A Ricky

Non ti ho visto.

Ma di te ho un’immagine chiara.

Sei disteso, riverso, faccia a terra.

[qualcuno direbbe muso]

Posso vedere i ciuffi sparuti dei tuoi capelli irridere alle piastrelle del pavimento.

Hai il naso schiacciato dal peso del corpo

come se reggesse tutto: spalle, gambe, mani, il tuo busto infagottato in strati di pile.

Come se urtasse contro tutto e tutti.

[una battaglia persa in partenza]

Un’ultima volta, decisiva.

Vedo i jeans abbassati, che non hai finito di allacciare

le ciabatte ammutinate

poco più in là, gli occhiali.

Sei umile e squallido nella tua fine improvvisa.

Non poteva essere altrimenti, lo sapevamo.

Eppure fa freddo, lì dove sei.

Sei solo.

[hanno dovuto sfondare la porta, sai?]

Eppure tu salutavi tutti. Sempre.

E non trattenevi i pruriti.

Eri fuori, lo eri davvero.

[non era colpa tua]

Per questo, credo, eri in ognuno di noi.

Per questo, credo, ti rimpiangeremo.

 

 

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26 thoughts on “A Ricky

    • Esatto. Anzi. E’ tutto così relativo. Ricky era un comun denominatore, per certi versi. Nelle sue gabbie, nella sua costrizione, nella sua malattia, nella sua emarginazione era anche espressione di libertà. Era fuori dal coro. lo tagliava di traverso, lo ribaltava il coro. Soffriva. Ma cercava di non disturbare. Sapere che c’era qualcuno alla porta accanto, a cui bussare e chiedere un aiuto, qualcuno cui ripetere la solita battuta, proporre canzoni dimenticate, recitare una poesia d’infanzia, un passo della Bibbia, rovesciare il frutto di un’allucinazione… gli dava sicurezza, ne sono certo. Sono piccoli grandi riferimenti, nell’esistenza di ogni giorno. E, in fondo era importante anche per me, per noi, sapere che lui era lì, che da un momento all’altro avrei potuto sentire bussare alla porta, che sul vialetto, in corsa verso la macchina, avrei sentito aprire la finestra del suo balcone e chiamare il mio nome con quella voce roca… Nella semplicità, nella ripetitività e nel vuoto, della nostra folle vita di ogni giorno, Ricky era come un sorriso irriverente, uno specchio rovesciato, l’attimo in cui relativizzi, alzi le spalle e dici “ma sì, ma chi se ne frega”, il vedere il tutto nel niente e il niente in tutto il resto intorno, il buon appetito alle dieci del mattino, il gatto e la volpe, siamo in società, il mezzo chilo di pasta, le 50 gocce di entumin, il russare feroce al di là del muro, la lavatrice che non va, la stufetta elettrica in cucina, la barba lunga e il cappello di lana, la voce sfinita, i denti andati, la nicotina sulle dita, gli aloni dei quadri sulle pareti di casa… Ricky era qualcosa che mi porto dentro anch’io. Qualcosa di fanciullesco e primordiale portato in superficie, allo sbaraglio, in tutta la sua folle innocenza e indecente irrazionalità.
      Qualcosa che mi faceva tenerezza…

  1. Se mi piace la poesia lo devo tanto alla mia professoressa di italiano delle medie. Tra le poesie che ci propose, a parte quelle classiche che si studiano a scuola, quelle che conosciamo un po’ tutti, che amiamo o odiamo o ci lasciano tante volte indifferenti, ci sono un epitaffio di Spoon River e una lirica di Ungaretti poco conosciuta che si intitola In Memoria.
    Te le riporto qui

    DORCAS GUSTINE

    Non ero amato dagli abitanti del villaggio,
    tutto perché dicevo il mio pensiero,
    e affrontavo quelli che mancavano verso di me
    con chiara protesta, non nascondendo né nutrendo
    segreti affanni o rancori.
    È assai lodato l’atto del ragazzo spartano,
    che si nascose il lupo sotto il mantello,
    lasciandosi divorare, senza lamentarsi.
    È più coraggioso, io penso, strapparsi il lupo dal corpo
    e lottare con lui all’aperto, magari per strada,
    tra polvere e ululi di dolore.
    La lingua è magari un membro indisciplinato —
    ma il silenzio avvelena l’anima.
    Mi biasimi chi vuole — io son contento.

    IN MEMORIA

    Locvizza il 30 settembre 1916.

