Sangue Rappreso – IX

 

IX

(La morte grande)

“Coraggio, amico mio…”
Mirto sollevò il capo, inspirò profondamente, non riusciva ad alzare lo sguardo, si vergognava. Il suo accompagnatore lo rassicurò esortandolo a lasciarsi andare, a lasciar fluire il dolore che aveva dentro di sé. “Coraggio, ingegnere, il peggio è passato”. La giovane donna si alzò in piedi e gli si avvicinò, gli mise una mano sulle spalle. “Coraggio,” disse, “bevete qualcosa”. Il tono disadorno e franco di quelle parole pronunciate da vicino, il silenzio sceso all’improvviso sulla sala, gli sguardi incuriositi dei presenti, infine quella mano; Mirto si sentì nudo. “Bevete un sorso, vi farà bene. Credetemi, il peggio è passato. D’ora in poi sarà tutto diverso, Mirto. Nulla sarà più come prima…”, insisté l’uomo.
Mirto bevve del vino, si dovette forzare. Ma al primo sorso ne seguì un secondo, poi un altro, infine vuotò il bicchiere. L’anfitrione lo rassicurava incitandolo a lasciarsi andare, beveva con lui ripetendo che la vita di Mirto era finalmente giunta a una svolta. Bevvero tutti, bevvero a lungo. Dopo i primi bicchieri Mirto affrontò con sempre minor fatica l’aspro sapore di quel vinaccio. Dopo il primo sorso buttava giù il resto del bicchiere senza prendere fiato, come se si trattasse di una medicina; e un po’ lo era, un atto dovuto e liberatorio insieme, un tentativo di rivalsa e trasgressione, di accettazione. Mirto stava oltrepassando una soglia demolendo una barriera che lui stesso aveva eretto, la stessa che fino a quel momento l’aveva tenuto a distanza dalle persone che lo circondavano, estraniandolo. Via via cominciò a convincersi che ognuno di loro portasse su di sé il fardello di un errore, una malattia, o una memoria in qualche modo simile alla sua.
L’uomo che l’aveva condotto fin lì lasciò infine la presa, smise l’invadenza con la quale fino a quel momento in modo più o meno manifesto aveva assediato l’animo e la riservatezza di Mirto. Parve concedergli volutamente il tempo di riaversi affinché prendesse parte anche lui al rito collettivo. Fece come se nulla fosse accaduto, come se il pianto di Mirto non avesse generato alcun imbarazzo. Riprese a dissertare di politica e ad ammaestrare il proprio pubblico, riconquistandone l’attenzione in un istante. Quando infine tornò su Mirto, sinceratosi che il suo affanno si fosse placato, disse, versandogli nuovamente del vino: “Questa donna, caro ingegnere, ha un unico grande difetto, che la rende tragicamente umana e imperfetta: quello di essersi innamorata di una causa persa”. E rivolgendosi a lei aggiunse: “Lucia, non bevete… Questo luogo non vi s’addice. Qui cantiamo inni alla morte. Non sentite il putrido fetore della carne in decomposizione?… Perché vi ostinate a calpestare da viva l’umido terriccio della tomba?”. E guardando di nuovo Mirto: “Non sentite anche voi l’odore del sangue rappreso? Quaggiù non v’è nient’altro di vivo a parte il verme strisciante che macchinalmente trae nutrimento dalle nostre spoglie…”
“Alla ghigliottina!!…”, urlò subito levandosi in piedi. “Alla ghigliottina!! Alla ghigliottina!!”, gli risposero all’istante.

