idromassaggio: da quanto tempo non ne faceva? Cercò di ricordare l’ultima volta che lei e Robert erano stati in una stazione termale, l’ultima volta che lui l’aveva massaggiata. Lo faceva sempre, all’inizio. Usava oli profumati e corroboranti mentre esplorava il suo corpo. Era curioso, devoto. Ma ciò che più le piaceva di quei momenti era il timbro della sua voce. Si trasformava, diventava profonda, cavernosa. Parlava lentamente e lei poteva sentire il suo diaframma muoversi al crescere dell’eccitazione. Era bello fare l’amore, all’inizio. C’era poesia, celebrazione. Il piacere della scoperta, il trasporto, la facilità dell’orgasmo e dell’appagamento. E c’erano attenzione, ascolto. Necessità e fiducia. Cosa era cambiato da allora?, si chiese. Perché non andava tutto come prima? Dov’era migrato l’eros?
Le sue dita sottili sfiorarono i seni, poi seguirono i rivoli d’acqua fino al pube, tastandolo lievemente, avvolte nella peluria bagnata.
“Sei brava a far l’amore”, le aveva detto una volta la proprietaria del caffè dove faceva colazione ogni mattina. “Le tue mani”, aveva risposto allo sguardo stupito di June. E come se dovesse rendere comprensibile a un bambino qualcosa di già evidente, aveva appoggiato le dita affusolate di June sul palmo grassoccio della sua mano sinistra e gliele aveva mostrate assentendo. Era un donnone dagli occhi di fuoco, ciglia posticce lunghissime e labbra che cambiavano colore ogni giorno. Da quel giorno le cose fra lei e June furono diverse. Con fare da chiromante la barista prese a farle domande anche molto personali, a dispensare pareri e consigli, mentre June, colpita da qualche importante coincidenza e dal suo fare protettivo, le accordava sempre più confidenza. A toast e caffè scuro si aggiunsero il resoconto della giornata precedente e l’oroscopo di quella successiva. Le osservazioni sul tempo cedettero il posto alle confessioni. Con lei era così: quel modo di mostrarsi e raccontarsi in poche parole che riesce solo con persone estranee e neutrali, per le quali si nutre un’istintiva fiducia. June non sapeva dire se fosse un’amica, ma di certo sulle sue mani aveva ragione.
Chiuse gli occhi, si sfiorò con la punta delle dita, mentre l’acqua della doccia le scivolava addosso come uno scialle caldo e setato. Sospirò. Niente da fare. Non si sentiva a proprio agio, non aveva più energie. Nemmeno per regalarsi una piccola goccia di piacere.

Il materasso beccheggiò. Robert riaprì gli occhi sulla schiena di June avvolta nella spugna dell’accappatoio, i folti capelli ricci raccolti in un asciugamano. Sbatté le palpebre disorientato. Stavo sognando, realizzò, rincorrendo le sensazioni residue nel tentativo di riagguantare l’atmosfera appena interrotta. Il risveglio improvviso da quel sonno riparatore, nonostante i suoi sforzi, gli impediva di farvi ritorno.
Il materasso ondeggiò di nuovo. June si alzò e iniziò a estrarre gli indumenti dallo zaino separando i puliti dagli sporchi. “Hai dormito? Abbiamo un po’ di cose da lavare”, disse senza guardarlo.
Robert non disse nulla, rimase immobile sul letto. Chiuse gli occhi e si concentrò di nuovo. Aveva sudato, realizzò sfiorandosi la pelle del collo, aveva la gola riarsa. Claustrofobia, pensò. A quel pensiero si sentì mancare il respiro.
“Ci sei?”, gli chiese June spazientita.
“Sì, mi devo essere assopito”, rispose lui, arrendendosi.
Si alzò a fatica dal letto. Era tutto intorpidito.
“Prepara le tue cose”, disse June. “Dobbiamo trovare una lavanderia”.
“Sì”, ripeté meccanicamente lui.
Aprì lo zaino e prese in mano un paio di calzini, ma subito dopo ebbe un piccolo mancamento. Durò solo pochi secondi, ma mentre tutto diventava grigio e sfocato, finalmente si rivide. Si trovava nella cabina di un ascensore talmente piccola, da contenere a mala pena la sua cassa toracica. Era come un proiettile nella canna di un fucile, non poteva muoversi, né sollevare le braccia, respirava a fatica. Ma c’era una finestrella, attraverso la quale guardava ansiosamente nella speranza di raggiungere al più presto il piano dov’era diretto ed uscire finalmente di lì. Ma il viaggio sembrava interminabile e sentiva l’aria mancargli sempre di più.
