SANGUE RAPPRESO – V

V

(Esodo)

La domenica di Pasqua i cavalli erano pronti all’alba.
Mirto montò sul carro e indirizzò uno sguardo d’intesa al suo vetturino, che da sotto annuì in silenzio, quindi agitò in aria il frustino e schioccò con forza. Gli animali partirono di scatto. Nell’impeto infransero il silenzio intorpidito che avvolgeva la corte, immersa nell’ombra umida del mattino. L’asse e le ruote del calesse stridettero, gli zoccoli dei cavalli rimbombarono sull’acciottolato, il carro passò sotto l’arco e prese a scivolare rumorosamente per le vie del paese al cospetto delle facciate mute delle case.
Lo aspettava un lungo viaggio e Mirto aveva fretta d’arrivare, di annullare la distanza e il tempo che lo separavano dalle proprie figlie.
Partì solo, non volle nessuno con sé, nemmeno Luigi, il vetturino e tuttofare, che si era offerto di accompagnarlo, rinunciando al giorno di riposo per il desiderio di veder ricomporsi, sebbene in parte, quella famiglia apparentemente distrutta. Non si trattava solo di uno slancio di solidarietà nei confronti del padrone, ma della volontà di onorare la memoria della povera signora Laura, che si era sempre mostrata così attenta nei confronti delle persone a servizio della casa. Sapeva essere rispettosa anche quando rimproverava qualcuno per un ordine o una commissione compiuti male. Mirto ne era consapevole e proprio per questo insistette perché lui e la governante prendessero la giornata di libertà. Quella sera voleva rimanere solo con le sue bambine. Se proprio avesse avuto bisogno di qualcosa, avrebbe chiesto alla balia. Nessuno, seppur con i migliori propositi, doveva intromettersi o turbare il momento del loro ricongiungimento, evento per il quale fino a poche ore prima aveva quasi perso le speranze.
In tutto questo, pur non ammettendo il proprio disagio, Mirto sapeva di muovere il piede sul ciglio di un dirupo. Come avrebbero reagito le bambine a quel cambiamento? Come si sarebbe comportata Lina, come l’avrebbe guardato? Che cosa gli avrebbe detto?
Sapeva di non poter controllare ciò che sarebbe accaduto nelle prossime ore. Si ripeteva che avrebbe preso in mano le redini della situazione, tuttavia si faceva strada in lui un’incertezza del tutto inusuale, il dubbio di non essere all’altezza.

Era una splendida giornata di primavera. In ogni paese le campane suonavano a festa, contagiandosi a vicenda in un aritmico passa parola che si propagava per la campagna. Una brezza ininterrotta teneva sgombro lo scudo lucido del cielo. A mezzogiorno tutto appariva ancora nitido, inciso nel vetro; sulle colline era un tripudio di alberi fioriti. Ma Mirto non si concedeva alla lusinga di quel bello, non lo vedeva, non ne godeva. Il suo sguardo era ostinatamente fisso sulla strada, come se esistesse solo quella. Nell’attraversare villaggi e coltivi incontrò solo qualche passante e qualche contadino di ritorno dai campi. Solo allora, per un breve momento, si distendeva la maschera contratta che aveva dipinta sul suo volto.
Viaggiò spedito, senza sosta. Concentrato, rannicchiato sulla cassetta del suo barroccio. Le redini ben strette, procedette senza dar tregua alle bestie.
Non si fermò per colazione, aveva con sé poche cose per un pasto di via. Schivo e riservato com’era, non amava indugiare alla tavola di un oste, né sostare in compagnia di sconosciuti in nome di un convivio forzato. Anche in società era solito sottrarsi agli obblighi dell’etichetta e a quegli eventi mondani, fortunatamente abbastanza rari, che pur sapeva di non dover evitare. In questo riconosceva le proprie radici, le consuetudini rurali del proprio ceppo, quel senso di concretezza e il gusto per la semplicità che da sempre lo facevano impermeabile a certi usi e costumi. Anche se, ammetteva, il mondo stava cambiando rapidamente e niente era già più come prima, egli rimaneva saldamente ancorato alle proprie origini. Il suo posto non era e non sarebbe mai stato nei salotti di città, ma sulla riva di un lago.

