L’incrocio (3.)

[Terza e penultima parte; vai alla precedente]

3.

Luca ha un fremito. Mentre l’ascensore sale silenziosamente un fiume di pugnali gli scorre nelle vene pungendolo da dentro. Gli tremano le mani, il battito accelera prepotentemente; inspira forte, si sente esplodere, fatica a stare fermo. Sono l’uomo moderno, sussurra eccitato alla sua ombra riflessa nell’acciaio lucido, un’icona. Prevalenza, successo, posso sentirne l’odore, sono come il sangue per lo squalo. Tu dammi solo una possibilità, una sola, e io l’afferro, alla giugulare, cazzo… Cazzo, sono in botta!, esclama vedendosi da fuori. Ancora qualche minuto, poi strozza, sogghigna isterico. Si passa più volte una mano sulla fronte e nei capelli fischiettando un insulso motivetto da discoteca.
Ultimo piano. Le porte dell’ascensore si spalancano su uno sgargiante tappeto rosso. Luca ne segue la scia fino alla porta d’ingresso di un attico che ha l’aria di occupare almeno metà piano. Un sorriso bianchissimo apre in due il volto dell’enorme bodyguard nero che staziona di fianco alla porta, il quale dà un’occhiata alla sua lettera d’invito e si fa subito da parte esortandolo ad entrare. All’interno qualcuno si occupa tempestivamente del suo soprabito e in pochi istanti Luca viene avvolto dal caleidoscopio di musica e colori che si è già messo in movimento. Ragazze immagine, camerieri in livrea, sguardi al sicuro di occhiali scuri sono alcuni degli ingredienti della serata cui sta per prendere parte. “E’ ancora fra i primi”, dice un’hostess offrendogli un drink e indicando i drappelli di persone ai lati della sala.
Luca preleva un bicchiere dal vassoio e lo sorseggia guardandosi intorno in cerca di qualcuno degno di nota; insoddisfatto, raggiunge presto il bar per ordinare un secondo drink. Da lì può tenere d’occhio la sala e l’imponente soppalco da dove è previsto l’affaccio del padrone di casa e del suo nuovo socio. Nel frattempo, l’attico si popola di persone che si atteggiano in base a un codice scritto per quel genere di cerimoniali, un copione cui Luca ha ormai fatto il callo e per il quale nutre una sorta di dipendenza.
A un tratto, senza preavviso, i due protagonisti della serata si materializzano al bancone del bar, proprio accanto a lui. Diverse persone si fanno subito intorno, ma lì si fermano; salutano, ammiccano, li fissano, ma non osano approcciarli direttamente. I due ordinano tranquillamente da bere, ignorando chi li circonda.
Luca esita un momento, poi fa un passo avanti e li avvicina. Presentandosi, scopre con sua grande sorpresa che entrambi hanno sentito fare il suo nome. Quel credito inaspettato è per lui come un gong, lo sparo di uno starter, lo sprona a proseguire senza inutili indugi. Pianta gli occhi dritto in faccia all’americano, perché, lo sa bene, è lui il cavallo vincente, sua la fiducia da conquistare per prima. In pochi istanti presenta una serie di idee; le sue parole senza fronzoli, concise, efficaci sono come frecce dritte al bersaglio. Continua a fissare il proprio uditore, evitando di essere interrotto prima di aver finito di dire tutto quello che ha in mente, ciò che si è preparato. Espone ai due una concreta linea d’azione per l’acquisizione di una nuova fetta di mercato in Italia e in Europa, snocciola una serie di numeri e percentuali mandati a memoria, preparando il terreno per il piatto forte: la partnership con un gruppo di aziende selezionate, pronte a investire, con le quali giocando d’anticipo Luca e il suo studio hanno già preso contatti da tempo. E’ tutto pronto, assicura, se ne è occupato personalmente: ha raccolto manifestazioni d’interesse, stipulato accordi preliminari, ha pensato a tutto, sono mesi che lavora a questo progetto affinandolo man mano. Si tratta solo di decidere se e quando compiere il primo vero grande passo. Perché perdere tempo?
Luca è stato spregiudicato, è passato all’attacco senza nemmeno aver tastato il terreno. Ma forse le cose non stanno proprio così, forse gli uomini d’affari che ha davanti la pensano come lui, amano il rischio quanto lui, forse sono fatti della stessa pasta. E poi, si dice, quella potrebbe essere la sua unica occasione, attaccare l’unico modo per portare a casa la posta. Tace. Pensa a come in fondo sia stato facile arrivare fin qui, i suoi occhi eccitati sembrano dire: fidati di me, è il mio lavoro, quello che so fare meglio, la mia unica ragione di vita; punta su di me e non te ne pentirai.
Per qualche istante il giovane avvocato sostiene lo sguardo indecifrabile dei due imprenditori come un torero, impassibile mentre il corno dell’animale sfila a pochi centimetri dalla sua coscia e decide che quello è il momento giusto per la stoccata finale. E lui compie il gesto con eleganza, con mano ferma, senza strafare. Senza aggiungere una parola, né tradire l’emozione, porta il bicchiere alla bocca e sorseggia il proprio drink. Niente più di questo, quanto basta. E’ chiaro a tutti, ormai, che adesso è lui ad attendere, lui che valuta chi ha di fronte.
Sente su di sé gli sguardi delle persone attorno, può immaginare i loro volti interrogativi, smaniosi di sapere come andrà a finire. Guardate pure, pensa sprezzante, il primo a farsi sotto sono stato io.
Gli occhi dell’imprenditore italiano indugiano su di lui mentre ancora una volta soppesa trent’anni di lavoro e tutto quello che ha realizzato, un piccolo impero sull’orlo del fallimento ormai, che giace da tempo sul piatto di una bilancia. Si rivolge infine alla persona che ha accanto, cui spetta il compito di muoverne l’ago.
“Ne parleremo un’altra volta”, dice l’americano, posando il proprio bicchiere. “Domani. Nel pomeriggio. Si metta d’accordo con il mio assistente”, aggiunge sfiorando la spalla di Luca. “Cominciamo?”, chiede poi al proprio socio, avviandosi con lui verso il soppalco.
E’ fatta. Sì, è fatta. Ma Luca non si scompone, non lascia trapelare nulla, sarebbe un errore. Rimane in silenzio sotto gli sguardi di tutti, godendosi la loro invidia. Nella sua mente sta già pensando a un modo esclusivo per celebrare l’evento, a una sua personalissima festa privata. Sì, si dice, che la festa cominci. Con la punta delle dita tasta la bustina di plastica che tiene in una tasca dei pantaloni. Tre grammi di cocaina, quanto basta, pensa, quello di cui ha bisogno. Con aria consapevolmente soddisfatta, si sottrae a quell’ormai inutile proscenio dirigendosi verso la toilette. La musica esplode improvvisamente ad altissimo volume mentre a testa alta Luca attraversa la sala ormai gremita senza vedere nessuno, né accorgersi di Curcio che gli si è avvicinato e gli sta chiedendo qualcosa.