June adesso lo fissava interdetta. Fissava le sue mani, immobili sull’apertura dello zaino.
“Stai bene?”, chiese. Nei suoi occhi c’era un’espressione straordinariamente concreta, un po’ comica sotto il faraonico copricapo dell’asciugamano arrotolato.
“Sì, sì”, rispose Robert riprendendosi.
Riempì velocemente una busta di plastica, raccolse l’accappatoio e andò in bagno a fare la doccia.

Chiuse la porta e si spogliò. Guardò il proprio corpo nudo, riflesso nello specchio sullo sfondo slavato delle piastrelle. Era ancora appetibile?, si chiese, osservandosi. Un uomo di cinquant’anni un tempo dedito allo sport, ormai smagrito, sul petto un cespuglio di peli diradati e stinti. Il torace segnato dalle coste, le clavicole sporgenti in un arco rovesciato alla base del collo, fortunatamente graziato dalle rughe. Si toccò il mento: doveva farsi la barba, quel grigiore diffuso lo invecchiava. La pelle, camminando al sole, aveva assunto un colore interessante. Si mise di profilo e alzò le braccia: la pancia sporgeva sotto il petto ingracilito disegnando una specie di pera. Le riabbassò sconsolato.
Sotto il misero zampillo della doccia – quanto avrebbe desiderato un getto dilavante! – pensò che lui e June avevano scelto un tipo di vacanza troppo impegnativa, inadeguata. Le lunghe marce estenuanti, le partenze all’alba, la fatica di trovare un alloggio al termine della giornata, ormai esausti. Tutto ciò non li aiutava affatto, non era stata una scelta felice. Non sapevano a cosa andavano incontro. Il riposo era diventato qualcosa di fisiologico e totalizzante, non lasciava spazio ad altro, nemmeno alla condivisione. O forse era una scusa per evitarla.
Pensò all’ultima volta che l’avevano fatto, era passata una settimana. Era più corretto dire che c’avevano provato. Non era un pensiero gradevole. Non l’aveva soddisfatta, forse nemmeno eccitata. Non era solo colpa sua, se di colpa si può parlare, ne era convinto. E poi, può capitare. Eppure la cosa gli aveva dato fastidio. Era andata a finire che June si era presa cura di lui, ma l’aveva fatto come fosse un dovere, per compiacenza, senza trasporto, né desiderio. Si era data da fare, aveva atteso pazientemente che raggiungesse l’orgasmo. Aveva cercato di accelerarlo, senza accorgersi però che quell’irruenza – Robert l’aveva avvertita sulle sue dita – provocava in lui l’esatto contrario.
Una volta finito, June si era lavata le mani. Non si erano detti una parola.

Quando uscì dal bagno, June era già pronta.
“Andiamo”, disse con i sacchi di biancheria sporca in mano. Era stufa di aspettare, infastidita dallo squallore dell’ambiente in cui si trovavano e ancor più dalla remissività con cui aveva accettato di soggiornarvi. Per non essersi opposta, lei che difficilmente lasciava passare cose molto meno gravi. Inutile negare che era delusa e insoddisfatta dalla piega che aveva preso quella vacanza. Si aspettava qualcosa di molto diverso.
Robert si vestì e la seguì in silenzio. Nonostante percepisse chiaramente il disagio che si era venuto a creare fra loro, era incapace di superarlo, di infrangere la barriera che li separava. Era un suo limite, ne era perfettamente consapevole, qualcosa che lo faceva sentire monco e inadeguato. La capacità affabulatoria che normalmente lo distingueva, quella che da subito aveva colpito anche June, conquistandola, in quella situazione era come implodesse, contraendosi come un alito di fiato sul vetro gelido di una finestra, per svanire del tutto sotto i suoi occhi impotenti.