Giunto all’Adda fece una sosta e dissetò i cavalli. Tirò fuori una bisaccia che aveva preso con sé e mangiò del pane e un pezzo di formaggio all’ombra di un frassino osservando l’incedere calmo dell’acqua nell’ansa del fiume. Prese qualche sorso da un fiasco di vino. Un pranzo frugale il suo, in quel giorno di festa.
Cristo è risorto, battevano le campane che l’avevano accompagnato lungo il tragitto. Ma Mirto non sapeva gioire di quella Pasqua, lui che per riabbracciare le figlie andava incontro alla moglie morta. Pensò agli Ebrei d’Egitto la notte prima della partenza, alla carne amara mangiata in piedi, le vesti già cinte. Al macabro sigillo impresso sulle case che stavano abbandonando. Li immaginò mettersi in viaggio alle prime luci dell’alba. Un’alba di morte. Ma non per loro, che facevano la cosa giusta e in cambio ricevevano una nuova vita. Forse non erano solo superstizioni e storie da preti, si disse. Fissò i riflessi del sole sul fiume. Dove il luccichio era più intenso, l’acqua sembrava di cobalto. La vita e poi la morte; la morte, senza la quale non può esserci una nuova vita. Morire al peccato e a se stessi per ricevere la grazia e il perdono di Dio, dicevano i preti. Lasciare tutto e partire. Cambiare.
Di nuovo Mirto pensò alle sue bambine.
Chissà se Lina l’avrebbe perdonato.

Arrivò alla Stazione Centrale con buon anticipo, l’arrivo del treno da Genova era previsto entro un’ora. Si aspettava di trovare la stazione semi deserta a quell’ora del pomeriggio, ma lo scenario che si trovò di fronte era completamente diverso.
C’era un gran via vai di persone, dentro e fuori la stazione. Mirto dovette faticare per sistemare il calesse e i cavalli, la circolazione era resa più faticosa da una serie di transennamenti che deviavano la circolazione e limitavano l’accesso all’ingresso principale della stazione.
Mirto s’informò presso un passante sulla ragione di tanto trambusto. “Ma come, non sapete?” si sentì dire. “D’Annunzio, il poeta! E’ atteso oggi in città, c’è fermento da giorni. E non sarà solo, con lui ci saranno anche Prezzolini e Marinetti. E’ stato organizzato un incontro con la cittadinanza.” Visto l’espressione disorientata di Mirto, che era all’oscuro di quell’iniziativa, né s’aspettava d’assistere a un simile passaggio, il tale gli mise in mano la pagina di una gazzetta. “Tenete, leggete qui. Domani, in piazza Duomo. Ma sono previsti comizi anche a Genova e a Roma.”
Mirto lesse a fil di voce l’estratto di un intervento tenutosi qualche giorno prima: “Sarebbe vergognoso che l’unico socialismo in Europa a rifiutare le armi fosse quello italiano, quando l’andata al campo di tutti gli altri gli concede il più largo proscioglimento dagli obblighi di fratellanza… Ma io non so immaginare un Mussolini rifiutare di battersi contro l’Austria e credo che, finito l’ultimo comizio per la neutralità, i socialisti faranno il loro dovere…”
“Eccome, ha perfettamente ragione. E’ ora di prendere posizione, di fare un fronte unito”, disse l’uomo con enfasi. “Mussolini ha promesso…”, aggiunse. “E invece, guardate cosa sta succedendo… Non è ammissibile. Bisogna opporsi a un simile ricatto! Non possiamo permettere che qualche gruppo di ignoranti ci metta in scacco. Quel che sta succedendo a Genova è una vergogna!” Disse con sprezzo. “E’ il momento di essere uniti e lasciamo che…”
“Che significa?” Lo interruppe Mirto. “Spiegatevi, cosa è successo a Genova?”
“Ma allora non vi è giunta notizia!…” esclamò l’uomo. “Una sommossa!” E riferì di uno sciopero degli operai del porto che si protraeva da giorni. Era stata organizzata una manifestazione di protesta che aveva avuto luogo proprio quella mattina, il giorno di Pasqua. “Di questi tempi le piazze si riempiono facilmente, non trovate? Ma ciò che manca è un sano senso della patria, l’impegno per un bene comune…”
“Insomma, ditemi”, Mirto mise le mani sulle spalle dell’uomo. “Che cosa è successo?”
“La città è paralizzata. Già dalle prime ore di stamattina”, disse quello piccato, aggiustandosi la giacca. “Pare sia intervenuta la milizia. I manifestanti si sono sparpagliati per le strade. Ci sono stati degli scontri…” Mirto non aspettò che finisse e si diresse a uno sportello, dove ottenne la conferma di ciò che temeva: nessun treno aveva lasciato Genova da ore e quelli in arrivo erano stati bloccati alle porte della città. “Ma è proprio sicuro?”, proruppe. “Può verificare? Su quel treno viaggiano le mie bambine!”
“Dalle nove di stamane nessun treno è più partito o arrivato a Genova”, ripeté laconicamente l’impiegato. Poi qualcosa alle spalle di Mirto attirò la sua attenzione e si alzò per vedere meglio. Mirto si voltò. Una gran quantità di persone si stava accalcando su di una banchina.

