Leggendo Moby-Dick, Note a margine (L’albatro)

Approfitto di questo spazio per condividere qualche piccolo “appunto di viaggio” (o navigazione) in questa lettura, per molto tempo preconizzata e rimandata, finalmente goduta, che sarà oggetto di scambio in un gruppo di lettura di cui faccio parte. Nessuna pretesa di commento o approfondimento. E come potrebbe, prima della fine? No, solo miopi note a margine, quelle che facciamo nel poco spazio non inchiostrato della pagina. Per gustarsi il passo, verso la fine, la scoperta, magari la delusione… Chissà che alla fine, però, non vi sia ancora dell’altro. Chissà. Nel frattempo leggiamo.

L’albatro

[La sacralità del bianco]

“Ricordo il primo albatro che vidi. Fu durante una burrasca prolungata, in acque prossime ai mari antartici. Dopo la guardia mattutina sottocoperta, risalii sul ponte obnubilato e lì, riverso sui boccaporti di maestra, scorsi un essere pennuto, regale, di un bianco immacolato, dal sublime becco adunco romano. A tratti arcuava innanzi a sé le vaste ali d’arcangelo, ad abbracciare quasi un’arca santa. Fremiti e sussulti portentosi lo scotevano. Nei suoi strani occhi indescrivibili mi parve di cogliere segreti che angosciavano Dio. Come Abramo al cospetto degli angeli m’inchinai: così bianco era quell’essere bianco, così ampie le ali, mentre io in quelle acque di perenne esilio avevo perso i miseri ricordi distorti di tradizioni e città. […]”

[H. Melville, Moby-Dick o la balena, Cap. 42 – Il bianco della balena, trad. O. Fatica, ed. Einaudi, 2015]

Estremamente evocativo. Melville fonda sul colore del mostro marino, del leviatano, una profonda simbologia. Lo fa dichiaratamente. Sceglie il bianco. Ecco, dunque, che la balena, l’imprendibile [sanguinario, vendicativo, giustiziere?] spermaceto diviene un’enorme massa bianca che traccia, sfiora, infine perfora la superficie del mare [il limite dell’ignoto]. Il leviatano appare di un colore limpido e inequivocabile. Il bianco. Esso indica sì purezza, ma soprattutto evoca il soprannaturale, forza inarrivabile, un mistero insolubile [inviolabile?]. Non a caso, l’Autore spende una consistente, poetica nota parlando di altri emblematici e indomabili animali bianchi, da cui l’estratto. Fra questi l’albatro, un essere che, per come viene descritto, ha nelle proprie fattezze, nella sua stessa posa un ché di divino. Qui, rimandando esplicitamente alla nota Ballata del vecchio marinaio di Coleridge, esso viene paragonato a un arcangelo, a un triste, straziante messaggero, comunque in grado di incutere rispetto, riverenza, timore, sottomissione. E’ una presenza biblica, profetica. Moby-Dick deve ancora apparire. Ma c’è chi lo precede: la sua fama, la leggenda, l’avorio della gamba di Ahab, ancor più le sue stesse parole, il suo volto marchiato, la rabbia, la sete di vendetta e affermazione [desiderio di auto-determinazione]. La sua figura di uomo, folgorato, schiantato, mutato. Ossessionato. Melville prepara pazientemente il momento in cui il leviatano si mostrerà per la prima volta. Non solo. Si dà il tempo di definire, di creare ciò che l’animale alla fine rappresenterà per ognuno dei membri dell’equipaggio (di per sé abbastanza variegato), creando nel lettore un clima di attesa e premonizione sempre crescenti. Dando anche a lui (il lettore), però, tempo e modo di scegliersi il significato più congeniale per l’animale, il mostro, il simbolo. E per l’intera vicenda.