Una mano gli sfiora il petto prima che riesca a mettere a fuoco i pensieri. Il primo piacere per quella carezza è seguito da un immediato senso di angoscia e da un feroce mal di testa. Luca solleva quel braccio come se si trattasse di un oggetto inanimato, poi, seduto sul bordo del letto, prova a ricomporre i frammenti della nottata appena trascorsa.
Si era in dirittura d’arrivo. Finite le presentazioni, le dichiarazioni e i riconoscimenti di rito, le figure di spicco si erano presto eclissate, evitando con buon anticipo il sipario. Dopo l’esibizione di una giovane cantante pop con la sua hit per l’estate, un comico televisivo si era occupato di prolungare il più a lungo possibile l’aura di straordinarietà della serata, dopodiché la musica dance aveva definitivamente coperto ogni cosa. Mentre buona parte dei convenuti cominciava a sfollare, chi rimaneva si agitava in mezzo alla sala come se si trovasse in una qualsiasi discoteca, oppure s’attardava al banco del bar. Luca era fra questi ultimi. Con un bicchiere in mano osservava due ragazze agitare i fianchi sopra la sua testa, chiedendosi quale delle due sarebbe stato più bello portarsi a letto. Magari tutte e due, il pensiero di godere appieno di quella serata lo eccitava ancora.
“Senti, come si chiama la ragazza in piedi vicino alle scale?”, ricorda di aver chiesto al barman.
“Quale?”
“Quella con gli stivali bianchi”, Luca si volta a indicargliela, ma incrocia lo sguardo di Nadia che, in mezzo a un gruppo di persone, lo sta fissando.
Poco alla volta, mette a fuoco gli istanti che si son susseguiti da quel momento. Il primo approccio con Nadia, stentato e diffidente, che si è fatto via via più disinvolto. Il loro successivo fraseggio, lo stuzzicarsi, prendersi e lasciarsi, l’alternarsi di provocazioni in presenza d’altri che è continuato ancora una volta rimasti soli. Hanno pure ballato, ricorda Luca incredulo, domandandosi quanto dovesse aver bevuto Nadia.
Si volta a guardarla. Ne contempla la schiena nuda incorniciata dal lenzuolo. Un sommesso mugolio pare rispondere alla curiosità indisturbata del suo sguardo. Nadia gira il capo di scatto, affondando il viso nel cuscino. Luca le fissa la nuca, i capelli arruffati e sconvolti. Quel disarmo la rende più povera al suo gusto, ma si consola subito ripercorrendo la linea sinuosa della sua schiena. Una bella scopata, sentenzia. Già, ma ora non riesce più a goderne. Proprio in quel momento un crampo allo stomaco gli annebbia la vista, costringendolo ad alzarsi di scatto. Per qualche istante respira affannosamente, barcolla, chiude gli occhi cercando di riguadagnare l’equilibrio. Quando sente tornare il sangue alle tempie, riapre gli occhi e getta uno sguardo al letto disfatto, provando l’irrefrenabile bisogno di svuotarlo gettandone a terra il contenuto.
Sotto la doccia si sfrega la pelle fino a farla bruciare. Poi s’asciuga lentamente, mentre sente crescere il fastidio dovuto alla presenza di una donna nel suo letto. Ora vai di là e la cacci via, ordina alla propria immagine riflessa nello specchio. Un tremito incontrollato percorre l’indice della sua mano.
Uscito dal bagno, si veste rapidamente, non preoccupandosi di non far rumore. Ha fretta di rimanere solo, di uscire a respirare, e per farlo deve andar via di lì al più presto. Prima che Nadia riesca a levare uno sguardo interrogativo sulla stanza vuota, Luca ha già chiuso la porta di casa dietro di sé, certo che quando vi farà ritorno, troverà un clima più ospitale. Nadia rimane immobile, fissando il corridoio, mentre dalle scale le giunge l’eco dei suoi passi.

