L’incrocio (2.)

[Seconda parte; vai alla precedente]

2.

“Dottor Di Biasi, ho in linea la signora”.
“Passi pure”, risponde Luca alla segretaria.
“Pronto,…”, un’esitazione, un tremolio nella voce, “Luca?…”, la madre entra sempre in punta di piedi.
“Sono io mamma, perché mi hai chiamato? Stavo per uscire…”
“Caro, avevi il telefonino spento, ero un po’ in apprensione…”
“Ho passato il pomeriggio in riunione”, taglia corto Luca.
“Sì,… Volevo solo sapere se stasera devo aspettarti, caro. Non ti ho più sentito…”
“Mamma, sono almeno quattro anni che ci vediamo tutti i giovedì sera. Perché dovrei aver cambiato programma?”
“Lo so, lo so, ma non sentendoti, ho pensato che avessi di meglio da fare che cenare con una vecchia”.
“No, mamma, non ho altri appuntamenti. E’ la nostra sera, so gestire i miei impegni. E comunque ti avrei avvisata per tempo”. Luca può immaginare l’espressione di sua madre all’altro capo del telefono, rincuorata da quelle parole. Diversamente si sarebbe dovuto sorbire il dettagliato elenco di disturbi e farmacopee che affliggono la donna, la base di ogni suo prevedibile ricatto psicologico. Ma la signora Di Biasi può star tranquilla: suo figlio troverà sempre un po’ di tempo per lei; per la propria famiglia, giacché lei è tutto quel che ne resta. Quando divorziò dal secondo marito, Luca pensò che come unico figlio fosse suo dovere prendersi cura di sua madre. Una volta uscito di casa, si stabilì in un appartamento a due soli isolati di distanza. Passando spesso a trovarla, riceveva in cambio l’aiuto di Maria, la fidata domestica, e stock di camice stirate. Com’era prevedibile, la madre s’insinuò nei suoi ritmi di vita cercando di preservare il cordone ombelicale che li univa da sempre. Luca dovette imparare a tenerla a bada, o almeno era ciò che pensava di fare.
Fin da quando vivevano sotto lo stesso tetto Luca godette di un’apparente libertà d’azione. La madre pareva non interferire con le frequentazioni e le abitudini sessuali di suo figlio. Non s’oppose, non mostrò particolare ostilità, ma nemmeno risparmiò severità di giudizio nei confronti di qualsiasi ragazza Luca le presentasse. Evidentemente, nessuna sarebbe mai potuta essere all’altezza delle sue aspettative. Ma la battaglia, in realtà, era già persa in partenza, poiché agli stessi occhi di Luca qualsiasi donna non reggeva il confronto con sua madre. Tranne una, Jelena.
Jelena era una ragazza ucraina. Mamma a sedici anni, cresceva il suo bambino in un paese straniero, nel quale si faceva strada grazie alla propria bellezza. Prima di diventare modella, per quasi un anno aveva accudito un’anziana signora italiana: il suo passaporto per una nuova vita, per un mondo sconosciuto, ricco di opportunità. Le quali, però, dovette ben presto imparare, potevano costare anche molto caro. Lei e Luca si frequentarono per qualche mese. Ammaliato dalla sua bellezza, Luca scoprì l’incredibile forza d’animo di quella giovane donna, la profondità e l’autenticità dei sentimenti di cui era capace. In breve si attaccò a lei in modo ossessivo, morboso, soffocandola con le sue pretese inadeguate, la sua gelosia, i suoi atteggiamenti puerili. “Ho già un figlio cui badare”, si sentì dire più di una volta. Jelena giunse al punto di compatirlo, ma non poteva assolutamente permettersi di perdere tempo con lui. Quando capì che Luca non era l’uomo adatto per lei, fu in grado di rinunciarvi.
“Luca, sei ancora lì…?”, la voce di sua madre lo riporta al presente.
“Sì”, risponde calmo.
“Faccio una doccia, mi cambio e sono da te”, aggiunge. “Altro?”