Advertisements

15 thoughts on “Leggendo Moby-Dick, Note a margine (L’albatro)

    • Mi fa piacere.
      Tornerò ancora a breve sul “bianco”. Dalla sacralità, dalla mitologia all’orrore del bianco. Melville porta il lettore a toccare una corda atavica…

      • Chissà se ci sarà spazio per la “la pietà del bianco” (cito ed adatto impropriamente il titolo e l’opera di Antonella Taravella).

      • Interessante e suggestivo (mi piace molto il coro).
        L’idea di “liberazione” (l’impresa impossibile e la morte) ritengo sia la più coerente, la più importante. Ahab si scaglia contro un simbolo, un simulacro, la sua stessa paura, i propri limiti, la propria infelicità e senso di finitezza (egli stesso, uomo monco, “disalberato”, come si definisce, è a sua volta un simbolo). Ma ora è (per me) prematuro tirare le fila (sarà inevitabile, alla fine). Ora mi gusto dettagli e suggestioni per la via di questa lettura (“epica”, come giustamente è stata definita, e per certi versi “enciclopedica”).

    • Grandissima suggestione nel silenzio della notte.
      Il coro, sì, mi piace tanto.

      Grazie, Tati. 🙂

      Amo Vinicio Caposella.
      Il testo qui proposto è splendido anche se alcuni passi – in parte – sono ripresi da Pavese o da altri autori.
      Musica d’ Arte con moltissime ricerche sulle forme musicali.
      gb

      • Grazie Gelso!.
        Sì, tutto l’album “Marinai, profeti e balene” è un’elaborazione in musica di grandi testi, così come aveva fatto con testi sacri nell’album “ovunque proteggi”.
        E’ un artista particolare che adoro anche quando la musica che propone non è quella tipicamente nelle mie corde.

    • Grande Ale! Ben tornata. Mi fa piacere se stai qui e leggiamo insieme.
      Su quest’opera, a distanza di un secolo e mezzo, e più, è stato detto, scritto, recitato, cantato il mondo, credo. Io sono ignorante. Non ho voluto documentarmi. So giusto della prima celeberrima traduzione di Pavese, cui se ne sono susseguite almeno altre dodici. So che è stata l’ultima opera dell’Autore e che, nonostante lui fosse oltremodo affermato e apprezzato romanziere del genere (storie marinaresche), al tempo non ebbe nemmeno un grande successo. Fu un flop, diciamo. Una carriera chiusa male?… Non so. Cinquant’anni dopo, però, iniziò un’altra storia. E’ significativo, credo, questo mezzo secolo di distanza (con tutto quello che contiene in termini di evoluzione tecnologica, cambiamenti politici e sociali; ci fu in mezzo anche la Grande Guerra…). Insomma. A una certa distanza, l’opera non poté più essere considerata “di genere”, ma divenne altro. Epica, addirittura. Ebbene, se ascolti i contenuti dei preziosi link con i quali Tati sta generosamente decorando i miei post (V. Capossela), non si può certo dire che non sia così. L'”epica americana”, è stato detto e scritto. Io non lo so. Né voglio sapere. Non voglio guastarmi la lettura “tabula rasa” che sto facendo. Le suggestioni e le percezioni che a questo ignorante lettore del XXI secolo quest’opera può regalare. E sono felicemente sorpreso. Di emozioni ne arrivano, eccome. Non c’è dubbio: se no, non avrei certamente preso a lasciarne traccia.
      Ecco. Che Melville sia un abile, esperto narratore di navigazioni e avventure per mare, si capisce alle prime pagine. E un po’ va considerata, immaginata – con una certa fatica, in fondo – l’epoca e l’ambiente in cui scriveva, il pubblico cui si rivolgeva. Ma, credo, in questa sua ultima opera è andato oltre. Ed è forse la ragione stessa per cui essa al tempo non venne apprezzata.
      Ma le bottiglie lanciate in oceano aperto, si sa, non vanno mai perse.
      E per fortuna.

