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[O] (2.)_Incendio

“L’incendio delle Camere dei Lord e dei Comuni” (W. Turner, 1853) – web, dettaglio rielaborato

Le fiamme, già, l’incendio. L’avevano visto, alle porte della città. Dalla periferia avevano scorto una colonna di fumo e un elicottero che gli girava intorno come un insetto affamato. Dall’altopiano desolato che stavano attraversando, la scena assumeva un che di spettrale. “Guarda!” aveva esclamato Robert, davanti a June di una decina di metri, facendole segno con una mano. June, che avanzava a testa china oppressa dal caldo e dalla fatica, aveva alzato appena gli occhi senza fermarsi. Raggiunto il marito, avevano osservato insieme la colonna di fumo nero che si originava da un punto non ben definito a ridosso della città, in prossimità del corso d’acqua che la circondava. Non doveva essere gran cosa, ma il fumo era denso e sinistro. “Sarà colpa del caldo”, aveva sentenziato Robert dopo aver valutato la cosa, per poi rimettersi in cammino senza più darvi peso.
June l’aveva guardato allontanarsi senza di lei. Col suo passo regolare e imperterrito, stava sempre davanti. Se, come ora, June lo raggiungeva durante una pausa, Robert ripartiva subito senza aspettare che lei avesse fatto la sua. Così si manteneva sempre alla stessa distanza. Di sicurezza. Cosa gli costa starmi accanto?, protestava June fra sé. Robert, invece, procedeva incurante in quella specie di trance in cui sembrava cadere ogni volta in quelle loro lunghe tappe a piedi. La ‘bolla’, come la chiamava June, in cui suo marito si isolava e prendeva distanza da tutto, compresa lei.
L’aveva osservato, di schiena, mentre avanzava con gli scarponcini in mano. Per la tratta finale di quella tappa Robert aveva indossato i sandali e invece di riporre le pedule nello zaino, le muoveva su e giù lentamente, una alla volta o simultaneamente, alzandole fino alle spalle, per poi riportarle lungo i fianchi. Doveva trattarsi di una specie di esercizio fisico, vagamente autistico. La cosa, che andava avanti da almeno mezz’ora, non smise nemmeno dopo che June, fra l’incredulo e lo sconcertato, aveva chiesto a Robert il perché di quella pratica astrusa. “Serve a rinforzare le spalle”, aveva risposto lui, che evidentemente lo riteneva un valido modo di occupare il tempo. Di certo migliore di starle vicino, parlarle, chiederle come stava e magari rinfrancarla un po’, aveva considerato June con amarezza.
Giunti ai piedi della collina sulla quale sorgeva la città e oltrepassato il fiume, immersi com’erano nella loro fatica e nei loro pensieri, di quell’incendio s’erano già dimenticati. E poi sembrava molto modesto e circoscritto: sterpaglie che bruciano o qualche mucchio di spazzatura, insomma, niente di pericoloso. Alla domanda dell’albergatore, June non dubitò nemmeno per un secondo che nel frattempo fosse già stato domato. Piuttosto si chiese come mai ne fosse a conoscenza, ma soprattutto come facesse a sapere che lei e suo marito erano entrati in città da quella parte.
Robert la stava fissando con aria interrogativa. June annuì: “Sì, l’abbiamo visto”, disse in spagnolo. “Dev’essere stato il caldo di questi giorni”.
“Il caldo, sì”, disse il vecchio annuendo soddisfatto, come se quella fosse la risposta giusta da dare. “Segnali”, aggiunse sorridendo enigmatico.
A quel punto sembrò ricordarsi di qualcosa e chiese se desiderassero una stanza e per quante notti, domande che l’uomo pose dando l’impressione di non essere interessato alla risposta. Il tono della sua voce era tenue e invariabile. Nel parlare sembrava ridurre al minimo i movimenti dei muscoli del volto, biascicava un poco le parole e sulla sua bocca rimaneva sempre impresso quell’indecifrabile sorriso di circostanza.
Mentre lo ascoltava dialogare con sua moglie, Robert scrutò attraverso la vetrata ciò che rimaneva del presunto bar-ristorante. Il portone d’ingresso era sbarrato con delle assi e murato da pile di scatole e altro materiale accatastato. Ovunque, anche su sedie e sgabelli, era stata accumulata un sacco di roba. Lo specchio alle spalle del banco duplicava quel disordine, mentre sugli scaffali di vetro c’erano numerose bottiglie di liquore piene a metà. Vicino alla parete vetrata c’era un tavolo da biliardo. Non lo si notava subito perché era completamente coperto di carta: giornali, libri, riviste, fogli e ritagli sparsi o impilati secondo chissà quale logica. Per terra accanto al tavolo, altri scatoloni di cartone, sui quali Robert riconobbe lo stemma di una famosa marca di Sherry. La maggior parte erano stati sigillati con del nastro adesivo, i rimanenti sembravano in attesa di essere riempiti del tutto.