I marciapiedi sembrano una colata d’asfalto, ma nulla, nemmeno la strada che si scioglie sotto i piedi sembra turbare l’isteria del traffico di fine giornata. Immerso in quell’aria densa, Luca pregusta il piacere di una doccia, ancora un semaforo e potrà trovare sollievo nell’isola climatizzata del suo appartamento. Scivola un’ultima volta lungo la fila di automobili ferme, con lui uno sciame di motocicli che si insinuano fra cofani e condizionatori accesi. Fermatosi, Luca gira lo sguardo: il barbone è ancora là, proprio di fronte a lui, piantato sul marciapiede in mezzo all’incrocio. Seduto sul suo trono di stracci e sacchetti di plastica, pare apatico, incurante delle persone che gli passano accanto. La sua posa ricorda quella di un Buddha. E’ enorme, peserà più di cento chili. Ha il viso gonfio, congestionato, stratificazioni di sporco gli macchiano la pelle e i vestiti. I pantaloni, lacerati in più punti, mostrano a tutti le sue sudice gambe divaricate. La canottiera, di un colore indefinibile, non gli copre del tutto il ventre lurido e dilatato. Ma come fa a non vergognarsi?, si chiede Luca. Non si accorge di come lo guardano? Che sta lì a fare? Non chiede nemmeno l’elemosina… In effetti, non si vede mai nessuno fermarsi e dargli una moneta o qualcosa. Lo straccione se ne sta lì, abbandonato al suo destino, senza chiedere niente. Ma non è affatto invisibile.

La stanza di Luca è chiusa a chiave, come sempre, ma lui sente l’esigenza di entrarci, vuol vedere che effetto gli fa. Ogni cosa è nello stesso identico posto in cui lui l’ha lasciata, tutto è fermo ad allora, come in una fotografia: il letto, la scrivania, gli scaffali pieni di libri e ricordi dei suoi viaggi, i trofei sportivi, i poster alle pareti… La madre vuole che tutto rimanga come prima che se ne andasse. Manco fossi morto, pensa, soppesando la testa di bronzo di un Buddha thailandese. Si siede sul letto, le molle cigolano un po’, da lì la stanza sembra più grande, il soffitto più distante e con esso i confini dell’immaginazione, delle possibilità. Si rialza subito con la sgradevole sensazione che il proprio passato lo avvolga alle spalle. Si avvicina allo stereo, rimuove il sottile strato di polvere che ricopre il coperchio del piatto, alza l’interruttore; le lancette retroilluminate dell’amplificatore ondeggiano per un istante in una breve danza sincronizzata, stabilizzandosi. Gira la manopola del volume gustando il sordo ronzio delle valvole che invade la stanza, poi estrae un paio di vecchi vinili da uno scaffale e li sfoglia distrattamente. Infine, decide di passare in rassegna le fotografie appese alle pareti e sulle mensole, un atto necessario. Una in particolare attira la sua attenzione, quella di un ragazzo abbronzato in riva al mare, capelli al vento, che fissa l’obiettivo sorridendo quieto. Luca la fissa a lungo. Il ricordo dei viaggi che ha fatto, i luoghi che ha visto, gli amici, le ragazze che ha avuto, nulla è in grado di uguagliare l’emozione di stare di fronte a quell’immagine di sé conficcata nel tempo. Stacca la cornice dalla parete, vuole vedersi meglio: la pelle bruciata dal sole, le braccia nude, l’espressione sorridente degli occhi, lo sguardo, il suo, intelligente e acuto, così… così sereno; pare che nulla possa turbarlo.
“Luca, è pronto…”, un richiamo dalla sala da pranzo lo sottrae bruscamente ai ricordi cristallizzati in quella stanza. “Arrivo”, risponde, chiudendo la porta della camera. In corridoio, riflessa in uno specchio, ritrova l’immagine di sé, oggi. E’ diversa da quella del ragazzo della fotografia, è più asciutta; la pelle del viso è più curata ma sottile, tesa. Lo sguardo è segnato da un marchio indelebile d’insofferenza. Che cosa gli è successo? Luca respinge con fastidio quella domanda, con un gesto meccanico riavvia i capelli che gli scendono sulla fronte, impreziositi da qualche filo d’argento. Osserva il taglio della sua camicia, la qualità del vestito giovanile e slanciato che indossa; tutta roba di sartoria. Ineccepibile, annuisce compiaciuto. Non può non compiacersi di ciò che vede. No, si dice, nei suoi occhi non c’è più traccia dell’ingenuità del ragazzo rinchiuso in quella stanza, al suo posto ora ci sono determinazione, sicurezza, la certezza che l’uomo riflesso in quello specchio sia ciò che ha sempre desiderato essere.

