SANGUE RAPPRESO – II

II

(Fotografia)

 
 
 
«Laura è mancata oggi, dopo travagliati giorni di straziante agonia. Siamo affranti, distrutti. Stretti in quest’immenso dolore, ci rimettiamo ai Vostri doveri di marito e di padre.
F. e A.»
 
 
Anni addietro, a La Spezia, Mirto conobbe la donna che sarebbe diventata sua moglie. Era un giorno d’estate, il primo di un’insperata vacanza. Di famiglia borghese, agiata – il padre era un attivo commerciante di tessuti, istruita, colta, Laura era una donna estremamente attraente ed egli se ne innamorò dal primo istante. E ancora l’amava, se solo fosse stato in grado di dimostrarlo. Ma questa era una cosa che sapeva di non possedere, né d’aver mai appreso. Se ne innamorò, conquistò il suo cuore, le offrì la sicurezza di una vita agiata e la condusse nella propria terra, a Sarnico, sulla riva di un lago sottile e profondo, scura ferita inferta dal ghiaccio in un costato di livida roccia. In quei luoghi, così diversi, lontano da casa, dalla sua città e dal mare, nel nord della provincia lombarda che ancora non conosceva, Laura venne presa in sposa. Era un inverno umido e ostile, di un freddo subdolo, penetrante, mitigato appena dal lago, unico sollievo. Laura fu moglie e poi madre orgogliosa dei figli di suo marito, cui avrebbe tanto voluto dare un erede. Ma non smise mai di essere donna. Affascinante, volitiva, moglie devota, rispettosa, mai sottomessa. Amava suo marito, ma non mise a tacere il bisogno d’essere libera di farlo a modo suo.
 
Avevano avuto giorni felici. Quando l’aveva al suo fianco, nelle piacevoli passeggiate domenicali per le vie del paese, sul lungo lago e per i sentieri che costeggiano le prime anse dell’Oglio, Mirto rispondeva radioso ai saluti e agli omaggi di chi incontravano. Le stringeva allora la mano inorgoglito, mentre Laura, da sotto l’ombrellino, con fare dolce e maestoso, sorridendo piegava appena la testa mostrando la linea morbida del collo, impreziosita da un nastro di pizzo. Si diceva che erano una coppia stupenda e che non vi fossero ombre sul loro futuro. Del resto, si sa, salute, malattia, figli, prosperità, si era tutti nelle mani della Provvidenza.
Negli ultimi tempi, tuttavia, gli affari di Mirto avevano avuto delle brusche battute d’arresto, dovute a difficoltà sempre crescenti nei rapporti con i consolidati clienti austriaci, uomini d’affari e membri delle istituzioni che fino ad allora avevano dato credito e fiducia indiscussi alla sua impresa e alle sue capacità individuali. Ma lo scoppio della guerra in Serbia, la reazione delle alleanze e il rapido moltiplicarsi dei fronti, per non parlare della sempre meno credibile neutralità del Regno d’Italia, stavano rovinando ogni cosa. I giorni in cui suo padre veniva ricevuto all’alba dall’Imperatore in persona per discutere di un nuovo progetto per l’acquedotto di Vienna, sembravano ormai incredibilmente lontani. Ogni cosa adesso veniva messa in discussione, ovunque venivano trovati impedimenti e cavilli di carattere burocratico e legale, anche sui contratti e gli incarichi già acquisiti. Le frontiere erano ormai un limite quasi invalicabile; alcuni cantieri, diventati pericolosi e impraticabili, di fatto avevano dovuto essere abbandonati. Gli italiani erano ormai ritenuti ostili e la loro politica internazionale sempre più ambigua. Né il conflitto dava l’impressione d’esaurirsi nei tempi che i capi di stato avevano inizialmente propagandato. Anzi, tutto lasciava presagire il contrario: la progressiva degenerazione, l’espandersi a macchia d’olio della morsa paralizzante che nei paesi coinvolti avrebbe richiamato sempre più uomini dalle città e dalle campagne per condurli al fronte. Da molti il coinvolgimento del Regno era ormai considerato inevitabile e imminente.
 