June nel frattempo stava insistendo per avere una camera con bagno. “Il bagno in comune no!”, sibilò rivolgendo un’occhiata esplicita all’indirizzo di Robert, che, inteso l’oggetto del contendere, assentì, pronto a intervenire per placare un’eventuale scenata da parte di sua moglie. Con June si ritrovava spesso a ricoprire il ruolo del moderatore e al termine di un’interminabile giornata di cammino come quella un suo sfogo era quanto mai probabile. E poi, in comune con chi?, si domandò Robert. Era evidente che in quell’albergo, all’infuori dei presenti, non c’era nessun altro.
Il vecchio esitava. La banale richiesta pareva metterlo in difficoltà. Infine li superò ed aprì la porta a vetri alle loro spalle, scese un paio di gradini ed entrò nel bar sussurrando qualcosa. I due non capirono, si limitarono a seguirlo con lo sguardo al di là del vetro. Giunto al centro della sala, l’uomo si guardò intorno in cerca di qualcosa, si portò una mano alla fronte e infine tornò verso il tavolo da biliardo. Lì si fermò e scrutò una pila di volumi. Con due dita piegò l’angolo di quello che poteva essere un catalogo o un elenco telefonico e ne fece scorrere le pagine. Al più poteva leggerne il numero, sepolte com’erano sotto quella catasta di carta. Ripeté l’operazione un paio di volte e stette immobile per un momento, poi risalì i gradini che lo separavano dai suoi nuovi clienti che, come sempre, guardò sorridendo. “Ho una stanza che fa per voi”, disse raggiungendo il bancone.
I due lo guardarono scegliere la prima di una fila di chiavi appese alla parete. La sollevò: alla chiave era attaccata una targhetta di legno dalle dimensioni esageratamente grandi, sulla quale alla bell’e meglio era stato inciso un numero.
“Stanza doppia con bagno”, disse compiaciuto. “Secondo piano”, e li precedette in fondo all’androne.
“Ah, c’è anche l’ascensore…”, uscì detto a June.
I due lo raggiunsero davanti alla porta di un vetusto impianto elevatore, la cui cabina era incredibilmente piccola. Per entrare dovettero togliersi gli zaini. Entrambi li avevano tenuti in spalla fino a quel momento, forse perché in fondo pensavano che non si sarebbero trattenuti. Poggiatili a terra, riscoprirono dopo tante ore la piacevole sensazione di avere schiena e spalle libere. Il vecchio prese posto dopo di loro nel poco spazio rimasto. Giratosi lentamente su se stesso, chiuse rumorosamente la porta e pigiò il bottone del secondo piano. Dopo un momento l’ascensore si mise in moto sferragliando.
“E’ vecchio”, disse con divertita rassegnazione.

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Sfiniti, imboccarono un tunnel e percorsero l’ultimo tratto di salita. Erano talmente stanchi, che non notarono una rampa di scale che avrebbe evitato loro di attraversare quel buco intriso di gas di scarico. Robert ne uscì fuori per primo. Si affacciò su un incrocio, oltre il quale vide il ponte che collegava la città moderna a quella antica, e la grande porta d’ingresso al centro storico. Mentre attendeva sua moglie, scrutò con calma gli emblemi sopra l’architrave. Sulla sommità delle mura notò i volti curiosi di un paio di ragazzini che sembravano guardare nella sua direzione. Ridevano di qualcosa, forse di lui, pensò. Ma da dove si trovava non poteva distinguere l’espressione dei loro volti. In quell’istante sopraggiunsero i genitori, che li fecero allontanare dal parapetto e scomparvero alla sua vista.
Decise di attraversare l’incrocio immergendosi nell’arso grigiore dell’asfalto. Tutt’intorno gli edifici erano anonimi e oppressi, ogni cosa sembrava avvolta dal caldo e dal rumore del traffico. Approdato sul marciapiede opposto, tornò ad osservare la porta d’ingresso alla città vecchia protetto da due imponenti bastioni e non s’accorse che June lo stava chiamando dall’altra parte dell’incrocio. Quando la vide, capì che era esausta e di riflesso avvertì anche lui una grande stanchezza. La lunga camminata sotto il sole li aveva fiaccati: i loro gesti, i loro pensieri erano diventati lenti e sabbiosi. Non avevano più riserve.