    Si chiamava
    Moammed Sceab
    Discendente
    di emiri di nomadi
    suicida
    perché non aveva più
    Patria
    Amò la Francia
    e mutò nome
    Fu Marcel
    ma non era Francese
    e non sapeva più
    vivere
    nella tenda dei suoi
    dove si ascolta la cantilena
    del Corano
    gustando un caffè
    E non sapeva
    sciogliere
    il canto
    del suo abbandono
    L’ho accompagnato
    insieme alla padrona dell’albergo
    dove abitavamo
    a Parigi
    dal numero 5 della rue des Carmes
    appassito vicolo in discesa.
    Riposa
    nel camposanto d’Ivry
    sobborgo che pare
    sempre
    in una giornata
    di una
    decomposta fiera
    E forse io solo
    so ancora
    che visse

    E’ curioso che io mi ricordi così bene di due poesie che parlano di morti. E’ vero che la morte ha sempre ispirato i poeti dalla notte dei tempi, solo Foscolo ci dovrebbe bastare, ma queste due poesie, sono accumunate da una grandissima semplicità , sono, non mi viene termine migliore, davvero comprensibili senza ulteriori spiegazioni, se non quelle in cui noi potremmo perderci per il gusto dell’esegesi.
    Così è la tua. Dice l’essenziale che diventa universale, che di fronte alla morte siamo è vero tutti uguali ma ciascuno nell’inevitabilità della fine lascia a chi lo conosceva una traccia precisa, un filo da seguire che cuce il ricordo di chi non c’è più alla vita che continua.
    La morte dei “grandi” (buoni e cattivi) è facile, ha di suo il corredo di enfasi e clamore: è una morte già scritta (quanti coccodrilli sono chiusi nei cassetti).
    Una morte normale non è mai una morte qualunque. Ma nobilitare quel che non è mai stato nobile è una bugia che non giova a nessuno, forse solo a chi, mi verrebbe da dire, non ha la coscienza a posto. Mi piace questa tua autenticità, questo realismo ruvido, questo non volere essere il buono che cerca bontà a tutti i costi. Se ci pensi, l’hai scritta in terza persona, ma si legge in prima.

    • Le poesie che ti sono tornate alla mente sono bellissime. La prima si fa divorare nella sua piena, consapevole umanità. Meravigliosa. [Pensa. Ho parlato di Ricky a un mio collega l’altro giorno. Non riuscivo a trattenere. E lui stesso ha citato le ballate di Spoon River e la stupenda rivisitazione di De Andrè. Caso voleva che proprio quella mattina ne avesse ascoltato degli estratti in radio…]. La seconda poesia celebra il ricordo. Non tanto – questo è il sentimento che la accomuna al mio scritto – con l’intento di immortalare, di perpetuare (tu giustamente citi Foscolo…), ma con quello di rivivere, di vivere appieno il momento, quello reale del distacco, della fine, del confronto con la morte e con la finitezza della nostra vita e di tutte le cose. La morte anonima e silente di un “quasi sconosciuto” è estremamente efficace nell’affermare che siamo nulla nel nulla. A che serve la memoria, se tutto comunque finisce senza lasciare traccia?
      Questo in fondo fa la morte, il confronto con essa, la misura della nostra caducità. Ci fa ridimensionare tutto. E’ una mano fredda e calma che si posa sul cuore e sulla mente, placando ogni bollore, anche solo per un momento. Portandoti inevitabilmente a porre ogni cosa sulla bilancia del senso. E allora tutto cambia. Il respiro rallenta. Il cuore si apre in cerca di appiglio, di umanità, di tracce di un vissuto degno di essere chiamato tale. Fa fatica, ma qualcosa infine trova: un sorriso, un piatto di pasta offerto e condiviso con sincera spontaneità, una domanda interessata, una domanda infantile [quando pensi che guarirò?], l’affetto depositato negli anni nelle relazioni con le persone, impercettibili granelli di sabbia che in quei momenti sostengono l’universo che crolla tutt’intorno… Vivere pensando che si deve morire, come recitavano gli antichi precetti, non renderà forse saggi e migliori, ma almeno un po’ più realisti, essenziali, attenti, umani. Se solo vivessimo un giorno intero da esseri umani…
      Mi viene da richiamare la nostra recente lettura comune, Norwegian Wood. E’ un romanzo sulla morte. Un romanzo sull’effetto che la morte può avere sulla vita. E’ un romanzo “di formazione”, il cui protagonista, giovanissimo, confrontandosi con la morte e quanto di più vitale e sensuale la vita possa offrire al contempo, forgia o forse riconosce e porta in superficie ciò che ha dentro sé di più innato. Uno spirito pacato e riflessivo, volto alla ricerca di senso in ogni cosa, al riconoscere la bellezza della vita nelle sue manifestazioni più semplici (la scena in cui in ospedale parla di Euripide, mangiando cetrioli con il babbo della sua amica, morente di cancro, facendogli dire un’ultima volta: “buoni!”… è commovente).
      Ecco. Siamo fatti così. Di fronte alla morte apprezziamo la vita. Quello che abbiamo. Il poco che ci riempie le tasche e il cuore. Il nulla che è tutto, e non serve altro di più. Un sorriso. Un cetriolo condito, un piatto di spaghetti aglio, olio e peperoncino. Un grazie. Il sentirsi a posto così. In pace.

