Sangue Rappreso – I

 

Parte Prima

«In quella notte io passerò e colpirò ogni primogenito, uomo o bestia… Il sangue sulle vostre case sarà il segno che voi siete dentro: io vedrò il sangue e passerò oltre, non vi sarà per voi flagello di sterminio…»

[Es 12, 12]

I

(Prologo)

Per il corridoio di una delle più antiche case del borgo risuonò l’eco solenne dei passi di un uomo diretto alla porta d’ingresso. Prima di uscire, si annodò la cravatta davanti allo specchio, scrutando la propria immagine riflessa nella cornice. Era alto, imponente, dall’aria ombrosa. Alla luce livida del tramonto ricordava uno dei ritratti di famiglia che torreggiavano sui mobili di quella casa. In tutto simile a mio padre, pensò, figurandoselo, statuario, al fianco della moglie adorata.
Eredità, continuità, mormorò. Orme, senso, direzione.
Scandiva le parole come a valutarne il taglio, la fattura.
Destino, solitudine. Tacque.
Parlava da solo, ormai. Non se ne vergognava. Non più. Vi aveva fatto l’abitudine. Non tanto al suono della propria voce o al tono con cui si rivolgeva a se stesso, né a che talvolta sembrasse un altro a farlo al suo posto, bensì al fatto che nessuno ormai, tranne lui, potesse udire le sue parole.

Quinto di dodici figli, la metà dei quali già morti, Mirto era un sopravvissuto, un predestinato. Riservato, schivo, in paese lo conoscevano tutti, ma pochi vi avevano confidenza. Ingegnere, figlio di costruttori, da qualche anno alle redini dell’impresa del padre. Faceva parte di una famiglia che negli anni si era ramificata oltralpe, estendendo i propri interessi commerciali dall’operosa provincia italiana fin oltre i confini nazionali. Austria, Slovenia e giù fino in Montenegro, a bucar montagne, spianare strade, tirare i binari della ferrovia imperiale.
Ciononostante, Mirto non aveva mai pensato di abbandonare il paese in cui era nato, né di lasciare la vecchia casa di famiglia, l’antica corte disadorna, il crocicchio di vie che dal borgo conducevano al lago. E tanto meno la tenuta fuori porta, a lui così cara: gli orti, la vigna, le balze piantumate ai piedi della cava. L’isola felice dove poteva immergersi nel lavoro manuale e nei propri pensieri, fra rovi, sterpaglie e virgulti, a rivoltare zolle e irrorar radici. Le sue.
Ma non la pensava così sua moglie, Laura, che sei mesi prima se n’era andata senza preavviso. Aveva lasciato tutto ed era partita, era tornata a casa sua, a Roma. Con sé aveva portato le bambine: Lina, di sei anni, e Luciana, di sole otto settimane.

L’uomo calcò il cappello sulla fronte ed uscì.
Era la sera del Giovedì Santo e come ogni anno da quando era bambino, fece a piedi il tragitto da casa alla chiesa. Camminò lentamente, avvolto nel suo pastrano, lo sguardo fisso sull’acciottolato. Chi lo incrociò sulla via attese invano un cenno di saluto da quel volto mutilato dalla tesa del cappello.
Ritto nel banco di famiglia, trovò il modo di raccogliersi in silenzio, al riparo dagli sguardi di sincera compassione o misera curiosità di chi lo circondava.

Kyrie Eleison,
Kyrie Eleison,
Kyrie Eleison

Fumi d’incenso attorniavano la schiena ornata del sacerdote sull’altare, sottraendolo agli occhi dell’assemblea.

Kyrie Eleison,
Kyrie Eleison

Mirto ripeté con gli altri la litania. Le spalle ricurve, si lasciò scivolare nell’antro profondo dei propri pensieri. C’era solo un luogo, infatti, dove potesse trovare rifugio e conforto, e non era in quel tempio.
Tornato a casa, si coricò con in petto una subdola malia. Una forma d’ansia che gli increspava il battito del cuore rendendolo a un tratto fragile, come appeso alla volontà di un respiro. Era come se gli fosse stato imposto di decidere di continuare a respirare, poiché la cosa non poteva più andare avanti da sola. Prestandovi attenzione, quella fastidiosa sensazione pareva guadagnare terreno, al che Mirto cercò rimedio in una lettura con l’intento di distrarsi e procurarsi il sonno, il quale però giunse tardi e fu abbastanza agitato.
 
Il giorno seguente, come sempre, Mirto si svegliò all’alba. Immemore dell’apprensione che l’aveva assalito la sera prima, per un po’ godette delle energie ritemprate dal sonno. Finché a un tratto fu colto dal timore di ritrovarsi di nuovo in preda a quell’affanno, intento a contrastare l’anarchia del proprio respiro. Fu allora che ricordò il sogno che aveva fatto.