Mirto, dal suo canto, non si era schierato, né riusciva a orientarsi nel vorticoso evolvere di eventi e situazioni di quegli ultimi mesi. Talvolta assisteva attonito a discussioni e dibattiti, preoccupato per lo scenario politico e sociale che si stava delineando nel paese. Non si ritrovava nella voce dei più. Nemmeno in quella della stampa, esasperata e adescatrice. Dal suo punto di vista, interessi concreti misti a un ingiustificato, mistificato fervore nazionalista impedivano a tutti, politici, filosofi, oratori, e infine alla gente comune una visione obiettiva della situazione. Il rigurgito di slogan risorgimentali, gli accessi spudoratamente retorici di quei giorni, poi, gli risultavano addirittura ridicoli. E tuttavia, le piazze si riempivano, si animavano, le stesse parole erano sulle bocche di tutti. Guerra, opportunità, affermazione. Identità, nazione, intervento. Concetti o semplici motti che permeavano i pensieri della gente attraversando le classi sociali, già ampiamente turbate dai movimenti e dalle manifestazioni degli ultimi anni. Era già scorso del sangue, troppo, in seno alla patria; perché incitare a spargerne altro, perché partecipare alla logica folle del conflitto fra popoli e razze? Erano dunque una minaccia gli Austro-Ungarici, o i Tedeschi? Potevano essere nemici coloro i quali per anni avevano intrattenuto con lui onesti e prolifici rapporti commerciali? Per non parlare del fatto che oggi un ramo della sua stessa famiglia parlava la loro lingua e viveva nelle loro città, al di là delle Alpi.
Eppure, anche in seno al pensiero popolare, al movimento dei lavoratori, cui Mirto non poteva essere indifferente, gli stessi dubbi, le stesse pulsioni, gli stessi attriti. Mirto, in fondo, non era che un imprenditore, un uomo attento alle regole del commercio, alla diplomazia che regola i rapporti e gli equilibri fra le parti. Era un liberale. Nella sua famiglia, da che ne aveva memoria, si respirava uno spirito d’autonomia e individualismo cui lui stesso naturalmente aderiva. Conforme alla tradizione, Mirto incarnava la convinzione di dover preservare la libertà di intraprendere azioni per il proprio interesse personale e per quello della propria famiglia, senza per questo dover rendere conto a nessuno, tanto meno a un sindacato. Cosa che, suo malgrado, aveva dovuto cominciare a fare.
 
“La libertà non può prescindere da questo”, ripeteva spesso suo padre, “cosa pretendono i Socialisti, che siamo tutti uguali? Vorrebbero vederci con un fazzoletto al collo o il distintivo di una corporazione sul petto? Tutti uguali, tutti orientati, tutti allineati. Al volere di chi? Non mi vengano a parlare del Popolo. A quale progresso porterebbe una società del genere, una tale parificazione?” La voce profonda del padre riecheggiò per la stanza in cui Mirto si trovava. Poteva vedere il suo sguardo illuminato dalla luce del camino. Un uomo che metteva soggezione, Pietro, suo padre. Uomo di poche parole, onesto, esigente e severo, a volte anche duro, prima di tutto con i propri familiari. Proprio per questo Mirto gli aveva sempre riconosciuto un’indiscutibile equità d’animo. In quel momento i suoi occhi neri e autoritari, lo stavano fissando dall’ovale di una preziosa cornice d’argento sul pianoforte. Mirto ne contemplò la fronte alta, aperta, i lunghi baffi spioventi che confluivano in un’imponente barba bianca. Accanto a quella foto poté osservare se stesso, in piedi, una mano posata sullo schienale di un’enorme poltrona di vimini nella quale sedeva sua moglie Laura. Lui rigido, impettito, statuario, alla destra di sua moglie. Lei elegante, armoniosa, il bel viso luminoso, come un’alba. E alla sua sinistra Lina, la primogenita, che ritta su di uno sgabello fissava l’obiettivo poggiando il capo sulla spalla di lei, abbandonandosi a quella posa con sguardo sognante. Vi si poteva leggere tutto l’amore e la devozione che la piccola nutriva per sua madre. Davvero sembrava non curarsi dello scenario artefatto di una veranda con palmizi e drappi posticci, né delle reiterate indicazioni di un fotografo zelante; in quel momento per lei esisteva solo la mamma, la sua posa esprimeva la volontà e la gioia di concedersi un gesto di totale fiducia nei suoi confronti, di immortalarlo. Laura sorrideva amabile come sempre, sembrava che nulla potesse turbare quella sua placida confidenza nella vita. E poi? Che  cos’era accaduto in seguito, cos’era cambiato? Perché se n’era andata? Forse era delusa, stanca, provò a rispondere Mirto. Forse non si era mai sentita veramente a casa, riconosciuta e accolta dalla sua famiglia. Forse era lui che non l’aveva permesso. Era spaventata dall’idea della guerra e dalle conseguenze che essa avrebbe potuto avere per loro, questo sì gliel’aveva detto tante volte. Era preoccupata per le bambine. E forse alla fine aveva deciso di non aspettare più; era partita, era andata via da lì, aveva cercato rifugio altrove. Aveva lasciato Mirto al suo posto, baluardo a difesa di qualcosa che non condivideva o che riteneva anacronistico, vano. Forse aveva ragione lei, pensò Mirto, forse non c’era altro da fare; bisognava evolvere, cambiare, muovere; prendere posizione, in una direzione o in un’altra. Forse, invece, Laura aveva bisogno di più attenzione, di condivisione e calore, per sé, per le bambine. E che cosa aveva fatto lui perché rimanessero con lui? Mirto, che ora scrutava pensieri e intenzioni passati, fissati sui volti di una fotografia e destinati a echeggiare per sempre, perché non era stato in grado di leggere il presente? Dov’era allora? Perché non aveva saputo ascoltare la voce di sua moglie quando era ancora lì con lui, reale, viva?
 