C’era un brusio diffuso e concitato. S’udirono degli slogan. Mirto s’avvicinò. “Eccolo, arriva, da Bologna…”, sentì dire. Il vociare sempre più insistente si chetò improvvisamente quando il treno si fermò sbuffando rumorosamente. Nel silenzio generale s’udirono aprirsi le porte delle prime carrozze. “Viva il Vate!”, gridò qualcuno. In quell’istante vennero gettati in aria dei pezzi di carta, coriandoli o forse dei volantini. A distanza, incredulo, Mirto riconobbe la figura di D’Annunzio esitare sul predellino della prima carrozza, gustandosi il bagno di folla. Sorrise amabilmente mentre salutava la folla. Ma nel suo sguardo c’era qualcosa di ironico, di beffardo. Portò due dita alla tesa del cappello e le staccò simulando un saluto scanzonato.
Ecco il Vate, il poeta, l’intellettuale, colui che è in grado di influenzare l’opinione e il sentimento collettivo, colui che indica la via, eccita le menti, incendia i cuori. Ma prima di tutto, ecco l’uomo, quello che fa discutere, che insidia i cuori delle donne. E tutto questo sarebbe racchiuso in… quell’ometto?
Potendolo vedere dal vivo e constatarne la modesta statura, le movenze così poco autoritarie, Mirto provò una sorta di delusione.

L’approdo del poeta nella capitale lombarda fu siglato da una breve arringa alla folla radunatasi sulla banchina. Mirto non poté udirne le parole, ma colse la luce sagace che brillava nel suo sguardo. Occhi scuri e inquieti, indomiti. La forza di quell’uomo, pensò, trapelava dallo sguardo. Poco dopo, però, D’Annunzio scomparve alla sua vista, sommerso dal folto della folla che lo accompagnò verso l’uscita sul Piazzale della Stazione, dove lo attendeva l’elegante automobile di qualche facoltoso ospite milanese.
Riavutosi da quella visione, Mirto s’accorse che lo sportello alle sue spalle era stato chiuso e l’impiegato s’era defilato. Contrariato e indeciso sul da farsi, scese svogliatamente la scalinata dove era appena passato l’illustre personaggio. Fece a tempo a raggiungere lo strascico che lo seguiva elettrizzato, quasi non vedesse l’ora di gettarsi nell’era di emancipazione e eroismo di cui il poeta si definiva il portavoce.
Intravide la vettura con a bordo D’Annunzio allontanarsi rumorosamente, mentre parole e slogan rimpallavano fra i presenti, rinviando al comizio previsto per il giorno successivo. Infine il fuoco divampato in un attimo, si estinse altrettanto rapidamente e la folla si disperse come la scia di polvere e eccitazione sollevata dall’automobile. Quell’uomo ha il potere di creare e distruggere in un attimo, realizzò Mirto, Eros e Thanatos.

Esitò per qualche istante, dimentico del proprio destino e di ciò che l’aveva condotto in quel luogo nel giorno di Pasqua. Tornata la calma e il silenzio, si ricordò del baroccio e dei cavalli che lo attendevano in un ricovero temporaneo. Tornò all’interno della stazione con l’intenzione di farsi dare delle risposte precise e decidere il da farsi. Fu allora che vide per la prima volta quell’uomo. Non l’avrebbe notato, sulle scale, se quello non l’avesse urtato inavvertitamente con la sua sporta. Fu solo un colpo leggero, il fagotto doveva contenere qualcosa di molle, forse degli indumenti. Mirto si voltò d’istinto per scusarsi col passante prima ancora che lo facesse lui, anche se aveva l’impressione che avesse sbandato o cambiato direzione apposta per andargli contro, nonostante sulla gradinata ci fosse abbondantemente spazio per entrambi. L’uomo si voltò appena senza guardarlo, gli rivolse solo un’occhiata di sbieco, quasi fosse un fantoccio o un tronco d’albero, un qualsiasi ostacolo inanimato sul suo cammino. Mirto non poté fare a meno di notare l’arroganza e la maleducazione dell’individuo, lo sfacciato distacco col quale aveva ostentato il suo indifferente disprezzo. Era un poveraccio. Prima che sparisse al suo sguardo, Mirto ne osservò gli abiti sporchi e sdruciti, le calzature logore, dalle quali spuntavano le caviglie nude. Portava un cappello di fustagno largo e floscio, piegato di lato. La borsa di stoffa che portava sotto il braccio doveva contenere pochi cenci messi insieme, forse tutto quello che aveva.

