Leuca

Vorrei riprodurre il suono del vento
fragore molle che carezza il collo
scosta i capelli, sazia la pelle
dissecca il mio sguardo
smanioso, rivelatore
di un segno.

Vorrei tornare a quel crocevia sconosciuto
al ruvido assito dove muovevi languido il passo.
All’oasi asciutta in cui intrecciavamo lo sguardo
scandendo imponderabili granelli di tempo.

[Tutto è fermo. Un uomo sciabatta fra i tavoli. Li spolvera e poi li batte con un martello. Li passa tutti, uno a uno. Il nostro no, lo salta. Ci guarda e se ne va indolente, senza domandare. Eccitate, le tue dita giocano con un anello, per i miei occhi. I tuoi sono al sicuro, dietro un sipario.]

Vorrei riascoltare il canto del vento
assistere di nuovo a quella danza.
E attendere l’ora in cui, fuori dalla tenda
sui nostri occhi, le nostre mani
calerà il silenzio.

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33 thoughts on “Leuca

  1. C’è nostalgia. Una presenza-assenza. E quel desiderio “fuori dalla tenda” degli occhi, del razionale, in cui tutto può riprendere il posto giusto attraverso le mani. Ma bisogna chiudere gli occhi e poi riaprirli per lasciarsi andare in quelli dell’altro. È così?

    • Nostalgia, sì. Del tutto può succedere. Della certa convinzione che qualcosa accadrà; che ci sia tutto quello che serve perché avvenga.
      Mi piace la tua interpretazione di quella “tenda”, degli occhi. E il potere saggio che dai a quelle mani.
      Era mio intento contrapporre un silenzio d’assoluta presenza al linguaggio e alla musica dei sensi. Siano essi per gli occhi, per la pelle, per le mani. La notte, il silenzio, l’assenza di sguardi. E tuttavia, la consapevolezza che l’altro è lì, vicino a te; che per te questa è l’unica cosa che conta adesso; la certezza che per lei/lui è esattamente la stessa cosa.
      Mi sono ispirato a un’immagine precisa, in vero, che non rivelerò, per non togliere nulla alla tua lettura.

  2. “Vorrei riascoltare il canto del vento
    assistere di nuovo a quella danza.
    E attendere l’ora in cui, fuori dalla tenda
    sui nostri occhi, sulle nostre mani
    calerà il silenzio.”
    Vorrei anche io…
    E resto in silenzio ora con emozione grande.

    Sai che torno, Paolo caro. Torno, sì.
    Sussurri di musica vibrano in me nel leggerti.
    gb

    • Felice di vederti tornare sulle ali delicate di un tuo passaggio notturno. Delicato e silenzioso, come una piacevole brezza.
      A presto “gb”, un abbraccio.
      P.

      • Questa notte questa tua poesia mi ha fatto cogliere il suono dell’attesa in modo molto intenso.
        A occhi chiusi, sì, tutto può accadere.
        Pochissime mie parole per comunicarti questa mia sensazione che si è insinuata in me…
        E’ nostalgia anche…

        Torno ancora.
        C’è ben altro.
        Un abbraccio, Paolo.
        A.
        Ah, quei versi finali…

      • Grazie Anna.
        In quei versi finali c’è ricordo e desiderio. Di essere stato felice, di poterlo essere ancora.
        A presto, un abbraccio,
        P.

      • Sì, ricordo di essere stato felice e desiderio-attesa di poterlo essere ancora. C’è tutto perché possa avvenire.
        La notte, il silenzio, l’assenza di sguardi e il silenzio-musica della “consapevolezza che l’altro è lì, vicino a te; che per te questa è l’unica cosa che conta adesso; la certezza che per lei/lui è esattamente la stessa cosa.”
        Ho ricopiato tue parole da un commento perché meglio io non avrei saputo dirlo.
        E sono commossa, Paolo, e… voglio ancora il canto del vento e della danza languida

        Grazie.
        Un abbraccio
        A

      • E torneranno, Anna. Le emozioni, le cose belle restano dentro. Germinano e fioriscono di nuovo. Per farci viaggiare, per farci vedere, per farci star bene. Anche e soprattutto a questo servono le parole.
        A presto!, buona serata.
        P.

      • Sì, Paolo, torneranno le emozioni, le cose belle, sì.
        Resta in noi anche il più piccolo seme di bellezza e si sviluppa ancora.
        In un mio commento precedente avevo scritto che “questa tua poesia mi ha fatto cogliere il suono dell’attesa in modo molto intenso.”
        Ed è questo suono che sento anche ora… è un suono magnifico.

        Grazie, Paolo.
        A presto.
        🙂
        A.

      • E questo permanere, perdurare, questa “quieta, dolce (e)stasi” che riempie il cuore di speranza, di primavera, ti fa onore, fa onore al tuo cuore, cara Anna.
        Buone ore felici, buoni sorrisi,
        P.

      • In quel suono grande dell’attesa, Paolo, c’è anche molta tristezza.
        Grazie per le tue care parole.
        A presto!
        A

      • L’altra faccia della medaglia. Hai ragione, ti capisco.
        Ciò che riempie il cuore, in sua assenza lascia un vuoto. Il ricordo non basta, non può supplire.
        L’attesa racchiude in sé una tensione. Un “tendere a” qualcosa, qualcuno. Al pari di un una pausa musicale, metafora che abbiamo già usata altre volte, ma che calza perfettamente, che esprime (la musica è la “voce” delle nostre emozioni): il più delle volte essa non è requie o ristoro, ma preparazione per altro, tensione, riflessione, introduzione; l’assenza di note, di un battere, di vibrazioni, quel vuoto – così difficile da respirare (pensiamo anche ai piano, pianissimo, a un “rallentando”, alle pacate melodie jazz, tenute, sfiorate, a quel progressivo digradare verso il silenzio; pensiamo a una pausa, un silenzio recitativo, attimo in cui l’attore sostiene su di sé tutta l’energia di un teatro e del pubblico che lo riempie…) è ancora più difficile da interpretare, da rispettare, da suonare…
        Ti capisco, Anna.
        Più è bella, intensa, ricca la partitura, più ogni singola pausa, ogni respiro acquista energia, potenza. Serve bravura e tanta, tanta forza per sostenerla.
        Un forte abbraccio, Anna.
        P.

      • Sì, l’altra faccia della medaglia. Il ricordo non basta al vuoto che ti invade.
        Quel vuoto, Paolo, è così difficile da inghiottire in ogni senso.
        E uso “inghiottire” perché lo sento così umano.
        Lo scivolare verso il silenzio è molto arduo da interpretare suonando cantando recitando…
        Quell’assenza di note, di vibrazioni, di parole – che non è assenza bisogna cogliere in noi, interpretare, trasmettere… vivere.
        Ed è vero che più la partitura è colma, più ogni pausa è importante e occorre una forza grande per sostenerla.

        Grazie, Paolo.
        Tu ami la musica e i suoi silenzi.
        Un abbraccio vero
        A.

      • E sono tornata ancora su questi versi perché sono belli davvero.
        In silenzio ti scrivo questo.
        Tu comprenderai il mio silenzio. Avevamo parlato di musica…
        Un sorriso
        A.

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