Senza attraversare, a gesti June lo interpellò sulla direzione da prendere. Robert non ne aveva idea. Ma erano arrivati, dovevano solo trovare un albergo per la notte. Poco più avanti, sul suo lato della strada, scorse un’insegna. Modesta e stinta, si confondeva con lo sfondo di una triste facciata anni sessanta. Hotel Rivera, c’era scritto per lungo. Bar Ristorante, più in piccolo, alla base. Due stelle.
Si voltò e incrociò lo sguardo impaziente di June. Capì che non aveva alcuna intenzione di attraversare, aspettava che lo facesse lui. Robert le fece cenno con una mano. “C’è un albergo qui, proviamo?”, gridò, convinto di darle una bella notizia. June si guardò intorno dubbiosa. Sospirò, si voltò di nuovo. Infine, al verde, si decise ad attraversare.
Non avevano una prenotazione, ma erano convinti che, per quanto affollata, la città avrebbe offerto loro qualcosa. Non serviva un grande sforzo per immaginare qualcosa di meglio di quello, ma la stanchezza li rendeva affrettati, sicché conclusero che non sarebbe stata poi così male una camera alle porte del centro storico, anche se modesta. Si scambiarono un cenno di intesa e raggiunsero l’ingresso dell’Hotel Rivera: una porta vetrata, protetta da un’inferriata. Appiccicato al vetro trovarono un biglietto scritto a mano, specificava quale campanello suonare per contattare la reception, poiché erano tutti senza targhetta. Qualora nessuno avesse risposto, aggiungeva il vademecum, bisognava chiamare un numero di telefono scritto fra parentesi.
I due lessero il messaggio scritto con una grafia sottile e un po’ malferma. Il biglietto era sgualcito e doveva essere affisso lì da molto tempo. Si guardarono titubanti, poi arretrarono di un passo e diedero un’occhiata alla facciata dell’edificio. Tutte le finestre erano chiuse tranne una al primo piano, che aveva le tapparelle alzate a metà. L’insegna dava l’idea di non venir accesa da anni. Le lettere erano scolorite, il film che le ricopriva era in parte staccato o venuto via del tutto, lasciando solo un’impronta sullo sfondo di plastica biancastra. Le vetrate del bar al piano terra erano oscurate da pesanti tendaggi, scostati appena qua e là, e del ristorante non c’era traccia.
Si convinsero di aver preso un granchio, quell’albergo doveva essere chiuso da tempo. Ciononostante, decisero di fare almeno un tentativo. Premettero il pulsante del campanello e attesero.
Trascorse un lungo minuto, durante il quale i due fecero in tempo a scambiarsi qualche perplessità. Rilessero più volte il biglietto in cerca di un’interpretazione e si scostarono nuovamente scrutando dal marciapiede la scialba facciata dell’edificio. Guardarono la strada e l’incrocio, in silenzio. Infine, si riavvicinarono al portone. Robert posò nuovamente l’indice sul campanello senza convinzione. Nel mentre, rilesse il biglietto: in calce stava scritto suonare una volta sola. Nel leggere quella nota ebbe come un presagio e ritrasse la mano.
Attesero ancora qualche istante, dopo di che decretarono che l’hotel aveva chiuso i battenti. Udirono lo scatto di una serratura: la porta interna della bussola d’ingresso era stata aperta.
Apparve un uomo sulla settantina. Nel vederli esitò e rimase a guardarli nello spazio fra le due porte. Pareva colto di sorpresa, stupito di trovarsi di fronte una coppia di turisti, peraltro visibilmente stanchi, schiacciati dal peso degli zaini. Robert pensò si trattasse di un inquilino che stava uscendo, magari quello che occupava l’appartamento del primo piano, forse l’ultimo abitante di quello stabile dismesso. June, invece, ebbe un sussulto: “E’ arrivato!”, esultò.
Robert pensò che si sbagliasse, ma quando l’uomo si decise ad aprire anche la seconda porta e li salutò amabilmente, si dovette ricredere. Il vecchio sorrideva calmo, mostrando i denti bianchi sotto una linea di baffi sottili e ben curati. Li invitò ad entrare. I due si infilarono nella bussola urtando qua e là con gli zaini e lo seguirono in uno spazio stretto e buio che più che a un ingesso somigliava a un fondo scala. L’uomo gli fece cenno di avvicinarsi a un bancone di legno scuro. Poi si rivolse a June, come se sapesse che dei due era l’unica a comprendere lo spagnolo: “Avete visto le fiamme?”, chiese. Pronunciò quella domanda con uno strano sorriso. Alle sue spalle, al di là di una vetrata, nella penombra si intravedeva il salone del bar, deserto.