Topi. Topi enormi. Luridi, neri come la pece. Una moltitudine di ratti giganteschi che improvvisamente gli venivano incontro minacciosi.
Mirto aveva in braccio la piccola Luciana e teneva Lina per mano. Alla vista di quelle bestie schifose fu preso dal panico, strinse a sé le figlie guardandosi intorno. In lontananza scorse un capanno, sollevò Lina e si mise a correre attraverso il prato. Raggiunse il casotto, pareva abbandonato, la porta era aperta. Entrò e la chiuse dietro di sé, tirò il chiavistello. Si ritrovarono così tutti e tre impauriti e abbracciati in un sudicio stanzone vuoto, mentre fuori scendeva il buio.

“Mamma!”, implorarono le bambine. Allora Mirto si rese conto che Laura non era con loro. Non aveva idea di dove fosse.

In quel luogo tetro e inospitale Mirto vegliò tutta la notte sulle sue bambine. Fuori intanto s’udiva un grande trambusto, stridere di animali, latrati di cani. Il baccano cresceva, si faceva assordante, inumano. Mirto sentì gemere le bestie immonde che l’avevano inseguito. Erano lì, fuori dal capanno, squittivano atrocemente graffiando l’uscio. Strinse a sé le bambine, coprì loro il capo con le mani, mentre le unghie dei ratti solcavano il legno della porta. Finché all’improvviso calò il silenzio. Un lungo silenzio ininterrotto. Lui e le bambine trovarono finalmente il sonno.

Al mattino, non sentendo più rumori, Mirto uscì dal riparo. Fuori, però, non v’era più traccia dei malefici topi. Svegliò quindi le bambine e s’avviarono in fretta e furia per il timore che le bestie tornassero da un momento all’altro.
A un tratto, però, Mirto notò qualcosa nell’erba. Il manto scuro di uno di quei topi. Scortolo, non poté far a meno di avvicinarsi. “Aspettatemi qui”, disse alla piccola Lina. Ma ciò che vide gli gelò il sangue: da una parte giacevano le lunghe code rosa, dall’altra il resto dei corpi, mutilati, sventrati, ammucchiati in una massa informe. Non si potevano definire corpi quelli. Mancavano le teste, le pellicce erano state svuotate delle interiora. Le trovò poco più avanti, insieme agli arti strappati e impilati in una sorta di macabra catasta.
In tutto questo Mirto rilevò un ordine e una precisione raccapriccianti. Uomo o animale, chiunque avesse perpetrato quello scempio, aveva compiuto un atto orrendo e meticoloso al contempo. Una specie di lavoro.
L’ultima cosa che Mirto osservò, prima di abbandonare quel triste scenario di devastazione, furono i corpicini rosei di un numero indefinito di cuccioli di ratto. Erano intatti, gli occhi ancora sigillati. Giacevano sparpagliati nell’erba in pozze di liquido amniotico. Avvolti nei loro filamenti appiccicaticci, gli provocano un immediato disgusto, cui però fece subito seguito un profondo senso di pietà.
 
Pietà. Questo fu il sentimento che più di ogni altro gli lasciò la rievocazione di quel sogno.
Era la fredda mattina del Venerdì Santo del 1915. Il giorno in cui Mirto seppe della morte di sua moglie Laura.

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19 thoughts on “Sangue Rappreso – I

  1. Interessante, avvincente, scritto con maestria di linguaggio ed eleganza di forma . Forse esageratamente raccapricciante la descrizione del sogno. Aspetto la seconda parte.

    • Grande! Sono felice che tu abbia letto e che ti sia piaciuto. In effetti, mi è piaciuto indulgere un poco su quella vena “ferale” e premonitrice in questo avvio.
      Tu sei lettrice avvantaggiata e troverai molti rimandi… (di cui parleremo sicuramente in separata sede). Il tuo parere mi è estremamente prezioso.

    • PS. Per come è stata concepita, la cosa sarà divisa in più Capitoli (come questo) e due Parti. A meno di tagli e cambi di direzione lungo il percorso…

  2. Che bello Pa’ ( 😁)!!
    Un personaggio ombroso, mi piace… Sembra quasi un felino che non ricorda ancora di esserlo ma dovesse ricordarlo: guai a quei sogni!
    Come sempre, una scrittura incantevole e cinematografica ( nel senso che riesci a far vedere bene ogni scena)
    Aspetteremo il resto

    • Grazie Tati. Sempre interessante la tua lettura trasversale e psicologica. Colpisce. I sogni… Mistero, ricchezza, alternativa, rivelazione, prova… Tanta, tanta “roba”! Come si dice…

  3. La descrizione di Mirto è minuziosa e ben dettagliata.
    Ho provato raccapriccio invece per i topi, mi sembrava prima di sentirli correre e poi agonizzare.
    Il tuo modo di raccontare trascina il lettore nella trama e sembra proprio di sentire eco e passi, latrati e respiri. Privilegio per pochi.
    Complimenti.
    Un caro abbraccio da Affy

  4. la tua prosa fluida scorre e costringe con la sua precisione (mi piace quando ti soffermi sui dettagli come accendessi un faretto sugli angoli in penombra) il lettore all’attenzione quasi dovesse pure lui sottrarsi ai topi e provare poi ribrezzo al loro scempio. Sogno premonitore non del tutto in negativo, perchè sembra dire che Mirto saprà prendersi cura e salvare le proprie figlie. Vedremo se sarà così :). Mi incuriosisce l’epoca storica e ripensando alla data mi chiedo se quei topi non preannuncino la carne da macello delle trincee. Vedremo anche questo 🙂
    ml

    • Grazie Massimo. Ci sei… Avverto le stesse cose. Scopriremo, sì. Anch’io. Ho ripreso un vecchio lavoro, con la curiosità e la voglia di rileggere, riscrivere, di fare e di scoprire. Speriamo.