La serata si protrasse a lungo, caraffe e bicchieri si susseguirono in continuazione e anche Mirto trovò il suo posto a quella mensa in bilico fra farsa e degenerazione, fra tragedia e parodia, che concedeva illusori sprazzi di sentimento, anche profondo, frutto di una condivisione disinibita dall’alcol. Barcollanti, gli ultimi superstiti lasciarono la locanda all’ora di chiusura, era già notte. Mirto, ubriaco, in balia degli eventi, non sapeva nemmeno dove si trovasse, di certo non era più in grado di cavarsela da solo. Fece i gradini che conducevano all’uscita inciampando e aggrappandosi al suo accompagnatore, il quale si mise un suo braccio sul collo e lo aiutò a riemergere dall’angusta scala. Sulla soglia ancora l’uomo discusse animatamente, rispondendo provocatoriamente alle minacce dell’oste, ormai rassegnato al faticoso epilogo di quelle lente e chiassose evacuazioni. Nel frattempo Mirto si sedette su un muretto e con la fronte nelle mani respirò profondamente cercando di tornare in sé.
Quando udì sbattere l’uscio e tirare il chiavistello e finalmente tornò il silenzio, si rese conto che fuori dalla locanda erano rimasti soltanto lui, il poeta anfitrione e la sua giovane amica. Guardò l’uomo per capire cosa avesse intenzione di fare.
“Beh?!, cosa fate ancora qui!?…”, l’udì rimproverare ruvidamente la donna. “Vi siete divertita? Non credo proprio. Non vi avevo forse detto di andarvene? Bene, se non l’ho fatto, lo faccio adesso”, e fece un inequivocabile gesto col quale sgarbatamente le intimava di allontanarsi.
Mirto fu sconcertato da quei modi. Non comprendeva da dove originasse quell’improvviso livore. Pensò di essersi distratto, di trovarsi altrove, di non essere in sé.
“Non guardatemi a quel modo, Lucia. Ve l’ho già detto: non dovete seguirmi come un cucciolo smarrito, peggio, come un randagio in ricerca di cibo!” La ragazza non ribatté, rimase in silenzio. Mirto fissò entrambi inebetito, imbarazzato dalla piega che stava prendendo quell’assurdo dialogo.
“Non ho con me nemmeno una briciola… E voi mi state appiccicata come se il vostro destino dipendesse da me. Ebbene, vi sbagliate di grosso. Ve lo ripeto un’ultima volta: non c’è niente ch’io possa darvi!…”.
Il tenore di quelle parole costrinse Mirto a mettere a fuoco la scena, con la sensazione, però, di trovarsi di fronte a persone diverse da quelle che aveva conosciuto. Si rese conto allora che l’uomo per tutta la sera aveva volutamente ignorato le attenzioni di quella donna, o l’aveva addirittura aggredita con l’intento di tenerla a distanza. Lucia, così dunque si chiamava, non aveva mai avuto il coraggio di interromperlo, ma era evidente che avesse atteso fino all’ultimo il momento giusto per parlare con lui. Mirto avrebbe voluto placare l’impeto brutale con il quale l’anfitrione ora cinicamente s’accaniva su di lei, che ciononostante mostrava ancora nei suoi confronti una forma di devozione, di sottomissione, forse d’amore. Ma qualunque fosse il suo sentimento, evidentemente non era corrisposto, bensì respinto con forza. Mirto fece per intervenire, ma prima di riuscire ad alzarsi venne colto da un capogiro che lo costrinse ad accasciarsi al suolo, offuscandogli la vista.
“Ettore, ascoltatemi…”, udì soltanto dire alla donna. Il suono delicato e palpitante della sua voce fu l’unica cosa che trattenne prima del buio.