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[O] (3.)_Hotel room

“Hotel Room” (E. Hopper, 1931) – web

La cabina si riempì dell’afrore emanato dagli indumenti della coppia, mescolato al profumo d’acqua di colonia del vecchio. Nel breve viaggio fino al secondo piano, Robert osservò quell’uomo. Aveva radi capelli bianchi pettinati all’indietro, fissati da un sottile strato di brillantina in una serie di strisce che, seguendo l’impronta del pettine, morivano all’altezza della nuca. Indossava una camicia a maniche corte, fine e ben stirata, ma un po’ lisa sul collo. I pantaloni, d’un grigio molto chiaro, cadevano dritti senza fare una piega. Infine le scarpe, di tela chiara, senza stringhe, simili a ciabatte.
Uno scossone li avvisò che erano arrivati al secondo piano. Il vecchio abbassò una leva e cigolando la porta s’aprì su un buio corridoio. L’uomo vi si inoltrò senza indugi. S’udì lo scatto di un interruttore, seguito dallo sfarfallio dei neon risvegliati da un lungo letargo. Un’incerta luce giallastra tinse la graniglia del pavimento di un colore indefinibile.
A quella visione June provò un immediato senso di disagio, che però non suscitò in lei il prevedibile allarmismo. Probabilmente, come confessò in seguito a suo marito, la stanchezza accumulata in quei giorni di cammino si era impadronita di lei, al punto da inibire ogni suo prevedibile moto di repulsione. La soglia di sopportazione di Robert, invece, era più alta, ma altrettanto falsata dallo stato di indolente imperturbabilità in cui la lunga tappa a piedi l’aveva condotto.
Si ritrovarono di fronte a una scialba porta tamburata con tre cifre d’ottone inchiodate sopra. Stanza 201. Il vecchio fece girare la chiave e aprì la porta. Di nuovo li precedette nell’oscurità. Per qualche istante June e Robert udirono soltanto i suoi passi, poi ci fu un clamore e delle lame di luce cominciarono a filtrare fra le liste di una tapparella. Sollevarla fu una piccola impresa per lui: i suoi gesti erano decisi, ma apparentemente privi della forza necessaria. Aprì l’unica finestra. Dopo aver fissato l’anta scorrevole a una cerniera arrugginita a metà altezza e aver spiegato ai due come sbloccarla di nuovo, il vecchio si portò verso l’uscita. Robert lo fece passare appiattendosi contro la parete. Non c’era molto spazio lì dentro, la camera era molto piccola e per lo più occupata dal letto. Sulla soglia l’uomo sorrise e fece un movimento circolare con una mano, come a dire: si commenta da sola.
Prima di andarsene biascicò ancora qualcosa. A Robert parve che parlasse di una telefonata e come faceva sempre, guardò June con aria interrogativa. June fece ripetere al vecchio, il quale, non senza una punta d’orgoglio, disse che se lo desideravano, potevano anche telefonare. E indicò il ricevitore che si trovava sul comodino, l’unico che c’era, alla destra del letto, accanto alla finestra. Prima di uscire, spiegò, dovevano passare per il centralino, per farlo bastava comporre uno “0”. June rispose che non ne avrebbero avuto bisogno. Al che l’uomo si defilò tirandosi dietro la porta.
Robert rimase colpito da un oggetto che si trovava vicino al telefono, appena più in alto, sulla parete, incassato in un pannello di legno che in base al disegno originale doveva rappresentare il prolungamento della testata del letto. Un apparecchio – non sapeva come meglio definirlo – simile a una radio, che un tempo era forse collegato a un impianto di filodiffusione, oggi sicuramente fuori servizio. Il pannello che lo ospitava si stava staccando dalla parete e pendeva vistosamente. La tappezzeria sgualcita, il linoleum segnato del pavimento e altri segni di degrado contribuivano allo squallore dell’ambiente in cui si trovavano.
Rimasero in silenzio davanti a quello scenario. Robert, che esitava all’idea di scegliere la propria parte di letto, guardò dalla finestra la strada trafficata sotto di loro, che contornava le mura della città antica. Sui bastioni si scorgevano delle persone, alcune facevano jogging. Alle sue spalle, June diede vita a un sommesso brontolio. “Ma che razza di letto è questo?”, sbottò a un tratto. “E’ piccolo, corto, come facciamo a dormirci in due? Tu non ci stai nemmeno. Non è neanche una piazza e mezzo”. Alzò il copriletto. “Ed è pure sporco. Accidenti, guarda le lenzuola: sono macchiate”. Videro che erano di una misura più piccola rispetto al materasso, il quale ne sbucava fuori come un ventre gonfio da una maglietta troppo stretta. June strattonò il lembo che aveva sollevato lasciandolo cadere di lato. “Ma dove siamo finiti? Guarda!…”, piagnucolò. Anche il materasso era chiazzato.
