SANGUE RAPPRESO – III

III

(Ester)

TBC, tubercolosi, un intero dramma riassunto in tre lettere. Asciutte, spietate. Hanno l’effetto di un verdetto, di una condanna, quella che, inesorabile, in poche settimane si portò via Laura. Nulla poterono il vento mite d’inizio primavera, né l’aria del mare di Civitavecchia, dove la povera donna fu presto trasferita, aprendo anticipatamente le imposte della residenza estiva di famiglia. E nulla poté lenire lo strazio delle sue ultime ore, vissute nell’apnea di un respiro affogato, sommerso. Meglio sarebbe stato per lei sprofondare nei flutti screziati del mare, che nella veglia poteva intravedere da una finestra, piuttosto che esaurirsi in quel refolo umido e sottile, sempre più faticoso, tanto da trasformarsi in un sibilo, un ultimo spasmo macchiato di sangue.
 
Le bambine seguirono la mamma in quella che prima di allora era stata solo una casa di vacanza, un’isola felice e assolata dove trascorrere giorni di svago. Ma le condizioni di Laura si aggravarono rapidamente e fu loro consentito di  trascorrere con lei intervalli di tempo sempre più limitati. Adele, infatti, pensava di sottrarle a un ingiusto tormento negando loro la vista della sofferenza della madre. Ben presto, quindi, vennero affidate alle cure di una balia.
Da quel momento fu Ester, una giovane nutrice romana, a soddisfare i bisogni della piccola Luciana e a passare i pomeriggi con Lina, giocando con lei in giardino o passeggiando in riva al mare. Lei e la bambina parlavano molto, talvolta discutendo animatamente. Era lei la prima a rispondere alle sue innumerevoli domande, lei che affrontava le sue dolorose esplosioni di rabbia. Finché, alla morte di Laura, fu deciso che fosse proprio la giovane balia ad accompagnare le bambine nel loro lungo viaggio verso nord e la casa del padre, insieme alle spoglie della loro povera mamma.
 
“Bada almeno a far bene il tuo dovere!” Le raccomandò più volte Ernestina, l’anziana domestica di famiglia. “Povere bambine, hanno già sofferto tanto.” Aggiungeva protestando inutilmente. “Non poteva venire il padre a prenderle, invece di starsene lassù, immerso nei suoi affari? Ma no, il signore non si muove! Lui dà gli ordini, quello sì che è capace di farlo. Si preoccupa solo di farle dire un bel funerale. E basta. Si lava la coscienza. Con così poco! Dio di misericordia… Povera donna. Così giovane, così sfortunata…” Sospirava segnandosi. “E te?! Una ragazzina, sola, in viaggio con una bara…” Scuoteva la testa alzando gli occhi al cielo.
Ma Ester, a differenza dell’anziana governante, non si faceva impressionare facilmente. Con un’alzata di spalle – ardita agli occhi di quella – si scrollò di dosso gli umori e i presagi ispirati da un viaggio in compagnia di una morta.
Giunta a Roma dalla Ciociaria che era ancora bambina, attaccata alle vesti della madre, divenuta presto sguattera e servetta nelle case dei signori, Ester aveva conosciuto il mondo dal basso, apprendendo ben presto quale fosse il posto a lei riservato e l’ampiezza del proprio orizzonte. Sedici anni, madre di un bambino sottrattole con la forza, che forse non avrebbe più rivisto, Ester era un bocciolo di donna germogliato in fretta.
La tragica morte di Laura, però, le concedeva forse un’occasione. Quella di intraprendere una strada nuova, lontano da lì, al nord, in luoghi a lei sconosciuti. Sebbene corresse il rischio di ritrovarsi al punto partenza – ne era consapevole, valeva la pena tentare. Questo andava ripetendosi. Ed era ciò che sentiva veramente, non un modo per sfuggire i cattivi pensieri o la superstizione delle altre persone a servizio della casa.
 
Fu così che la domenica di Pasqua, di prima mattina, Ester e le due bambine si trovarono sulla banchina della stazione di Civitavecchia in attesa del treno che le avrebbe condotte a Genova. Una volta arrivate lì, avrebbero preso un secondo treno alla volta di Milano, dove finalmente avrebbero trovato Mirto ad attenderle.
Era il primo viaggio in treno per la giovane balia, e per una tratta così lunga per giunta, lei che una volta arrivata a Roma non ne era mai uscita se non per brevi tragitti fuori porta in barroccio. Ma la ragazza, forse incosciente, di certo non istruita e nemmeno così ammaestrata, non soffrì mai simili timori. C’era ben altro di cui preoccuparsi.
Roma era tutta un fermento. Ester non sapeva né leggere, né scrivere, ma capiva benissimo cosa recitava la carta stampata nelle mani di chi era in grado di farlo. Così come le scritte a caratteri cubitali sui muri e le porte dei palazzi, nelle scuole, nelle botteghe, all’ingresso delle piazze e dei mercati. La guerra era imminente, la gente ne parlava per le strade animandosi, sempre di più. Gli sguardi infervorati degli uomini radunati nelle piazze, il levarsi di voci, di cori, le braccia alzate e i pugni tesi; quelli sì, le mettevano paura. Forse là dove sono diretta non è come qui, si augurava. Ma non le era dato saperlo. Quando poteva, ascoltava i discorsi dei padroni e partecipava in silenzio alle discussioni delle persone che frequentavano la loro casa. Negli ultimi tempi, però, con l’aggravarsi del suo male e il progressivo preannunciarsi della morte, le attenzioni di tutti erano state rivolte alla povera signora malata. Di fronte al livido pallore di quel bel volto trasfigurato, ogni altra cosa sembrò d’un tratto incredibilmente distante.