  2. Ho paura della morte, ma pensandoci bene la cosa che più mi terrorizza, e non solo per me, è un terrore che mi sa di vertigine su un precipizio inevitabile, è il momento del trapasso. L’ultimo respiro. L’ultimo battito. Ecco questa definizione finale , questa linea che segna la vita dalla morte, il momento zero. Il dopo è per chi resta, per i vivi. La morte è vissuta solo dai vivi, come esperienza e come formazione, come educazione. Quello che resta di chi era in vita è la memoria che ciascuno è stato capace di costruirsi negli anni e che gli altri sono stati capaci di accogliere e fare propria. Una memoria spesso fatta davvero di piccolissime cose, dettagli che si sono impressi nella mente. Ma la memoria viene dopo, con la consapevolezza della mancanza. Quello che subito diventa deflagrante è il non esserci più. Piove e chi è mancato non vede la pioggia, non sente il caldo del sole, non sente questo profumo, quello che manca da subito è la condivisione di tutto quello che inevitabilmente continua ad accadere, perché la vita continua, perché la legge della Natura è quella. E la Natura ha tutto un universo di vite che la declinano, lasciami dire che la onorano o la disonorano, vite che possono vivere secondo leggi diverse da quelle decise dall’uomo per la pacifica convivenza, vite che deragliano dalle consuetudini che abbiamo accettato, vite malate, perché così è stato deciso che devono essere, perché non c’è posto per loro nell’ordine umano del mondo. Con l’assenza definitiva di queste persone, di questi “diversi”, muore anche la loro speciale visione del mondo e di rapportarsi con il prossimo, un modo fuori dagli schemi, ma dentro uno schema del quale , in qualche modo, si era entrati a far parte e che ci mancherà.

    In NW le persone diverse si tolgono la vita, non reggono il loro essere speciali, lottano finché possono ma alla fine decidono di non essere più, di non sentire più, e disegnano con le proprie mani quella linea che separa la vita dalla morte. Anzi iniziano a disegnare, perché poi la Natura segue il suo corso. Watanabe è diverso ma in qualche modo trova un compromesso, o segue una sua legge, anche quando viaggia per il Giappone, alla fine del libro, si trascina, non mangia, deperisce, soffre il freddo, sperimenta il limite ma per sentire il dolore della vita non per accarezzare l’assenza di dolore che ti dà la morte.

    L’anima non è che la memoria che ciascuno di noi contribuisce a creare nel corso della sua vita. La nostra voce nel silenzio di quando non ci saremo più. Se esiste qualcosa dopo non lo so. Invidio chi crede, ma non abbastanza. Ma qui entriamo in un aspetto molto delicato, molto personale e molto difficile e, almeno per me, molto conflittuale.

    • Tornerò, sicuramente. a tempo debito.
      Tuttavia, leggendoti mi sono accorto di un’inesattezza nel mio dire. Le tue parole e un punto di vista apparentemente differenti me l’hanno messa in evidenza.
      NW non è un romanzo sulla morte. E’ piuttosto un romanzo sulla “perdita”. Il punto di vista, la focale, è una e una soltanto: quella dell’io narrante protagonista, Watanabe. La storia, l’evoluzione, l’esperienza, la formazione è la sua. Attraverso una serie di episodi, di morti (volontarie, dici bene), di distacchi e perdite brutali e mutilanti, come la perdita di un giovane amico/a, di un giovane compagno/a suicida possono essere.
      E’ un romanzo di formazione “violenta”, “brutale” in questo. In questo c’è tutta la durezza, lo scricchiolare, lo stridere e spezzarsi di quel legno norvegese… che ancora mi evoca, più che dolcezza e pace, disperazione, solitudine, depressione… (ripenso al nostro scritto, “Oslo”…)
      Mi fermo qui.
      Tornerò.

  3. Per dirti, questa l’ho scritta nel 2006 e mi riassume ancora fedelmente

    EPIGRAFE SU UN CENOTAFIO ANONIMO
    Io no
    Io non ho
    la sabbia nella clessidra
    Non ho un deserto
    Io invento
    e dimentico
    la mia ombra
    Mi piace
    spegnere le comete
    il giorno del mio compleanno

    • Rileggo la tua poesia di un tempo dopo giorni faticosi e estranianti.
      Ed è un bene che il recente commento di Massimo mi abbia invitato a farlo (l’avrei fatto lo stesso, solo non oggi, non ora, con questi occhi).
      Grazie Silvia.
      Trovo questi versi bellissimi.
      Forti, potenti, assoluti. Tuoi.