Ma più protestava, più s’arrendeva all’idea di rimanere in quel luogo deprimente, in quelle misere condizioni. I suoi lamenti non facevano altro che agitare un corpo già immerso nelle sabbie mobili, facendolo sprofondare ulteriormente. In un’altra occasione non avrebbe esitato un momento, se ne sarebbe andata da lì senza pensarci due volte. Ma quel giorno qualcosa le impediva di farlo. Mentre fissava una grossa macchia color ruggine sul materasso ripeté più volte di essere stanca. Era stanca, sì, infinitamente stanca.
Nel frattempo Robert, scavalcato il letto, ispezionava il bagno. Il bisogno impellente di farsi una doccia dovette subito fare i conti con l’immagine della vasca in cui sarebbe dovuto entrare: non vedeva un goccio d’acqua da mesi, forse anni, e un’impronta arancione ne solcava il fondo fino allo scolo. La tenda di plastica, irrigidita, aveva assunto un colore ben poco invitante. Controllò che dal rubinetto scendesse almeno l’acqua. Girò la manopola, che emise un gemito, e dopo un momento udì un fremito agitare le tubazioni; infine un sottile getto d’acqua sgorgò dal rubinetto e percorse il fondo incrostato della vasca, mentre un ululato metallico attraversava lo scheletro dell’edificio, estinguendosi lentamente. Un lamento che avrebbe accompagnato ogni loro passaggio in bagno. Per la gioia dei vicini, pensò. Vicini, quali vicini?
Scrutò con sospetto le fughe delle piastrelle, le condizioni del water, dell’esile coperchio di plastica. Il bagno era cieco e privo di ventilatore, notò. Non c’era nulla di razionale nella disposizione dei sanitari. Le pareti seguivano un perimetro irregolare, come se fossero state ricavate sottraendo spazio al resto, ottenendo il risultato di un caotico buco e una camera mutilata.
June era in piedi davanti allo zaino aperto, appoggiato sul letto. Non desiderava altro che farsi una doccia, cambiarsi e uscire da lì. E tuttavia esitava. Era stanca e si sentiva a disagio. Qualcosa non andava e non era solo per colpa dell’albergo e di quella misera stanza.
“Vai a dare un’occhiata”, le disse Robert uscendo dal bagno. “Non c’è una parete perpendicolare all’altra. La doccia è quella che è…”
June entrò e non disse più nulla. Si sciacquò la faccia e s’asciugò con l’unica salvietta appesa accanto al lavandino. Controllò che ci fosse la carta igienica: c’era un rotolo metà consumato. Chiuse la porta e si sedette sul water.
Robert frugava inutilmente nello zaino in cerca di un cambio. Ripeté gli stessi gesti, finché s’accorse che stava girando a vuoto. Era spossato. Si stese sul letto. Il materasso, troppo molle, l’accolse cigolando e avvolgendolo. Ne sentì la sua superficie ruvida a contatto con la pelle. Chiuse gli occhi e capì che avrebbe potuto addormentarsi da un momento all’altro. Quando udì June tirare lo sciacquone, però, fece uno sforzo e si alzò in piedi. Non voleva che lo trovasse così.
“Questo albergo è indecente”, sentenziò June uscendo dal bagno. Pronunciò quelle parole come una condanna. “La carta igienica è quasi finita”, aggiunse, e tirò fuori dei fazzoletti di carta dalla trousse. “Faccio una doccia”, disse fissando Robert, che non replicò. “Vuoi farla prima tu?”, chiese. “No, vai prima tu”, rispose lui. La osservò svestirsi e tornare in bagno con l’accappatoio sotto il braccio.
Si sedette di nuovo sul letto e guardò fuori dalla finestra. Le spalle sudate di una podista luccicarono al sole. Poi fu il turno di una coppia di turisti a passeggio. Quelle persone si trovavano alla sua stessa altezza rispetto alla strada, solo una ventina di metri li separava dall’unica finestra aperta dell’Hotel Rivera e da lui. Ma non lo videro, nessuno s’accorgeva della sua presenza.
Si stese sul letto. Quando il fremito lamentoso delle tubazioni cessò, udì il morbido fruscio dell’acqua della doccia, che cullandolo lo consegnò al sonno.