Quando si riebbe, la prima cosa che vide fu lo sguardo divertito del suo accompagnatore, chino su di lui. “Coraggio, ingegnere”, gli disse, battendogli una guancia col palmo della mano. “Ora va meglio, vero? Sì, molto meglio…”, sorrise soddisfatto. “Bravo, molto bene”, lo incitò con fare rassicurante. “Su, in piedi. E’ ora di rimettersi in marcia, non credete? O preferite passar tutta la notte a rimirar le stelle?”, disse ridendo. “Su, su”, diede a Mirto qualche pacca sulle spalle e lo aiutò a sistemarsi giacca e cappello.
Lucia non era più lì, se n’era andata. Mirto per un momento ebbe persino il dubbio non fosse mai esistita.
“Andiamo!”, disse l’uomo in tono baldanzoso. Mirto s’incamminò lentamente accanto a lui, riprendendosi man mano che avanzava.
Fiancheggiarono il corso di un naviglio e percorsero un lungo tratto di strada, allontanandosi ulteriormente dal centro della città e dalle vie più abitate. Il movimento e l’aria fresca e umida della notte permettevano a Mirto di rientrare gradualmente in possesso delle proprie facoltà, ma nel il tragitto egli tacque quasi tutto il tempo, temendo di non giungere mai a destinazione. Non dava più corda alle parole della sua guida, frasi sconnesse e farneticanti per la sua mente ancora offuscata. A tratti, poi, quello s’esprimeva in francese o in latino, alternando astruse declamazioni a motivetti d’opera fischiettati con enfasi. Mirto era concentrato su se stesso nel tentativo di districarsi fra i confusi segnali del proprio organismo in subbuglio. Non era avvezzo al bere, tanto meno a bere in tal misura. Non era certo di star bene, sudava freddo e a tratti era colto da conati. L’uomo accanto a lui, invece, non dava segni di stanchezza, continuava a parlottare da solo e canticchiare. Ogni tanto controllava l’espressione sul volto di Mirto.
“Vi state riprendendo, ingegnere? Non siete avvezzo a questo genere di terapia, o sbaglio?”, disse ridendo.
“Perché… Perché l’avete trattata a quel modo?…”, chiese allora Mirto.
“Trattato…, chi?”, disse l’altro. Di nuovo Mirto credette di essersi immaginato tutto. “Ah! Le donne, le donne!… L’amore!”, sospirò infine il suo accompagnatore aprendo le braccia in un gesto sconsolato. Poi, facendosi subito serio, portò un indice sul volto di Mirto e gli disse a un palmo dal naso: “Dite, ingegnere, credete forse nell’amore? Pensate di poter credere nell’esistenza di un sentimento duraturo e parimenti corrisposto? Addirittura eterno?!… Vedete, mio caro, Lucia, la giovane donna che avete conosciuto, pur essendo sensibile e intelligente, non fa affatto tesoro di queste sue doti, non le mette a frutto per quello che sono, per il loro vero valore; non riconosce i propri talenti, quindi non li accetta; al contrario, li sotterra. E forse è bene così…”
“L’amore…”, riprese, “Un’anima come la sua, gentile e confusa, ha ancora bisogno di nutrirsi di una simile illusione. Qualcosa nella sua stessa natura di donna le obnubila la volontà e la mente, imponendole il sacrificio, portandola a immolarsi per un ideale e un prevaricante spirito d’abnegazione. Inutilmente”. Esitò con lo sguardo perso nel vuoto.
“No, meglio così, meglio che mi stia lontana. Deve compiere da sola il proprio cammino, qualunque esso sia. Forse voi non capite, ma io sto solo cercando di salvarla, di sottrarla a una morte certa. Poiché questo attende chi, come me e come voi – ho ragione di credere, apre gli occhi sulla vita, sulla vita vera… Poiché quando questo avviene, dopo è troppo alto il prezzo per tornare indietro”.
Ripresero a camminare.
“Caro mio”, riprese l’anfitrione, “questo mondo è crudele con chi entra in contatto con il moto profondo del proprio animo e decide di assecondarlo fino a giungere alla sua totale emancipazione. Non v’è posto per gente come noi nel mondo attuale, in questa società. Domani, forse, all’alba della rivoluzione… Ma oggi siamo ancora condannati a soffrire l’ostracismo e l’offesa di una recita ipocrita e infamante”.
“Proprio così: voi come me, Mirto, l’ho capito subito. Non negatelo”, ribatté al cenno di dissenso di Mirto.
“Ma siamo sempre liberi di scegliere”, proseguì. “Possiamo decidere di mutilarci, perire così alla nostra coscienza, sottrarci volontariamente alla vita vera, per essere nuovamente ammessi alla quiete di un’esistenza offuscata e sottomessa, trascinandoci così passivamente fino alla sua conclusione, che non meriterà più nemmeno di essere chiamata morte”.
Poi, ravvivandosi, chiese con rinnovato entusiasmo: “Mirto, voi leggete Nietzsche?” E senza attendere risposta riprese: “Vedete, esistono due tipi di morte. La morte grande e la piccola morte. La piccola morte è quella di cui vi dico: quella che spetta a coloro che, ciechi, vissero all’oscuro della verità e che, quand’anche la sorte li avesse messi in condizione di affrancarsi e di assurgere alla luce della ricerca e della spiritualità, vi rinunciarono, pusillanimi, preferendo vivere come bruti o bestie insensibili e credendo di poter essere così più forti, invece di accedere alla vita racchiusa in una consapevole sofferenza. Essi, dunque, un bel giorno si distendono e muoiono, e la loro esistenza non avrà mai un senso diverso da questo: essere meccanicamente sospinta al suo termine. L’altra morte, invece, la morte grande, spetta a chi visse ogni ora della propria esistenza memore d’essere morituro; a chi comprese che la morte stessa altro non è se non la celebrazione più eccelsa e vivente della vita!… Per questo io dico che la morte va concepita, vissuta e maturata in ogni sua fase, in ogni suo processo; poiché essa è espressione di un frammento d’eternità e di demiurgica, insuperabile potenza che ci pone, almeno per un istante, almeno in quell’istante infinitesimo e infinito, alla stregua di Dio!… Morire è per i pochi che accedono alla sua vera potenza, alla sua vera essenza, il più sublime grado della perfezione umana!…”