      • si vede che ti sta entusiasmando e ti stai addentrando con lo spirito giusto in questa opera… neanche sapevo tutto quello che mi hai ora spiegato… ignorantella in questo caso io… a volte ho dei pregiudizi sulle letture… dovrei superare la pigrizia e iniziare come hai fatto tu… beh a te è stata data una spinta e hanno fatto bene a quanto pare…
        ci sono molte persone che al loro tempo non sono state apprezzate… forse meglio parlare di opere piu che persone, va…
        purtroppo i video di tati non posso sentirli,.. nnaggia…
        eh bellissima la frase finale di questo tuo commento… si puo applicare a tutto in generale!

  1. Che grande “lettura” la tua, sì sì.
    Non vedo l’ora di arrivare al “bianco” ancora con te, Paolo.
    Lascio l’altro tuo post per un’altra mia notte.
    Anche tu riesci a creare nel tuo lettore “un clima di attesa e premonizione sempre crescenti.” Sei bravo davvero.
    A presto allora con piacere e interesse vivi.
    Un sorriso per te
    A.

  2. Prima di leggere questo post mi sono imbattuto e ho “divorato” il post successivo in cui parli del colore bianco. Trovo splendidi entrambi i commenti anche se più profondo e accattivante il secondo (quello sul bianco), per le suggestioni che sai creare ricostruendo nella mente del lettore le medesime immagini bianche e spaventose, che neppure leggendo l’opera di Melville il lettore riesce ad evocare, preso com’è dalla trama. Complimenti davvero! Ho letto l’opera tantissimi anni addietro quando, preso per mano da Cesare Pavese, ho letto la sua traduzione. La sua stretta nel tenermi era talmente serrata che ho guardato Melville con gli occhi del poeta Pavese. Oggi ne ho riletti quei brani assieme a te e tutto mi è parso diverso, stranamente poetico, anche se rivolto alla stessa direzione e conclusione, quella voluta e suggerita da Melville.

    • Ciao Marcello.
      Prima di tutto grazie della tua lettura e contributo.
      Sollevi, fra le righe, un tema davvero interessantissimo e intimamente legato a quest’opera che porta il sigillo di cotanto Autore nella sua prima, insuperata, traduzione: quello, appunto, della traduzione… Non voglio qui sollevare il coperchio del vaso di Pandora, ma sono certo che, in un modo o nell’altro, torneremo a parlarne (penso anche al tuo quotidiano vivere l’esperienza della traduzione letteraria…). Dico solo che l’ennesima traduzione non era certo necessaria, ma è, come sempre, una nuova interpretazione (al pari di un’ennesima prova di regia per un “Don Giovanni”, o dell’ennesima interpretazione della chiave di lettura una sinfonia di Brahms – butto paragoni a caso…). Sono atti poetici in sé e per sé, di cui possiamo comunque godere. Ma e se ispirati da un grande Maestro.
      La lettura dell’opera prosegue (purtroppo a rilento per altri impegni – non solo lavorativi – che sottraggono tempo al vivere, a questo vivere, per me, per noi così importante…).
      Ho trovato e trovo altri spunti e voglio lasciarne traccia in altri post: il mio blog, come la lettura, è un po’ “quiescente”. Ma vulcanica e magistrale è l’opera. Così ben strutturata e architettata, ma soprattutto ricca. Melville insinua continui rimandi e condisce il suo scrivere e affondare colpi con ironia e sapienza. Lavora per metafora, dall’inizio alla fine. La narrazione, l’ambientazione, i personaggi, la balena bianca, tutto è metafora di vita e fonte di insegnamento. E si potrebbero raccogliere meravigliose espressioni allegoriche in un compendio d’aforismi a parte. Melville si fa così profeta, filosofo, storico, scienziato… Infine uomo a confronto con se stesso. Allo specchio.
      Tornerò, torneremo a parlarne.
      Grazie ancora Marcello, dell’occasione e della condivisione.
      A presto,
      Paolo

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s