Guardando con occhi diversi quella fotografia, così familiare, Mirto notò per la prima volta che se c’era una persona che non appariva per quello che era, ma per il ruolo che aveva consapevolmente assunto, quello era lui. Eccolo, inesorabilmente fedele a ciò che rappresentava e dichiarava di essere, anche attraverso un ritratto. Il cittadino rispettabile e onesto, l’affidabile e facoltoso uomo d’affari, il pater familias, ligio assertore dei propri doveri di padre e di marito. Si riconobbe infine nelle lapidarie parole della cognata. Era all’uomo racchiuso in quella cornice che erano state rivolte. Dunque, avrebbe fatto il suo dovere, si disse, giacché era questo che tutti si aspettavano da lui. E in quel momento erano due le cose che più di ogni altra sentiva di dover fare: riportare a casa il corpo di sua moglie, riabilitarla agli occhi di tutti onorandola di un funerale degno, e riabbracciare al più presto le sue bambine. Quanto tempo era passato dall’ultima volta che le aveva tenute fra le sue braccia? Chissà quante volte in quei mesi avevano chiesto del loro papà. E cosa avrà detto loro la madre?
 
 
All’ufficio postale, Mirto dettò al telegrafista le sue disposizioni: il feretro della povera moglie doveva partire quanto prima per Sarnico. E doveva essere fatto in modo che anche le bambine lo raggiungessero al più presto. D’ora in avanti, di loro si sarebbe occupato il padre. Inviò una lettera alla cognata in cui dava precise indicazioni per il viaggio in treno del feretro e delle figlie; le avrebbe fatto avere il denaro necessario. Si raccomandò che lei e il marito assolvessero alle pratiche necessarie e che venisse svolto sul posto un primo rito religioso. La vera cerimonia funebre sarebbe stata celebrata a Sarnico, non appena le spoglie della povera moglie fossero giunte a casa.
 
 
 
 
 
Capitoli precedenti:
 
PRIMA PARTE
Cap. I (Prologo)

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30 thoughts on “SANGUE RAPPRESO – II

    • Grazie e benvenuta “mt” (ti posso chiamare così?). Felice di averti qui.
      Ci sto provando, diciamo. Vediamo un po’ cosa ne verrà fuori. Grazie del tempo e del feedback!

      • Hai ragione. Mi rendo conto che va reso più fluido. E’ un po’ pesante, così, d’un fiato, senza sacche per respirare. Va sciolto (e credo, lo sia già di più nei prossimi capitoli; me lo auguro). Non so come mai quando feci la prima stesura di questo lungo racconto, anni fa, (l’ho ripescato da un cassetto), prese questo stile “legnoso”, denso. In parte (piccola), voglio in qualche modo preservarne un’impronta. La trovo in qualche modo “adatta” all’ambientazione (o così lo sento io). Lo sto smussando, limando, ma ci posso (e devo) ancora lavorare. Grazie del consiglio!

  1. Inizia a sciogliersi il gomitolo della storia.
    Intenso, preciso ed elegante, come sempre.
    Mirto sembra un uomo rigido, legato ad una certa abitudine nel fare e nel pensiero, eppure s’è innamorato di una persona che pare luminosa ( almeno la vedo così) magari andando avanti anche lui scioglie un po’ le spalle..
    Son curiosa come una marmotta dalla tana!

    • Si parte, si, è il caso di dirlo. Non passeremo mica tutto il tempo a rimuginare sui ricordi?! E vediamo se Mirto si scioglie un po’, se si piega o si spezza. Vedremo…
      Grazie Tati, a presto qui!
      P.