E concluse eccitato: “Dà, Signore, a ciascuno la sua morte!, recita il poeta, La morte che fiorì da questa vita, in cui ciascuno amò, pensò, sofferse. La morte grande che ciascuno ha in sé, è il frutto attorno a cui si volge il mondo.
“Non capisco”, intervenne Mirto. “Voi dunque non nutrite alcuna speranza?”
“Tutt’altro!” rispose l’altro. “Solo che credo di essere troppo debole o troppo realista per ritenere di poter condividere con qualcuno, tanto meno con una donna, un mistero così grande”.
“Ma la vita è… – come dire? La vita è un istinto primordiale che va ben oltre la nostra volontà, questo voi non potete negarlo”, obiettò animatamente Mirto. “La vita è procreazione, conservazione della specie… Voi invece mi parlate di aspirazione alla morte, voi negate la vita!…”
“Credete veramente che l’incoscienza sia il destino dell’uomo?” ribatté l’altro. “C’è più vita in una vena di metallo che percorre la profondità della roccia che in un uomo nell’atto del concepimento. C’è più preservazione e speranza in un atto di distruzione consapevole e ferma, che nel mettere al mondo figli come schiavi, esseri umani privi di libertà. Anime prive di coscienza, peggio, educate a non averne!… Mi parlate di istinto alla sopravvivenza e alla perpetuazione della specie, quindi della società… Dico, vi siete guardato intorno?… Vi siete reso conto di cosa sta per accadere? Questo mondo è giunto al capolinea, una fine che non tarderà a venire. E non sarà per mano di Dio, né di uno dei suoi profeti e nemmeno di un singolo. Essa giungerà per volere di un popolo. E’ l’uomo stesso che si ribella alla sua sorte e il miracolo in questo è che alla coscienza di un individuo, qual potrei essere io o potreste essere voi, si sostituisce in tutta la sua magnifica e ingovernabile autarchia l’arbitrio di una massa.”
“Dunque, voi siete forse a favore della rivoluzione. Siete uno di loro?”
“No, Mirto, sono a favore della liberazione delle menti, anche se, devo ammettere, nel mio mondo ideale in linea teorica non è possibile un equilibrio; esso a rigor di logica dovrebbe essere governato dal caos… Mi rendo conto che la scienza di vita, la consapevolezza e l’emancipazione di cui sto parlando oggi sono accessibili soltanto a pochi…”
“E ad essi sarebbe affidata la guida delle masse?”, lo interruppe Mirto.
“No, non vedo un affrancamento, né un miglioramento in questo. Nate in schiavitù, le genti cambierebbero soltanto padrone. No, io sto parlando di una conquista individuale, unica e per questo stesso motivo universale. L’individuo per rinascere a nuova vita non necessita dell’ammaestramento e della prosopopea di un pensatore, di un filosofo, di un politico, di un poeta imbonitore, di un farneticante visionario… Quelli che oggi salgono sul pulpito cavalcano o cercano d’inseguire un’onda cui in realtà non hanno dato origine, cercano di appropriarsi indebitamente del sentimento comune, di incanalarlo e piegarlo a loro piacimento per i propri meschini interessi. Il popolo solleva la testa e loro, i politici, i filosofi, gli incantatori, i seduttori, coloro che pretendono di sapere ciò che costituisce il bene comune, ma che in realtà hanno solo paura del risveglio delle masse, tutti a modo loro cercano di sopirle con l’oppio dell’argomentazione e della retorica, o della più becera imposizione morale…”, disse infervorato. “Sono solo parole, slogan, vane intenzioni e promesse costruite sul nulla. E anche le menti di chi ha accesso alla cultura, le menti migliori, quelle dei nostri studenti, vengono invase da pensieri altrui, fomentate, condizionate. Eccoli là, già pronti, bravi discepoli, a dar seguito all’inno. Hanno cuori giovani e caldi, non sanno di essere pronti per la carneficina in nome di un ordine subdolamente inculcato nei loro intelletti accecati dalla passione”.
“Vedete”, incalzò, “almeno in questo, bisogna darne atto, Gesù Cristo fu un esempio di coerenza. Egli non lasciò dietro di sé alcuna traccia tangibile, nemmeno l’inganno di una tavoletta incisa, nessun altro lascito autografo sopravvissuto nel tempo, se non il comandamento che ogni uomo seguisse liberamente il proprio cuore, che amasse per essere amato, che facesse all’altro ciò che avrebbe gradito venisse fatto a lui… Ecco, diciamo che si tratta di un processo di autoreferenziazione, o se vogliamo d’autodeterminazione.”
“Ma”, replicò Mirto, “questo è il preludio all’anarchia, all’insubordinazione, al sovvertimento di ogni regola comune…”
“… e di ogni regime”, aggiunse il suo accompagnatore.
“Mirto, ammettetelo: questo è il preludio d’ogni emancipazione. Questo ad esempio, è ciò che chiedono oggi le donne, soprattutto alcune di loro; donne che hanno aperto gli occhi, donne consapevoli del loro ruolo e delle loro potenzialità. Ed io mi chiedo perché, se non per paura, esse siano obbligate dagli uomini alla sottomissione forzata. Quale miseria si manifesta allora in un uomo, padrone, persecutore, schiavista! Il suo potere si regge esclusivamente sulla paura. Ogni sua conquista è fatta in nome del timore di venir sconfitto o soppresso, estinto…”, i suoi occhi luccicarono di una fiamma improvvisa.
“Questa è la ragione per cui impedisco a quella donna di seguirmi, Mirto. Le chiedo di agire da sola, per se stessa, di essere se stessa, indipendente. Non ha bisogno di me per questo. E in ogni caso non sarebbe la scelta giusta…”
“Mirto”, disse dopo una pausa, “volete assaporare la forza della liberazione? Volete essere anche voi scevro da ogni vincolo e da ogni forma di folle subordinazione? Volete vivere?… Coraggio, siamo quasi arrivati.”

