Brevi viaggi della mente

Lost in Translation_00

 

 
 
 

 Belgrado

Quella volta, all’aeroporto Isaac non prese il taxi, ma noleggiò un’auto e si diresse con calma verso il centro. Aveva tutto il pomeriggio per sé. Passeggiò a lungo sul fiume e quando fu l’ora di chiusura, passò davanti alla biblioteca. Uscendo con le colleghe, Mirna lo riconobbe subito, sul marciapiede opposto, vicino alla fermata dell’autobus. Sorrise incredula. Non lo vedeva da settimane, né pensava che sarebbe successo ancora.
Fecero l’amore in macchina, a pochi isolati da lì. In quell’anonimo spazio sconfinato. Lo fecero con gesti rapidi e risoluti. Famelici, implacabili. Come le dita di lei, esigenti artigli vellutati. E il soffio crescente di quel suo piacere ostinato, consumato e offerto. Il celebrarlo muto di lui, rilasciato e teso come una corda all’ormeggio. Crepitante, sotto di lei, respirando l’alito caldo del suo ventre disvelato.
Lo fecero in silenzio, senza parole, ché non ne avevano in comune.
Si trovarono a occhi chiusi, scrutandosi da dentro.
Più tardi, sulla terrazza di un bistrot, guardarono la città luccicare.
Non avevano parole su cui volare, né una ragione per cercarne.
 
 
 

Lost in Translation

Nel buio delle ultime file, i primi baci, le prime carezze. Il film, lento, ovattato, stentava a decollare, né poteva schermare l’attrazione che ci univa. Le nostre labbra si fusero in un silenzioso canto di desiderio, mentre le mani, temerarie, penetravano al buio fra giacche e maglioni. Nella sala gremita, inno alla trasgressione, ci rifugiammo in un abbraccio che mascherasse quei gesti, sempre più precisi. Aggrappati a quello scoglio, intuivamo l’uno il piacere dell’altro dai pochi sussulti concessi e subito lo soffocavamo, mordendoci le labbra. Trattenemmo il fiato, emergendo solo a tratti da quell’apnea incondizionata. E continuammo così, assorti, fino all’approdo.
Quando riaprimmo gli occhi, ci fissammo spaesati. Le nostre iridi dilatate riflettevano la luminosità diffusa dello schermo. Dov’eravamo? Mi giunsero le note di un piano, ora potevo udirle. Mi voltai e mi immersi nella luce soffusa di una sala d’albergo. Un occidentale in abito da sera sedeva di schiena al bancone del bar. Solo, spaesato, pareva perso. Come noi. Rilasciai gradualmente la presa, sfuggendo alla stretta di quel nostro abbraccio che, esauritosi, diventava scomodo. Rinfilai la camicia bagnata nei pantaloni. Incredulo, girai uno sguardo timoroso sulla sala. I volti delle persone mi apparivano solo a tratti, illuminati da spot di luce riflessa. Per un momento fissai le loro espressioni esanimi, intenti a guardare il film. Sembravano teste di terracotta. Poi mi voltai verso di lei: percepii il calore sul suo volto, il suo respiro. La fissai finché non incrociò il mio sguardo. Sorridemmo sollevati, quasi fossimo gli unici sopravvissuti in quel deserto d’inumani. Non resistemmo, cominciammo a ridere, isterici, a labbra tese. Restammo così a lungo, sospesi, persi, fra imbarazzo e un innegabile senso d’appagamento.

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18 thoughts on “Brevi viaggi della mente

      • è un sentire “pesante”, a tratti…
        Pensavo: hai notato che ci si ama sempre un po’ di nascosto? Una cosa così, che è piena di bellezza… viene espressa di nascosto, sarà per pudore o per vergogna?

      • La pesantezza è relativa. Sono sostanzialmente fatalista. Se avessi un po’ più di coraggio, volontà o solo un po’ d’istinto, appunto, a lottare, allora mi sentirei soffocare. Ma non è così. Per fortuna. Relativa, anche quella, ovviamente.
        Sì. Hai ragione. Le cose nascoste acquistano valore: esclusività, intimità, sacralità, complicità. Danno sostanzialità (o illusione) a quella cosa là, l’amore. Qui, però, più che nascosto direi incontenibile, impellente e pure un po’ audace, o trasgressivo. La trasgressione è eccitante, si sa. Ma si scade subito nel banale. Meglio godersi la sensazione di sopravvivenza, di bolla, di isola spazio-temporale in cui perdersi e isolarsi. A Tokyo o sulla poltrona del cinema, o sul divano di casa…

      • E’ un afferrare il momento a piene mani, piuttosto che sfiorare le cose e guardarle andare. Hai ragione, qua non c’è un nascondersi ma uno stare “qui e ora” deciso e coraggioso… fantastico direi.