Giunto all’ufficio informazioni, attese pazientemente finché non gli venne data risposta. Con rammarico e preoccupazione dovette apprendere che a Genova manifestazioni e disordini si erano estesi ulteriormente, in alcuni punti erano stati occupati i binari e quel giorno dalla città ligure non sarebbe più partito alcun treno. Mirto se ne dovette fare una ragione e quando erano ormai le sei di sera, decise di cercarsi una stanza d’albergo nei pressi della stazione. Chiese a un garzone di occuparsi del carro e delle sue bestie finché non avesse fatto ritorno, ma quando cercò una moneta per il disturbo, si accorse di non avere con sé il portafogli.
“Com’è possibile?!” Cercò invano nelle tasche della giacca, in quella della mantella e infine nella bisaccia che teneva sul carro. Nulla. Costernato guardò il ragazzo in cerca di risposta, come se dovesse essere scritta sul suo volto. Il garzone, dal suo canto, non poté trattenere un sorriso, poiché aveva davanti a sé un uomo perso. Mirto imprecò. “L’avevo con me, ne sono certo…”, ripeté più volte ad alta voce. “Anche questo! Non è possibile!”
S’arrese infine all’evidenza. Allora si ricordò dell’uomo che aveva incontrato sulle scale e subito gli fu tutto chiaro. “Sono stato derubato!” Esclamò. In balia degli eventi, fu colto da un irritante senso d’impotenza.
“Dov’è la stazione di polizia più vicina?” Chiese al ragazzo dopo un momento.

La caserma più vicina si trovava a poche centinaia di metri da lì, ma, aggiunse il ragazzo con quel suo sorrisetto ironico, Mirto non avrebbe faticato a trovare qualche poliziotto sulla via. In quei giorni erano stati sguinzagliati in tutta la città, ve n’erano anche di quelli in borghese, li si poteva trovare ovunque, mescolati alla gente comune.
Mirto fece per incamminarsi verso il commissariato di zona, quando, alle sue spalle, udì dire a una voce: “Signore, permettete? Credo abbiate bisogno d’aiuto…”

Capitoli precedenti:

PRIMA PARTE
Cap. I (Prologo)
Cap. II (Fotografia)
Cap. III (Ester)
Cap. IV (Trincea)

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12 thoughts on “SANGUE RAPPRESO – V

  1. Che climax! Mi hai sventolato davanti al naso il tanto atteso incontro con le figlie, sono andato avanti a leggere come quei cavalli che tiravano il calesse…dritti alla meta, senza chiedere nulla. Mi hai buttato dentro alla Storia (che amo) in una stazione in fermento (come ci si aspetta da qualsiasi stazione), D’Annunzio l’ho “sorpassato” come un intralcio e poi…Mirto di nuovo perso, un asino in mezzo ai suoni della vita vera che non ha mai vissuto. Diavolo di un Paolo! 😉

    • Ciao Red! (mi fa piacere sapere che la (S)toria di Mirto ti interessi ancora).
      Il personaggio, come dici tu, pare non avere mai sperimentato “la vita”, quella vera. Protetto e limitato da uno scudo, da una corteccia di convinzioni e rinunce, forse, che si è fatti da solo…
      D’Annunzio. Sì, una meteora. Un lampo. Nella sua apparizione il lampo, la fiamma e la fragilità (inconsistenza) di certi afflati, della retorica fine a se stessa (e pure di certa letteratura, se vogliamo – e questa non vuole essere una critica, in sé, ci sono opere di D’Annunzio che ho amato). Mi chiedevo, nel farmi trasportare da questa illustre apparizione, da questa visione, se l’innesto fosse “tecnicamente” esagerato e fuori luogo o comunque stonato o non riuscito. Tu che ne pensi?
      Grazie,
      P.