Pronunciate quelle l’uomo condusse Mirto al di là di un ponticello di legno, oltrepassando il corso d’acqua che avevano costeggiato fino a quel punto. Mirto non aveva idea di quale distanza avessero percorso, ma si rendeva conto che dovevano essersi allontanati di parecchio dalla locanda.
Si fermarono poco dopo, all’ingresso di uno stabile illuminato, dal quale in piena notte giungevano le note sdolcinate di un armonium.
“Un bordello…”, constatò amaramente Mirto ad alta voce. “E’ questa, dunque, l’emancipazione di cui tanto vi vantate?”, chiese sarcastico al suo accompagnatore. Ma quello era già entrato.
Alla fine di quel controverso pellegrinaggio, un approdo meschino e indecoroso; cosa poteva aspettarsi di diverso, in fondo? La filosofia di vita dell’uomo che aveva seguito fin lì sembrava fondata sull’annichilamento e l’autodistruzione; perché non sulla depravazione?
Mirto non aveva mai messo piede in una casa chiusa. Non ne ignorava certo l’esistenza né, per dirla con qualche conoscente più libertino di lui, l’utilità. Tuttavia, si sentiva sporco al solo sostare su quella soglia. Frugò all’interno della giacca, tirò fuori un fazzoletto e s’asciugò la fronte. Osservò la luce rossastra che filtrava dall’interno della casa attraverso i malconci vetri smerigliati del portone di ingesso.
Libertà, rivoluzione, le parole del suo compagno di viaggio gli rimbombavano nella testa. Lo immaginò intento a verificare la disponibilità di qualche ragazza. Non provava né sdegno, né rabbia, poiché sapeva che in fondo tutto questo aveva una sua logica; non aveva intenzione di imputargli alcunché, né di erigersi a giudice morale del suo comportamento, già abbastanza ambiguo. Solo non sapeva dove si trovasse e dove passare la notte.
Guardò intorno la strada deserta e buia. Estrasse l’orologio dal taschino: mancava poco alla mezzanotte, dove andare? Mentre ancora cercava di capire cosa fare, sentì aprirsi bruscamente la porta d’ingresso: una voce sguaiata l’investì con qualcosa a metà fra un richiamo da mercato e un invito disperatamente sensuale: “Vossignoria non vorrà mica star lì tutta la notte a fare la guardia?!”
Mirto rimase fermo sotto lo sguardo curioso e irriverente di una donna con le spalle scoperte e la camicia sbottonata su un seno prosperoso.
“Ettore, il tuo amico fa il timido…”, gridò quella.
S’udirono delle risa. Alle sue spalle Mirto intravide il poeta anfitrione che con espressione divertita tirava a sé un’altra donna, più attempata e corpulenta, cingendola con malagrazia; per tutta risposta quella gli scompigliò i capelli respingendolo veementemente, facendogli quasi perdere l’equilibrio. Eccitati da quel gioco risero ancora rumorosamente. Sulla soglia, poi, l’uomo mise una mano sulla natica della donna, al che quella trasalì bruscamente lanciando un grido e restituendogli una gomitata nello stomaco e un paio di improperi.
“Andiamo, Mirto!”, esclamò Ettore in preda alle risa, mentre infastidito dalla donna cercava invano di portare alla bocca una piccola rosa presa chissà dove. “Andiamo, dove vorreste andare a quest’ora? Chi potrebbe offrirvi un’accoglienza più calda e sincera di questa?…” Strinse forte a sé la donna e la baciò sul collo, cercando di riprendersi la rosa. “Dai, Luna, fai la brava…”, e rivolgendosi di nuovo a Mirto, “Non mordono mica, sapete? Non abbiate paura, siete mio ospite ed è mia intenzione non farvi mancare nulla.”