Ester conobbe Laura che era già molto malata e le veniva ormai proibito di allattare la sua seconda. Non seppe mai le ragioni del suo ritorno a Roma, da sola, lontano dal marito e dalla loro casa. Le fu fatto intendere che fosse per via della malattia, nella speranza che un clima più mite potesse aiutarla a guarire. Ma Ester non si bevve mai quella verità posticcia ed ebbe presto accesso a un’altra: le bambine.
In breve stabilì con entrambe un legame viscerale, profondo. La piccola Luciana le s’attaccava al seno con grande voracità e Lina vedeva in lei una persona di cui poteva fidarsi. Ester per lei non era una sostituta, un’estranea con il mero compito di prendersi cura di lei e della sorellina. Lina provava per lei un sentimento di vera e propria sorellanza. Ester, cresciuta in fretta, mamma a soli quindici anni, nonostante tutto era ancora in grado di capire il suo animo di bambina, e in fondo lo era un poco anche lei. Sognatrice, entusiasta, piena di vita. Sempre sorridente, con quei suoi denti larghi, bianchissimi, che contrastavano la carnagione bruna e i foltissimi capelli neri, ricci, addomesticati a mala pena dall’ampia fascia di lino che le scendeva fin sulla fronte. Conservava intatta una curiosità ingenua, un candore che non mostrava a nessuno, se non a Lina, a lei soltanto, in segreto, al sicuro da occhi e orecchi indiscreti.
Ester e Lina non faticarono a fare amicizia, anzi divennero presto confidenti e compagne.
 
Il naturale affezionarsi delle bambine alla balia infuse nella loro mamma una serena fiducia, frutto della convinzione che in quel modo, forse, non avrebbero percepito per intero il tragico distacco cui erano destinate. Dal suo canto, Ester nutriva per Laura affetto e devozione sinceri. La compativa, al punto da ritrovarsi spesse volte con le lacrime agli occhi e la necessità di nascondere alle bambine la grande tristezza che la sua condizione le suscitava. Era come se nel dolore di quella donna Ester ne presentisse uno più grande, universale, un dolore che toccava e coinvolgeva tutti, anche lei.
Vederla spegnersi progressivamente fu straziante. Ma fino all’ultimo Laura preservò una forma di pacata, dolce riconoscenza nei confronti di chi le era vicino. Era sorprendente il contegno, la fiera eleganza con cui fronteggiava la morte. La nobilitava. Nobilitava la morte, sì, quella morte rea, ingiustificata e abietta che agli occhi di Ester destava sdegno e paura. Lei che voleva vivere, più di ogni altra cosa.
Il giorno in cui Laura morì, pensò che la morte non era un arcano mistero e nemmeno la lama spietata di una falce. Erano fragili dita incrociate sul petto. Occhi chiusi, in rilievo, sul marmo gelido di un volto. Occhi che guardano altrove, lontano, dentro di sé.
Il giorno dopo le venne ordinato di compiere quel lungo viaggio. Era una prova, un segno del destino. La volontà del Signore, disse Ernestina. Un’opportunità, pensò Ester. Partire significava frapporre una distanza fra sé e i luoghi di un’infanzia di povertà e sottomissione; qualcosa in cui Ester, forse inconsapevolmente, riversava la speranza di lasciare il passato alle proprie spalle.
Partiva, dunque. Lasciava una vita nella speranza di cominciarne una nuova.
 
“Mamma ci può sentire adesso?” Lina fissava la bara, una semplice cassa disadorna, lo spoglio mezzo che riportava a casa il corpo della sua povera mamma.
“Mamma è in cielo ora”, le rispose Ester.
“Certo che ci sente”, aggiunse subito dopo. “Ascolta la voce degli angeli del cielo, così come ascolta noi che parliamo, o il canto degli usignoli.”
“Ma come fa, se è chiusa lì dentro?”
Ester non rispose.
La luce intensa del mattino illuminava la bara per metà, rivestendola di un bianco accecante. Ester vi immaginò all’interno il corpo della povera donna composto per quel lungo viaggio. Si chiese se sarebbe stato in grado di sopportarlo.
 