  1. “Questa è difficile” | il ministero delle camminate strambe

    • L’amore. Già. Chissà cos’è? Chissà se finiremo mai di chiedercelo. Eppure, se anche provi a spogliare ogni gesto di sentimento e idealizzazione, ecco che avverti che c’è comunque sempre altro, oltre i corpi, le mani, i fianchi, la pelle, gli umori. C’è un abbraccio, ad esempio. Un sorriso. Un senso di pienezza. Di pace, con sé, con il mondo e le luci che scintillano sullo sfondo. Non si è più soli. Oppure lo si è, ma ci si sente… completi.
      Ecco. Più provo a rimuoverlo, a evitarlo, più quel fantasma, quell’ombra, quella … cosa che viene chiamato amore, mi si ripara davanti.

      • Temo sia il motore che faccia muovere tutto. Tutte le cose importanti della vita. Temo che ti si parerà sempre davanti se vuoi vivere in un certo modo. In caso contrario, fa da soprammobile di cui non riesci proprio a disfattene, nonostante ti sia stancato di vederlo lì per casa.

      • Già. Ne ho scritto, più o meno consapevolmente. Più volte. Di questo motore. Non mi piace dargli un nome. Fissarlo, affermarlo (un soprammobile no, dai, piuttosto un demone!…). E’ più facile negarlo. E’ già un buon punto di partenza per vivere (e viverlo) più serenamente. [rif. “Se non è amore”, piccolo compendio di miei branetti e poesie, cazzate varie…]

  2. un elemento comune ai due brani lo individuo nella non necessità di comprendere le parole (condizionato dal titolo penso che il film del secondo brano sia in una lingua straniera, incomprensibile al protagonista) quando la sintonia è fatta di pelle e immediatezza.
    ma per tornare alle parole, perchè noi a differenza loro ci nutriamo di parole, qui ne trovo di belle ed esatte: dire “…rilasciato e teso come una corda all’ormeggio.” (anzichè l’abusato “teso come una corda di violino”) è una piccola perfezione che mi fa percepire con esattezza l’alternarsi di tensione e morbidezza del protagonista.
    ml

    • Il filo che dici, Massimo, esiste ed è nato così, inconsapevolmente. E’ meno lineare, però. “Lost in Translation”, di S. Coppola, è un film che ho amato per la sua capacità “dissolvente” di trasmettere sospensione e quieta, pacifica solitudine. Tokyo, la città meno probabile per trovare se stesso. Con l’aiuto della differenza culturale, d’età, dell’anacronismo e della diacronia. Un uomo attempato, sopravvissuto ai fuochi fatui del successo – che inizia suo malgrado a tirare le somme e definire una linea nella propria esistenza (e in quella della propria famiglia); una giovane donna in cerca. Una città frenetica, una cultura, un linguaggio inarrivabili. Luci stroboscopiche che sulle prime abbagliano, poi estraniano, infine divertono. Una fuga che diviene viaggio. Conoscenza di sé ed emozione, condivisa, intuita, goduta. Fuori dal tempo. “Lost in Translation” vuol dire questo per me: la possibilità di godere preziosi attimi di vita, in un non luogo in cui poter essere veramente se stessi.
      Nel mio mini-racconto, quella “bolla” avvolge anche l’abbraccio, l’isola, il battito della coppia che vive (e si vive) in un non luogo e in un non tempo, cui sanno di non appartenere. Mi ha intrigato questa sottile simmetria.

  3. La potenza travolgente di un battito di cuore e della passione…
    Quello fa girare tutto…. quando è altro a far girare, si ba a rotoli…
    Un tempo sospeso questo tuo, dove non servono parole… ci si basta a vicenda…
    Bello pa!

    • A volte le parole sono solo di troppo. Inutili, inadeguate. A volte – e per me, che raramente manifesto diversamente, spesse volte è così – sono tutto.
      Grazie, Ale.

      • A volte un silenzio, sia parlato che scritto, valgono piu di mille parole… le pause sono importanti, sono piccoli anfratti in cui nascondersi, ma tanto profondi in cui perdersi…

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