L’incrocio (1.)

[Pubblico qui, in quattro parti, un mio racconto di qualche anno fa tratto dalla breve raccolta “Chi rompe paga”]

1.

All’ultimo semaforo Luca scruta l’orologio, le tre e mezza. I secondi scorrono lenti alla luce giallastra dei lampioni, il motore ringhia d’ansia repressa. Verde. Luca schiaccia l’acceleratore ascoltando i pneumatici stridere sull’asfalto, quando supera la svolta di casa sta ancora accelerando. Non sa dove stia andando, sa solo che vuole correre, sfogare l’urlo che ha dentro. E’ la coca, pensa, sentendosi ancora incredibilmente lucido e eccitato. Compie un rapido giro attorno a una rotonda, poi si lancia sulla rampa di una sopraelevata per una corsa notturna. Stando ben attento alla polizia, ovviamente, non è ubriaco, né uno sciocco, non ha affatto perso il controllo. Ripensa alla serata appena trascorsa, vuota e insignificante, a Nadia che non è venuta, alla discussione che hanno avuto in ufficio; nel frattempo raggiunge una macchina in seconda corsia, le va sotto come per braccarla, dà un colpo secco al volante e apre il gas, superandola di scatto. Guarda compiaciuto i fanali allontanarsi nello specchietto.
Non ha ancora deciso dove andare, ma sa che alla fine tornerà ancora là, al solito posto. Scala improvvisamente facendo urlare il motore, imbocca una rampa d’uscita in fondo alla quale si ferma con il motore che ruggisce ancora. Abbassa il volume della radio e lentamente s’immette in un lungo viale a più corsie, in direzione della periferia. E’ notte fonda, ma si ritrova in coda a una processione di macchine costrette a fermarsi a ogni semaforo. Davanti a lui un’utilitaria, al cui interno intravede la testa spettinata di un uomo che va o torna dal lavoro. Nello specchietto retrovisore un volto orientale. Manco fosse l’ora di punta, borbotta, accendendosi una sigaretta, Questa città non dorme mai.
A metà del viale, imbocca una traversa poco illuminata e a un’altezza ben nota, s’immerge in un vicolo a fondo chiuso, ancor più stretto e buio. Pare deserto, ma Luca sa che non è così. Avanza lentamente nel buio, mentre dal finestrino abbassato gli giunge l’alito malato dell’asfalto ancora caldo. Ai lati della strada stazionano le sagome di auto parcheggiate o abbandonate. Prosegue fino in fondo al vicolo dove si vede un’altra auto con i fari accesi, ferma, unica luce in quel regno di ombre. Si ferma a pochi metri di distanza guardandosi intorno. Sullo sfondo imbrattato dei muri s’intuiscono delle figure umane. Si sofferma su una di quelle che in risposta avanza verso di lui ancheggiando vistosamente su tacchi altissimi. Giunta a un passo dal suo finestrino, si china masticando rumorosamente una gomma, senza dire niente butta indietro i capelli con un movimento deciso della testa, offrendogli la vista di un seno turgido armato contro di lui. Due labbra carnose si aprono in uno sguaiato sorriso sopra la sua testa, ma Luca non alza lo sguardo. “Sali”, dice.

Le otto del mattino, di nuovo nel traffico, stavolta quello vero. In sella al suo scooter, Luca prende posizione alla linea di partenza di uno dei tanti sprint che si susseguiranno prima di arrivare in ufficio. Eccolo ancora là, sibila, guardando un uomo al di là dell’incrocio. Come ogni mattina, un accattone si sta riappropriando di una porzione di marciapiede racchiuso fra i semafori. Prima ancora di vederlo, la sua presenza è segnalata dall’odore, quell’uomo puzza terribilmente. A metri di distanza, Luca trattiene il fiato, non riesce a sopportare il fetore che emana da quell’individuo. Il suo sguardo oscilla impaziente dal semaforo rosso a quel lurido rifiuto umano che trascorre l’intera giornata parcheggiato in un luogo pubblico, che tuttavia rivendica come fosse casa sua, senza il ben che minimo diritto…
Verde. Luca apre il gas staccando d’anticipo le auto allineate di fianco a lui. Allontanatosi, riempie i polmoni di una famelica boccata d’aria. Fetido barbone!, espira fra i denti.