  2. mi cali in un personaggio e in un’epoca estranei e me li fai sentire addosso a mio agio, come fossero panni miei. Mi hai fatto pensare a Luchino Visconti, la sua cura per i dettagli, quel suo magnifico non avere fretta.
    ml

    • “Quel magnifico non avere fretta”. L’hai centrato in pieno, Massimo. E me ne hai fatto venire una tremenda nostalgia.
      [Grazie per il lunsinghierissimo accostamento; se la sua arte fosse anche solo un puntino al mio orizzonte – quanto basta per farne comunque parte, ne sarei oltremodo felice!]
      Mi fa un immenso piacere pensare che su queste pagine si possa rallentare, fermarsi a riflettere, sentire, che ci si possa immedesimare.
      A presto,
      P.

  3. Appena l’ho visto pubblicato, mi ci sono fiondato solo per capire come lo dovevo leggere. Una veloce scorsa e ho deciso che ci voleva un po’ di tranquillità: non per la lunghezza (detto da me poi…), ma per il ritmo serrato. Ci voleva la giusta concentrazione: dieci minuti, ma senza rotture di ahem…
    Letto tutto d’un fiato. Ritmo serrato, non mi ero sbagliato. Serratissimo. Corretto, per un uomo tutto d’un pezzo, più lavoro e famiglia originaria che famiglia propria e casa.
    Corretto per un uomo tutto di tale foRgia, che ha perso la persona amata e vede il tempo perso scorrere velocemente nel suo ricordo di lei e della sua vita con lei.
    Legnoso? Coerente con il personaggio. Io lo leggo così. Anzi, lo interpreto così.
    Mi associo a Emmelle (Massimo lo chiamo così e colgo l’occasione di salutarlo), alle sensazioni ricevute. Ma sono in “disaccordo” con lui su questo punto:
    il passaggio “Guerra, opportunità, affermazione. Identità, nazione, intervento” e l’aria che si respira di conseguenza nella società, l’ineluttabilità di certi eventi nel futuro prossimo di questo racconto, non la sento come un’epoca – per dirla alla Emmelle – “estranea”, ma attuale, che stiamo vivendo: Guerra, opportunità (di certa classe politica e della finanza senza scrupoli), affermazione (delle proprie idee sopraffacendo quelle della controparte, senza ascoltare). Identità, nazione, intervento. Mi pare ci siano tutti, con sfumature diverse rispetto al tempo del racconto, ma vorrei anche vedere…nel frattempo la società è evoluta…
    …O no?
    Attendo con impazienza il resto.

    • Grande Red.
      Le parole, le pagine più o meno fitte non ti (ci) spaventano. Tu le attraversi e ti ci rapporti. Le fai vivere, palpitare.
      Mi piace questo tuo portare all’oggi. A volte, guardando al passato “remoto” (che visivamente può assumere l’aspetto del bianco e nero di una fotografia più o meno sfuocata e scolorata) fa avvertire lontananza, altre una sorprendente vicinanza, davvero stupefacente. E ci si chiede con più forza chi siamo, dove andiamo? Davvero apprendiamo, miglioriamo per esperienza?…
      Il valore (immenso) della memoria.
      L’impotenza, l’annientante sentimento di fallimento nel vederla svanire, cancellare, mettere da parte…
      Grazie degli spunti di riflessione.
      A presto,
      P.

    • PS. Cavolo Red, dimenticavo: credo tu abbia ragione; nel “legno” della narrazione è materializzata la rigidezza del personaggio di Mirto…

  4. ciao red, “estranea” nel senso di lontana nel tempo. che poi certe atmosfere da “giorno prima dell’apocalisse” si ripetano e le ritrovo uguali oggi, dopo un secolo, è fuori di dubbio, per cui siamo in accordo più che in disaccordo 🙂
    ml