      • No, non lo è affatto! Immerge nel mondo che sta per cambiare ed è coerente con il “mondo” di Mirto, che – date le circostanze familiari – sta per cambiare. Per dirla in senso cinematografico, hai staccato la camera dal personaggio principale è hai fatto un “pan” su ciò che lo circonda enfatizzando così il suo non essere presente, la limitatezza del suo “mondo” anche di fronte ai grandi sconvolgimenti che storicamente seguiranno. Hai reso bene la retorica, eppure motore di fermento. Zoomi di nuovo su Mirto quando si imbatte in quel disgraziato borseggiatore. Nel suo sguardo di disprezzo ho ritrovato il mio verso Mirto, che per ora vira alla disapprovazione, il disprezzo e’ ancora in stand by. Mirto e’ un pesce fuor d’acqua. Mi hai semplicemente “fregato” (ed è un complimento): mi aspettavo altro dall’incipit e mi hai regalato dettagli sul mondo intorno e qualche conferma su Mirto. Aspetto quando mi “fregherai” anche su Mirto.

  2. Ero con Mirto… Mirto che è sempre in difficoltà in un mondo che sta cambiando che non comprende e che non vuole… Mirto con il suo “irritante senso d’impotenza.”…
    E mi hai fatto vedere anche il Vate (e in quei momenti non ho pensato a molte opere di D’Annunzio che amo molto) e la Storia.
    Ora aspetto quella voce…
    Che bello è questo tuo capitolo, Paolo.
    Davvero ben costruito.
    Perfetto il tuo chiamarlo (Esodo)… in più sensi.
    Grazie.
    Un abbraccio dalla tua lettrice
    Anna
    Poi torno. Lo sai!
    🙂

    • Grazie Anna. E’ sempre un piacere leggere i tuoi rimandi. Approfitto di questi giorni di ferie per godermi un po’ di montagna, qualche camminata sui sentieri e nei boschi (che adoro) e per dare un po’ di fiato a questa storia, che in fondo mi fa riflettere ancora una volta sulla ciclicità degli eventi, delle esperienze umane e degli umani errori. La guerra, il nazionalismo, lo spirito di prevalenza, rivalsa, supremazia. Ma se non una guerra, almeno una battaglia si svolge ogni giorno nel cuore e nelle intenzioni di ognuno. Ogni giorno ci confrontiamo con chi siamo, i nostri difetti, le nostre vedute, le nostre convinzioni, ambizioni… C’è la Storia, quella dei libri, delle masse, dei grandi eventi… E c’è la vita di ogni giorno che ne scrive un’altra, unica e universale, nell’intimo di ognuno di noi. In Mirto e nella sua vicenda (ispirata ad eventi realmente accaduti ad alcuni membri della mia famiglia) mi sembra di trovare tutto questo.
      Grazie ancora Anna.
      Un abbraccio e a presto!
      Paolo

  3. Sì, c’è la Storia, quella grande, e c’è la Storia (metto la M maiuscola anche qui!) altrettanto importante di ogni attimo vissuto da noi uomini.
    Ecco, questo è un grande pregio di questo tuo capitolo (Esodo), l’intreccio delle due Storie.
    Tu punti la tua macchina da presa prima sul personaggio che rimane attonito, non sa come muoversi quasi, e poi su tutto ciò che accade attorno a lui.
    E’ bello davvero leggere il concatenarsi dei piccoli grandi eventi come sai portarlo tu al lettore. 🙂

    Amo anche io i boschi e… i torrenti. Nei torrenti trovo l’impetuosità che è parte del mio modo di essere… contraddittorio a volte, complesso. Amo anche, in totale calma, sdraiata su un prato, guardare il cielo e riflettere…

    Aspetto quella voce… 😉
    Grazie, Paolo.
    Ti abbraccio
    Anna

  4. Buongiorno Paolo!

    Ho appena riletto il quinto capitolo del tuo romanzo! E’ molto bello. Le descrizioni dei personaggi, degli eventi, degli ambienti e del periodo in cui si svolgono sono assai efficaci e coinvolgenti. Aspetto con ansia la prossima puntata, come facevano i lettori di Dickens con i suoi instalments settimanali su non so più quale magazine londinese.

    A presto, Ma.

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