  5. Assafamaronna! OnPaoloBello è tornato nella sua webbettola, anzi scusa, la mia è una webbettola, la tua è un’atelier con dei pezzi unici come questo. La sensazione che ti si attacca addosso è quella degli incubi recursivi in cui pensi che pensi che finalmente stai per svegliarti e invece con sgomento ti accorgi che sei ancora dentro. Vorresti urlare ma la voce rimane soffocata, vorresti alzarti dal letto, ma sei immobilizzato. Non resta che precipitare nell’ennesima spirale dell’incibo sperando di svegliarti per davvero. Attendo il resto perché Mirto stranamente la prima volta che l’ho scritto mi è venuto fuori : “MOrto”…Sarà una coincidenza o qualcosa nel testo non scritto mi ha acceso un percettore dimenticato?
    Fortuna che l’ho letto di giorno, di notte mi avrebbe fatto dormire male…un grosso abbraccio OnPa’

    • Carissimo Red, ci saranno pagine più serene. E anche no. Insomma, si vedrà… Spero di averti con me.
      La tua non è una webbettola: è una fucina, sei tu un vulcano di idee e riflessioni, spunti e immaginazioni. Avessi io le tue capacità, la tua facondia! (invece mi trovo spesso a cincischiar e trastullarmi con le parole, scarne e consunte, che ho e mi ritrovo…) Spero di riagganciarti presto in tutti i tuoi percorsi paralleli: dal Messico a Andalo, passando per gli infiniti mondi della musica e del gioco (e voglio leggere il racconto dei tuoi Nani!!…). Quindi, mio caro, a prestissimo, nelle tue pagine colorate e coinvolgenti!
      P.

      • “Spero di averti con me”?!? Ehm sono io quello che ti ha appena tamponato. Facciamo il CID e non se ne parla più.
        OnPaoloBello ti sto attaccato come le pulci al pelo di un maremmano, contaci!

  6. Sono stata anche io in quel capanno con Mirto e le bambine, ho sentito quei topi e li ho visti prima vivi, poi morti. Ho scorto i loro cuccioli e ho provato pietà come Mirto.
    Fortissima, da brividi di disgusto, la descrizione dei topi.
    “In tutto questo Mirto rileva un ordine e una precisione raccapriccianti.”
    Questo mi dà molto su cui riflettere.
    Secondo me avverrà qualcosa di tragico come una guerra o un massacro o…
    Non so l’epoca di ambientazione della tua storia.
    Sai, io, alla mia primissima lettura, ho sentito in me la morte della moglie Laura.
    Ho intuito giustamente.
    E se quel sogno è premonitore di altro… credo che Mirto, che sto imparando a conoscere, si prenderà cura delle figlie.
    Ho apprezzato molto il tuo modo di far giungere al lettore il protagonista.
    Il tuo scritto ha grande eleganza di forma (non è la prima volta che questo mi colpisce).
    Allora complimenti e… aspetto il seguito, Paolo.
    🙂
    gb

    • Felice di averti con me in questo viaggio (perché di viaggio, credo, si tratterà; sorrido, ripensando come ricorra spesso questa parola – anche nelle parole di “menteminima”).
      Grazie… Anna. 🙂
      Un abbraccio.
      Paolo

  7. Eccolo. Sempre tu… da leggerti tutto d’un fiato trattenendo il respiro. Hai una precisione e raffinatezza nello scrivere tu… porti per mano il lettore proprio deve vuoi tu… semvrava di vedere un film… mi sbatteva o core, pa! Si aspetta con ansia pendendo dallo schermo.

    • Grazie Ale. Generosa.
      Torneremo a quei giorni…
      (Sul mio stile non dico: è così come viene, a orecchio diciamo. A volte un po’ ingessato, magari condizionato dall’ambientazione…, a volte più immediato e fluido. Sempre misurato e tendenzialmente asciutto. E’ quello che è, quello che sono io, in fin dei conti). Come dice giustamente anche Ozpetek nel suo ultimo film: “ogni scrittore attraverso i propri personaggi parla sempre solo di sé”.

      • Assolutamente non ingessato… si, asciutto come dici tu, che fa arrivare dritto al punto e porta il lettore precisamente dove vuoi tu, senza perdersi in inutili giri che disorientano…
        E si, credo che un po di chi scrive ci sia sempre bei suoi racconti..
        Sbaciuzz!

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