 
 
 
Capitoli precedenti:
 
PRIMA PARTE
Cap. I (Prologo)
Cap. II (Fotografia)

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18 thoughts on “SANGUE RAPPRESO – III

    • Hai ragione, non ci avevo pensato… Omaggio al femminile, quindi. Un mazzo di fiori primaverili.
      Ciao Tati,
      P.
      [vado a leggermi i tuoi ultimi post che mi son perso…]

  1. “buone letture” mi hai augurato genericamente e buona lettura ho trovato, qui.
    Ester è un personaggio che sicuramente crescerà.
    analfabeta e povera, ha dalla sua un anelito alla vita e voglia di agire, affrontare le novità e sfruttare al meglio le opportunità.
    questo suo viaggio in treno attraverso la nazione, con un feretro da una parte e le bambine dall’alltra mi fa pensare che Ester possa simboleggiare l’Italia dell’epoca, abbastanza derelitta ma piena di fermenti, in procinto di entrare in una guerra mortifera con delle aspettative un po’ ingenue di cosa facile, la stessa ingenuità (o fiducia) che vedo in Ester nell’affrontare la nuova vita.
    un caro saluto,
    ml

  2. Dalla fine di ogni speranza di una giovane donna all’inizio di una speranza di un’altra giovane donna. Laura ed Ester entrambe legate nell’intreccio imperescrutabile del Destino o nell’intreccio, comunque non prevedibile, delle azioni umane. Piuttosto che Ester, sebbene magnificamente delineato come tuo solito, ciò che mi ha stupito alla fine della lettura è la sospensione, l’aspettatiiva degli effetti sulla storia grazie al legame tra le due donne e di Ester e le bambine. Sei riuscito a creare grande aspettativa alla fine, pure raccontando egregiamente un prevedibile iter dopo la morte di una donna allontanatasi con le proprie figlie. Ormai non mi stupisci più (è un merito) di quanto tu sia bravo nel rendere ambienti, situazioni e (com)movimenti dell’umano, qui ti sei superato nel creare le basi e l’aspettativa per ciò che verrà. OnPaoloBbello, se smetti di raccontare questa storia vengo a prenderti a casa. E visto la logorrea, prova ne è anche questo monster-commento, è una minaccia.

    • Generossisimo Red! D’istinto ritornerei al nostro amato refrain: “mi casa es tu casa”, ma… Questa volta cercherò di fartici approdare il più in là possibile. :-)) E’ un grande piacere essere indotto e motivato a continuare in questo piccolo-grande viaggio di parole. Più grande condividerlo. Continuiamo!

      • Ah-ah-ah! Hai proprio ragione… Poi, però, quando arrivi, ti fermi un po’, vero?
        Mikasa… Sai che sono un pallavolista (la palestra è la mia seconda casa). Tocchi sempre un tasto piacevole…

      • L’ospite puzza dopo tre giorni, ma io mi faccio la doccia alla fine del terzo, così rimango altri tre!…APPProposito di Mikasa, ma tu ed io non dovevamo organizzare una partita di pallavolo in Messico?…

      • Coppia? Ma si lancia la sfida Messico-Italia! Gli indigeni contro la nutrita schiera di freuentatori di El Bavon Rojo, compadre! Pensa in grande…e poi, diciamocelo, non è che i messicani siano ‘ste pertiche. Come direbbe buonanima di Gene Wilder: si può fare!

      • Accidenti! E’ vero, alcuni andranno un po’ spolverati e tenuti lontani dalla bottiglia di grog per almeno qualche ora. Il tempo di spiegare loro due regole e possiamo rispondere alla sfida degli indigeni… Non si aspettano quello che scenderà in campo: uno squadrone. Passerò fra i tavoli della locanda e li sceglierò uno a uno… in base alle loro migliori qualità, ovviamente…

      • Seeeh scegliere…quelli vogliono partecipare tutti! Scommetti? Quando hai tempo, tu avvisa che io lancio l’invito. Io intanto organizzo…Un paio di pali li ho trovati, il pallone lo porti tu, il campo…c’è una spiaggia dalla sabbia finissima, la rete…io intanto mi metto d’accordo con i pescatori di qui.

      • Bene! Vorrà dire che tutti avranno modo di dire la loro! Meglio, l’unione farà la forza. Ne vedremo delle belle! Ho già capito che sarà una partita epica!… 🙂

  3. Paolo, non ho saputo resistere alla curiosità e ho letto e… mi piace, sì.
    Ora inizia il viaggio verso la vita di Ester e non solo… c’è molto di più.
    Torno presto.
    E’ un piacere leggerti.
    🙂
    A

      • Sei bravo davvero, Paolo.
        Io non sto bene in questo periodo e faccio fatica a stare al pc.
        Tornerò presto e con piacere grande mi immergerò in ciò che leggo di tuo.
        E’ davvero un entrare in un mondo che tu rendi reale per me lettrice.
        Grazie.
        Appena posso…
        Un saluto caro caro
        A.

      • Grazie Anna.
        Spero in questi giorni di riuscire a pubblicare il prossimo capitolo. Sono giorni di stanchezza fisica.
        E spero che tu ti rimetta presto, Anna.
        Grazie della fiducia e del passaggio.
        Un caro saluto,
        P.

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