  4. senza nulla togliere all’intensità commossa della tua poesia che dipinge un volto a pennellate dolci e aspre, a volte la bellezza vera di questi luoghi nostri di parole sta nascosta nei commenti.
    ml

  5. mi sono soffermata sulle tue parole che hanno reso molto chiara l’immagine di una morte improvvisa che definisci giustamente squaliida, proprio perchè coglie in qualsiasi azione quotidiana e ne interrompe la dignitosa completezza. Ciò che mi ha colpita maggiormente, anche se è cosa risaputa e non rara è la totale solitudine in cui si muore in alcune circostanze per cui quel tuo ” [hanno dovuto sfondare la porta, sai?] ” suona come ulteriore elemento di tragedia, e ulteriore barriera che la solitudine pone tra un individuo e la società di cui fa parte. E mi convinco sempre più che ogni persona racconta anche con la propria morte le difficoltà di integrazione e quella di fare accettare le proprie scelte; tutte assolutamente da rispettare (tranne quelle ovviamente pericolose e dannose per la collettività…) anche se ritenute “diverse” ( che poi sulla parola diversità ci sarebbe molto da dire… )
    Un ultima considerazione mi nasce da questa lettura, proprio a poche ore dalla morte di un personaggio televisivo di tutto rispetto cui hanno dedicato anche il funerale in diretta: la morte coglie tutti impreparati e semina identico dolore, ma non digerisco che ci siano pesi e misure con un divario così ampio di risonanza. La famosa Livella di Totò vale solo oltre la soglia del camposanto.
    Buona giornata Paolo

    • Grazie del tuo commento Daniela.
      A volte anche la morte sembra antidemocratica. Ma non è così, ovviamente. Tale può essere invece l’eco di una scomparsa. Di questo recente episodio, divenuto mediatico e ultra-partecipato voglio comunque prendermi un qualcosa di buono. Anche se fosse una mia personale visione. L’occasione per molti di scoprire la nostalgia di una umanità semplice e buona. Forse però, tutta questa amplificazione da teleschermo la sincerità, la spontaneità vacillano. Ma non voglio giudicare nessuno. Anzi. Una morte solitaria, anonima, “povera” nella sua umile e solenne dignità insegna anche questo.

    • Sono d’accordo. E’ un passo, l’ultimo, che si deve compiere da soli. Il senso d’abbandono e di solitudine in questo penso possa essere incommensurabile (mi viene in mente l’urlo e il pianto di Cristo, nel Getsemani…).
      Ricky, che è stata una persona reale e “prossima” (il vicino della porta accanto nel vero senso della parola), in fondo così solo non era. Sapeva comunicare con chi gli stava accanto più di molti altri. Mentre era stato abbandonato dalle persone che, di regola, avrebbero dovuto avere con lui un legame più forte, fraterno, di sangue. Così va la vita, a volte (fin troppo spesso).
      Con la sua stravaganza, le sue “anomalie”, il suo malessere, ma anche con la sua simpatia, la sua ironia, la sua tenerezza, ha popolato il cuore e l’universo affettivo di molti di quelli che l’hanno conosciuto o semplicemente incontrato.
      E ha lasciato un vuoto.
      Ecco. Le (mie) parole sono solo un tentativo di riempirlo.

      Grazie del tuo commento, Fulvia.
      Benvenuta qui.
      Paolo

  6. “…eri in ognuno di noi…”
    e la nostra fragilità la vediamo dolorosamente così: nell’altro

    uno scritto vero, sensibile come tu sai ben fare e “nudamente” reale.

    E come dico sempre “La morte nasce insieme alla vita”.

    • Grazie Marta.
      Sono con te in questo pensiero.
      La morte è sempre con noi e, se ci convivi scientemente, se ci fai i conti quotidianamente, in fondo non fa nemmeno così paura (è un passaggio naturale). Forse, ti aiuta addirittura a vivere meglio (mi tornano in mente inni e litanie religiose dal sapore antico…). E’ il dolore, la sofferenza che ci fanno davvero temere… Il pensiero di non essere in grado di affrontarli, sopportarli, “viverli”…

      Mi solleva il pensiero che Ricky, di ciò che l’ha ucciso, non ha sofferto a lungo (non stava bene da qualche giorno e nessuno, ahimè, ha capito la gravità della cosa). Lui, come molti, con il male di vivere, i suoi demoni, combatteva già da tanto tempo.
      Si è creato un vuoto.
      E, come dici tu, chi ci aveva un po’ di confidenza si è ritrovato davanti allo specchio a fare i conti con la propria fragilità e le proprie paure…

      Grazie ancora.
      Un abbraccio,
      P.

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