“Pronto?”
“Sono io”.
“Lo so, cosa vuoi?”, risponde Nadia abbassando istintivamente la voce, anche se il collega di fronte pare non farle caso.
“Dov’eri ieri sera?”
Nadia non risponde, le sue dita iniziano a tormentare una ciocca di capelli.
“Non ho tempo ora”, dice dopo un momento.
“Non puoi parlare?”
“Fammi un favore Luca, lascia stare. Non mi va di parlarne”.
“Che fai a pranzo?”, insiste lui.
“Ho da fare”.
“Dobbiamo parlare”.
“Non è una buona idea”.
“Lascia perdere”, aggiunge.
“Lasciar perdere? Cosa? Ho bisogno di vederti”.
Silenzio.
“Ti chiamo io”, dice infine Nadia, e riattacca.
Turbata, incrocia lo sguardo assorto del collega che la sta fissando senza accorgersi del rossore che le tinge guance e collo.
Si incontrano poco dopo. Luca è in compagnia di un cliente, ma vedendola avverte un’immediata attrazione nei suoi confronti. Nadia è bella e lui la desidera. Vorrebbe poterglielo dire in quello stesso istante, proprio mentre avverte su di sé il suo sguardo carico di rimprovero. Il giorno prima, nel suo ufficio, sono stati vicini al punto di riuscire quasi a sfiorarsi. La loro conversazione si era fatta più intima e diretta, ma a un tratto le mani di Luca hanno oltrepassato l’invalicabile cortina che da sempre divide i loro corpi, amplificandone il tacito richiamo. La reazione di Nadia è stata esagerata, frutto delle sue stesse pulsioni. E della paura. Paura di lui, paura di soffrire. Perché Luca è come un vortice di vento, non può sostare e questo lei l’ha già capito. Sa di non avere i mezzi per trattenerlo, sa che prima o poi soffierebbe via.

Una cameriera si avvicina simulando dedizione speciale a una coppia di giovani avvocati che vogliono apparire amabili a tutti i costi. Entrambi possono contare sulla freschezza del loro aspetto curato, sulla loro pelle abbronzata e liscia, trattata due volte a settimana. Entrambi esibiscono orgogliosamente il ceramico candore dei loro sorrisi, il taglio elegante e giovanile dei loro vestiti. Ma Luca, è risaputo, ha qualcosa in più rispetto al proprio collega: il fiuto negli affari, l’abilità nelle trattative e nel trovare espedienti in situazioni apparentemente prive di vie d’uscita, ma soprattutto, ed è ciò che dà maggior fastidio al giovane rampollo seduto di fronte a lui, un risaputo successo con le donne. Per queste ragioni e per la rapidità con la quale si sta facendo strada, Luca sa di non avere né amici, né collaboratori, solo concorrenti. Sa di essere temuto e odiato, quanto ammirato e invidiato. Non gli è sempre così facile ammetterlo, ma in fondo è convinto che nella vita gli amici non servano. Si accende una sigaretta scostando un vezzoso ciuffo di capelli che continua a oscillargli sulla fronte.
“Allora, Curcio, quando la prossima sfida a squash?”, chiede al collega con un sorriso allusivo, conscio della magnanimità riposta in quella domanda. Il ricordo di aver prevalso su Luca, anche solo una volta, rianima infatti il collega che nel frattempo sta pensando a un modo per ottenere uno speciale sguardo di compiacenza dall’addetta ai tavoli. “Ci fai due caffè lisci?”, le chiede.
“E a me porti anche una fettina di torta”, s’accoda Luca. “Piccola… Guarda che se la fai troppo grande, ti siedi qui con noi a mangiarla!”
L’ha fatta ridere anche stavolta, pensa Curcio tra sé, senza staccare gli occhi dal tatuaggio che spunta appena sopra la cintura della ragazza. “Quando vuoi, mio caro…”, risponde vago, “Son sempre disponibile a darti una lezione”.
“Ci sarai stasera?” aggiunge, riferendosi alla cerimonia organizzata da un loro cliente, il proprietario di una nota casa di moda che, grazie alla fusione con quella di un emergente marchio americano, conta di rilanciare la propria azienda.
“Certo”, risponde Luca senza la minima esitazione. Curcio non sospetta quanto sia importante per lui quella cosa. Luca scruta l’orologio, ha già fretta di liberarsi del collega e di sbrigare le faccende che lo separano da quella serata. “Vado”, dice. “Mangia anche la mia fetta di torta”, aggiunge alzandosi prima che arrivino i loro caffè. “Ti servirà, se vuoi battermi ancora”.
Incamminandosi verso l’ufficio, pensa al volto imbronciato di Nadia: vorrebbe tentare un approccio, provare a chiarire, ma sa che non avrà più modo di vederla prima di sera. E’ giovedì, e come tutti i giovedì uscirà prima per andare a cena da sua madre. Ma sì, si dice, se ne stia un po’ sulle spine: un sano bagno di dubbi e sensi di colpa le farà solo bene. L’attesa, conclude, giocherà a mio favore.

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13 thoughts on “L’incrocio (1.)

  1. Torno con calma, Paolo.
    Manco da un po’ dai blog e… a me piace leggere con grande attenzione e piacere ciò che scrivi.
    Buon fine settimana
    🙂
    A.

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