Per strada Luca cammina nel chiarore diffuso respirando il fresco residuo della notte, ma una volta giunto al primo incrocio, gli accade di assistere all’insolita scena descrittagli dalla madre la sera prima. Un’elegante signora di mezza età sul marciapiede al di là della strada sta parlando con l’accattone seduto sul suo trono di sacchetti di plastica, il quale la guarda dal basso con occhi da animale mansueto. Dall’altra parte dell’incrocio, Luca li guarda stupefatto. Ma allora è proprio vero, pensa, quei due si conoscono. Cosa si staranno dicendo?
La signora sorride gentilmente al barbone, che non si muove, pare impassibile. Lei gli porge un pacchetto e l’accattone lo prende fra le sue mani sporche, le loro dita si sfiorano. Poi la donna prende quelle mani gonfie nelle sue. Lui accenna un sorriso riluttante mostrando di non essere avvezzo a quel genere di cose. Pazza! Esclama Luca, che a sua volta fatica a tollerare quel gesto.
Gli occhi dell’uomo ora vagano sul marciapiede, la signora gli sta chiedendo qualcosa. Tace, infine risponde faticosamente, sillabando le parole. Estrae da sotto i suoi stracci un pezzo di carta e glielo porge. Lei lo apre e ne legge il contenuto, mentre lui, immobile al suo posto, le fissa le mani in un atteggiamento che pare di devozione. La donna riprende a parlare. Luca vorrebbe tanto sapere cosa stia dicendo, ma ancor più conoscere la natura del suo legame con quello straccione. Sua madre aveva ragione, comunque: i suoi gesti non sono certo affettati o dovuti, non è beneficenza quella che sta facendo. D’altronde non ha mai scorto il vagabondo nell’atto di chiedere, né a lei, né a nessun altro. E ora è certo che la donna non gli abbia dato né soldi, né cibo. Quel pacchetto deve contenere altro, qualcosa di personale, forse un ricordo, un oggetto proveniente da un comune passato. Che cosa rappresenta per lei quell’uomo? Che altro può essere se non un poveraccio, un comune barbone, un uomo abbandonato al proprio destino?
La donna si sta allontanando. Luca la osserva avanzare verso di lui attraverso l’incrocio, può constatarne la bellezza, la sobria eleganza del portamento, una grazia modesta, schiva. Sul volto irsuto del clochard, nel frattempo, è già tornata l’imperturbabile maschera di sempre. Solleva il basco dalla testa passandosi una mano sulla fronte sudaticcia, poi estrae un tozzo di pane da una sporta e ne stacca un morso che comincia a masticare lentamente. Potrebbe trovarsi in qualsiasi altro posto, riflette Luca, e si comporterebbe allo stesso modo. Eppure è lì che deve stare, è su quel pezzo di marciapiede che deve prendere posto ogni giorno. A suo modo, quello è un vero e proprio atto di volontà, un atto di fede.
E se fra lui e la donna ci fosse stato un legame ben più profondo di quello che si potrebbe pensare? Se un tempo i due fossero stati amici, o addirittura amanti, prima che il destino li separasse, gettando l’uomo in disgrazia, sulla strada, privandoli così della possibilità di un nuovo ricongiungimento?
Luca si sorprende delle sue stesse illazioni: gli inverosimili prodotti di una mente sovreccitata, si dice. Un buon caffè è quel che ci vuole. S’accende una sigaretta e si dirige verso il primo bar.

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4 thoughts on “L’incrocio (3.)

    • Assolutamente sì. Come in ogni dipendenza e in ogni mania ossessiva, in ogni forma di presunzione di controllo… Luca è un debole, una maschera. Nella droga trova solo illusioni. Parole banali, immagini banali, se vuoi, che però contengono sempre una profonda verità esistenziale.

    • Quella quiete e calma interiore, necessariamente interiore – non solo frutto dell’indigenza, della privazione – è spiazzante. Destabilizza Luca, lui non lo sa, non lo ammette, ma in fondo è così.

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