“Non mangi più? Non hai nemmeno toccato la carne…”
“Non ho più fame”.
“Sei silenzioso stasera, qualcosa non va? Preoccupazioni sul lavoro?”
“No, mamma, al contrario. Sto lavorando all’affare più importante dell’anno. E se le cose vanno come devono, fra qualche mese saremo ancora più quotati. E più ricchi, ovviamente”.
“Caffè?”, aggiunge subito dopo, cambiando discorso.
“Hai fretta di andare, Luca? Non mi racconti mai nulla di te…”
“Non iniziare, mamma, se ci fosse qualcosa degno di nota, ne saresti già al corrente, in un modo o nell’altro”. Si accende una sigaretta, espirando nervosamente dalle narici.
“Sei così suscettibile. Se chiedo, è per il tuo bene, lo sai. Vorrei tanto saperti felice”.
Così staresti in pace con la tua coscienza, pensa Luca fra sé.
“Che mi dici di quella ragazza…”, insiste la madre. “Come si chiamava?”
“Mamma, falla finita”, la interrompe Luca. “Parliamo un po’ di te. Non hai idea di quanti casi di divorzio stiamo trattando in questo periodo”. La fissa cinicamente.
“Sei ingiusto”, protesta lei. “Tua madre è l’unica persona a volerti veramente bene e questo tu non riesci ad accettarlo. Non capisco perché tu venga a trovarmi, se poi mi presenti il conto della tua indifferenza e del tuo rancore. Se è solo un obbligo, puoi fare a meno di venire”.
“Non cominciamo con i piagnistei che non è il caso. Le cose non stanno come dici tu e lo sai bene. Tu sei e resterai sempre mia madre, con tutte le conseguenze che questo comporta”. Discorso chiuso. Luca si volta e accavalla le gambe strofinando bruscamente i pantaloni col dorso della mano.
Mentre Maria raccoglie i piatti in silenzio, lui si alza e va in soggiorno, prende un giornale e inizia a sfogliarlo. La madre raggiunge la domestica in cucina e cominciano a parlare. Quando arriva il caffè? Si chiede Luca impaziente; si accende un’altra sigaretta.
Maria porta il vassoio con le tazzine e la madre, come d’abitudine, gli sottopone alcuni documenti: corrispondenza, lettere di assicurazioni, banche, scartoffie di cui da sempre lascia che sia il figlio a occuparsi. Mentre sfoglia quelle carte, Luca sente nuovamente su di sé lo sguardo accorato di sua madre.
“Insomma che c’è?!…”, sbotta.
“Vorrei che ti trovassi una donna”, dice lei. “Ogni uomo ha bisogno di una donna al suo fianco. Non sei più un ragazzino, Luca”, aggiunge in tono lamentoso. “Hai bisogno di qualcuno che ti stia accanto, che si prenda cura di te. Cosa ti frena? Cos’è che non va?”
“Ma da che pulpito!”, risponde lui con stizza. Poi si frena. Col passare degli anni la donna che ha di fronte sta diventando sempre più vulnerabile e ora è sul punto di piangere. Le si avvicina lentamente, non riesce a toccarla, ma lei lo abbraccia e lo stringe forte a sé, aggrappandosi. Per un po’ restano così in silenzio.
“Luca…”
“Dimmi, mamma”.
“Hai presente l’accattone dell’incrocio, quello che passa tutto il giorno sul marciapiede?”
Luca è spiazzato. Come diavolo può esserle venuto in mente quel tale, ora, si chiede.
“Sì, certo…”, risponde incuriosito.
“C’è una donna”, riprende lei, “l’ho vista con i miei occhi, più di una volta”.
“Sì,… E quindi?” Luca la invita a proseguire.
“Tutti i giorni, verso mezzogiorno, una donna si ferma a parlare con lui. Non è una donna qualsiasi. E’ una signora distinta, una persona elegante, molto fine. Per questo l’ho notata”.
“Va bene, mamma, con questo cosa vuoi dire?”
“La cosa strana…”, la madre scandisce le parole, come se stesse rivelando un grande segreto. “La cosa strana è che si comporta come se si conoscessero da tanto tempo. Sembrano, come dire… Sembrano intimi…”. “Intimi, sì”, ripete.
Luca prova a raffigurarsi la scena in silenzio.
“Voglio dire”, riprende la madre assorta, come se stesse assistendo in quel momento a uno di quegli incontri. “Quella donna non lo tratta come un poveraccio qualunque, dimostra rispetto nei suoi confronti. Si rivolge a lui come a un suo pari, come se fra loro vi fosse un legame, un legame affettivo…”
“Mi chiedo come possa sottoporsi quotidianamente al fetore che emana quel lurido straccione”, la interrompe Luca. “Strano, comunque”, aggiunge, “Ero convinto che non parlasse italiano. Mi era parso di sentirlo biascicare qualche parola in francese”.
“Non escludo che si parlino in quella lingua”, soggiunge la madre.
A un tratto Luca si sente a disagio in quell’abbraccio, in tutta quella confidenza. Se ne sottrae come se si scrollasse di dosso qualcosa. Dà un’occhiata all’orologio, raccoglie frettolosamente il soprabito e s’avvia verso l’ingresso.
“E’ ora che vada”, dice, aprendo la porta.