  5. Ho letto d’un fiato, con estrema lentezza.
    Sì, così procedo talvolta.
    E’ come trattenere il fiato per tutto il racconto, è quasi una sfida con me stessa – la sfida esiste quando c’è un forte coinvolgimento in me naturalmente.
    Il ritmo dello scritto, a mio parere, è molto indovinato.
    Io correvo con Mirto nel ricordare la sua vita da sposato.
    Correvo, sì, ma sentivo come una frattura in lui che lo faceva zoppicare.
    Mi bloccavo come lui in alcuni punti.
    Davanti a quella fotografia Mirto si stava interrogando, chiedendosi molti perché con il suo modo di essere “legnoso”.
    E tu giustamente usi un modo di scrivere non agile, ma “legnoso”.
    E questo tuo stile “legnoso” è adatto a tutta la ambientazione.
    Io colgo un’epoca estranea a questa nostra, ma con tanto in comune.
    Ogni tempo ha sue sfaccettature completamente diverse e altre perfettamente eguali e quindi…
    Perché Laura è volata via da Mirto? Laura sembra così solare…
    Questo mi sto chiedendo con passione.
    Vedo tutto nei mille dettagli che tu sai far cogliere con una cura estrema.
    Apprezzo tanto i dettagli resi così vivi da te, così antichi e così attuali.
    Grande è la descrizione di “Lina, la primogenita”, grande, sì.
    Allora vorrei dirti di postare presto un’altra puntata, ma… prenditi tutto il tempo che vuoi. La mia curiosità aumenterà.
    Io su queste tue pagine corro, mi fermo, zoppico, analizzo, capto, rifletto, mi emoziono.
    Soprattutto mi emoziono.
    Grazie, Paolo.
    Ti sorrido.
    A.
    E il nome che hai dato al tuo protagonista…

    • Anch’io sono un lettore “lento”, cara Anna. Sull’onda dell’odiosissima, ma talvolta efficacissima, moda di importare e deformare termini dall’inglese, mi definisco un “bradi-reader”. Perché leggo poco: dedico, ritaglio, concedo troppo poco tempo, ahimè, al “nutrimento” dell’anima quale è una buona lettura. Ma anche perché quando leggo mi piace assaporare. Come un bicchiere di vino buono, un buon cognac, un buon whisky. E lì sì che mi piace sentire il sapore, il profumo, la struttura, la fibra del legno. Eccome! Per questo amo i classici. Vado sul sicuro. Vado indietro nel tempo per capire che si è fermato. Che non esiste, se esiste l’arte. (ora, pensa un po’, sto leggendo il “Moby Dyck” nell’ultima traduzione di Ottavio Fatica; legno, legno, legno e salmastro… … Bellissimo! Sto viaggiando, sto navigando… Lentamente)
      Ora. Non sto mettendo le mie righe al confronto con quanto sopra. Non ci penso nemmeno. Volevo solo dire cos’è per me leggere. Talvolta è rimanere su una frase per molto tempo. Capire perché sto vibrando, perché sono arrivato fin lì. In cima a quella vetta. Perché ne sto godendo. Riscriverla, condividerla, farla mia. Perché lo è, ormai, lo è. La lettura è un viaggio, è esperienza di vita. E’ ripercorrere avanti e indietro la propria, le proprie esperienze, attivare i propri sensi. In continuazione. Ebbene. Non c’è, non ci deve essere fretta in questo. In nulla.
      Ci ritroveremo quindi qui, cara Anna, a discuterne, a condividere.
      A capire il senso e il significato, la simbologia delle cose… e dei fiori. 🙂 [un giorno mi racconterai del tuo “gelso bianco”]
      Un abbraccio, buona giornata.
      Paolo

      • Lentamente, oh sì, molto lentamente, viaggerò con i tuoi scritti e farò molte fermate laddove sentirò in me un fluttuare di emozioni che vorrò cogliere colme e capire il perché delle mie vibrazioni.
        Sai, Paolo, io devo riuscire ad “ingoiare” le parole, poesia o prosa, per farle divenire mie. E’ una sensazione fisica questa mia. Non solo. Leggere è rivivere tanto della nostra vita in modo molto intenso, lento lento e senza avere fretta.
        Sul mio “gelso bianco” ti condurrò per mano e… quanti incontri bellissimi faremo.
        Comprenderai mentre ti racconterò.
        E’ così bello condividere.
        Buona domenica, Paolo.
        🙂
        A.

      • Assolutamente. Bello perché arricchente. Attenderò allora.
        Al prossimo passaggio, Anna, al prossimo momento di condivisione.
        Felice notte,
        P.

      • Poi con calma racconterò perchè avremo molti “incontri” quando ti racconterò di “gelso bianco”. Beh, un piccola grande avventura, sì.
        Ora ho visto che c’è l’altra tua puntata, ma non credo di riuscire a leggerla come piace a me. A presto, Paolo. E grazie. 🙂
        Anna
        Buon giovedì

      • Bene!
        Sento che la storia di “gelso bianco” è qualcosa di particolare. Sono molto curioso. E sarò felice di ospitarla qui e, magari, se vorrai, faremo in modo di darle il giusto spazio. 🙂
        Un abbraccio,
        Paolo

      • e poi la ripetizione di “racconterò” molto ravvicinata
        che orrore è lo scrivere di gb.
        tu perdonala, Paolo!
        A.

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