Capitoli precedenti:

PARTE PRIMA
Cap. I (Prologo)
Cap. II (Fotografia)
Cap. III (Ester)
Cap. IV (Trincea)
Cap. V (Esodo)
Cap. VI (Sangue)
Cap. VII (Campo de’ Fiori)

PARTE SECONDA
Cap. VIII (Il porto)

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4 thoughts on “Sangue Rappreso – IX

  1. confesso che seguo con più piacere le vicende di Ester, vitale, positiva, istintiva nelle scelte, che non questo disorientato Mirto, apatico, inconcludente e che si lascia contagiare dagli atteggiamenti spavaldi e contraddittori di Ettore.
    speriamo torni presto in scena Ester 🙂
    ml

    • Mirto, Mirto… Mirto mi dà da pensare con questo suo essere trascinato in giro, con questo suo dipendere, essere passivo.
      Mi dà da pensare (e mi fa anche incazzare) perché è un debole (pareva un tronco di legno, invece è un fuscello), un indeciso, una vittima di se stesso, dei suoi pentimenti, rimorsi, delle sue stesse debolezze.
      E’ uno spettatore, non un personaggio. Uno specchio per Ettore e tutto ciò che lo circonda, eventi o persone.
      Ester è un personaggio.
      Mirto un’ombra.
      E, ciò che più mi disturba, è che mi assomiglia!

  2. mi diverte e mi stupisce questa tua mancata difesa di Mirto, m’aspettavo ne decantassi uno spessore nascosto, un travaglio intimo e promettessi una sua ripresa di morale e nerbo.
    quanto alla somiglianza con lui..ti ci vedo poco come fuscello 🙂

    • Spesso è così che mi sento, nonostante tutto. Nonostante, poi, non mi sposti, bensì rimanga radicato nelle mie pulsioni, convinzioni, sentimenti originali. Radicati, congeniti. Come tutti, anch’io mi identifico in un personaggio. Non so se sia lui a somigliare a me o piuttosto il viceversa. Talvolta però la cosa è veramente pervasiva e in qualche modo sconvolgente: vi vedo riflessi lati di me che mi fa male o costa fatica riconoscere, ammettere.
      C’è un’ambivalenza nel nome (biografico, originale) di questo mio personaggio. Non ho conosciuto il vero Mirto. Credo fosse tutt’altro. Più simile al tronco di cui parlavo. Ma strada facendo il mio Mirto è diventato l’arbusto di cui parliamo. Che, pensandoci, ha anche le sue qualità: una insospettata tenacia, radici più profonde del previsto, a fronte di un’apparente inconsistenza, mancanza di nervo, di iniziativa, di idee. Un frutto aromatico che è insieme dolce e amaro…
      Chissà se il nostro Mirto sia veramente così, ombra di fronte alla luminosità della giovane Ester.
      Non lo so più, non ancora. Staremo a vedere.

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