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12 thoughts on “L’incrocio (2.)

  1. Bella narrazione… mi è capitato altre volte una scena simile qui nella capitale… e debbo dire che è stata una immagine più forte del male odore che arrivava a metri di distanza. Ricordo che pensai che per assurdo, l’unico essere umano che lo avrebbe potuto avvicinare sarebbe potuta essere la madre. Cribbio che riverbero di fatti!!! Bravo Paolo!!!

    • Grazie Blu! In effetti scene e persone del genere possono essere frequenti. Nel caso, mi ispirai a una persona che vedevo realmente, a Milano. Era sempre lì. Non so dove andasse quando non era lì a “presidiare” l’incrocio (giacché quello mi pareva fosse il suo “mandato”). Silenzioso, impassibile (lercio, puzzolente e tutto il resto); eppure aveva una sua dignità; di più: pareva essere al suo posto, a casa sua. Avevi l’impressione che nessuno potesse andare a dirgli di spostarsi di lì, nemmeno l’autorità (faccio per dire). Quello era il suo posto e lui viveva nel suo mondo, apparentemente indifferente a tutto ciò che gli girava intorno…
      Nel racconto il personaggio assume per il protagonista una valenza, forse indefinita, forse no… Ma ne parleremo se mai più avanti…

  2. Mentre leggevo proprio del barbone ho avuto uno stacco di pensiero, è voluto vero? Dico questo raccontare del barbone nel mezzo di una storia….mi sono accorta che non era casuale
    E infatti lo ritrovo alla fine del racconto nelle parole della madre di Luca…sarà il padre stesso? Sarà il nuovo proprietario del progetto\investimento di cui parla Luca)
    Vado a leggere la terza parte! :))))

    • Già. Hai colto bene. E’ una presenza a margine. Tende a scomparire e fare da sfondo come un cartello, un semaforo. Ma non è proprio così, per la mamma e nemmeno per Luca in fondo. Foss’anche per l’urto e il fastidio che gli provoca. Ma cos’è che disturba, cosa nasconde questo sentire?…

    • PS. Interessanti le tue ipotesi. Pensa, anni fa feci leggere questo racconto a un mio caro amico, il quale lo lesse voracemente mosso anche dalla curiosità di capire cosa si “nascondesse” sotto il personaggio del barbone. Lui si era addirittura immaginato che si trattasse di Luca stesso, di una sorta di prefigurazione della sua esistenza futura… E in effetti, non aveva neanche tutti i torti: Luca, nello svilupparsi della storia, si pone più volte davanti a uno specchio. Il clochard, in fondo, lo è a sua volta. Uno specchio, un termine di confronto.

  3. ero sicuro che l’accattone sarebbe ricomparso 🙂
    è il contraltare di Luca, uno frenetico, l’altro contemplativo, uno ricco, l’altro a cui non sembra fregare dei soldi. E ora compare questa donna che lo mette sotto una nuova luce. Bene, vedremo 🙂
    ml

    • Sì, due personaggi antitetici. Entrambi protagonisti, seppure uno stia sotto i riflettori di un ego espanso a dismisura e l’altro sotto gli occhi indifferenti di tutti… o quasi…

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