L’uncino

uncino

Mercato coperto, Sulaimanya, Iraq

Eravamo in una camera d’albergo di terza categoria. Era inverno, il pavimento di graniglia era gelido, i termosifoni appena accesi fischiavano disperatamente. Stavamo distesi sul grande letto a due piazze, vestiti. Di lì a un poco avremmo fatto l’amore, ma c’era ancora tempo. La luce delle abat-jour ai lati del letto squarciava il buio di quello stanzone freddo. Se non fosse stato per il via vai sul piano, l’aprirsi e chiudersi di porte sul corridoio e il clamore improvviso degli ultimi arrivi, avremmo anche potuto essere in una tomba. Ero stanco del viaggio e di tutto ciò che l’aveva preceduto, mi stavo acclimatando. Avevo voglia di lei, la desideravo, ma non ero ancora pronto per toccarla, né toglierle i vestiti di dosso. Non ricordo di cosa stessimo parlando, forse di Roy, il festeggiato, che cercava di farsi Claire, ma lei gliela faceva solo annusare. Lui era troppo buono, era il suo più grande difetto, e glielo leggevi subito in faccia, nonostante il metro e novanta, la palestra che gli gonfiava la camicia, i piercing e i solchi nei capelli. O forse parlavamo di noi, che tutto sommato stavamo bene, scopavamo, tanto e di gusto. In quel momento eravamo una zattera in balia della corrente e il mare era incredibilmente piatto. Forse eravamo felici, chissà. Fatto sta che a un tratto lei si tirò su sulle ginocchia e guardandomi dall’alto mi disse: “Adesso ti rivelerò una cosa”, usò proprio quella parola, rivelare. Si sedette sulle caviglie e si sporse un po’ in avanti, senza toccarmi. Abbassò la voce per essere sicura di essere udita da me soltanto, per accertarsi che ascoltassi bene ciò che stava per dirmi. E il tono della sua voce, in effetti, divenne quello di una sorta di ammonimento. “E’ il tuo pene, la forma che ha, che mi piace”, disse. “E’ giusta per me, capisci, sembra fatta apposta. E’ di quelli ad uncino, ma ce l’ha nel punto giusto”, continuò, “mi stimola proprio lì”. E mosse eloquentemente il dorso di una mano nell’incavo dell’altra. “E’ per quello che se non sto attenta vengo subito”. Silenzio. Per un lungo istante il bambino guardò la maestra inebetito. Ed io che credevo di essere bravo a letto, pensai. Grazie al cazzo, invece. Uncinato, a quanto pare. Alla fine annuii, feci intendere di aver capito e mentre nel frattempo scacciavo dalla mente l’immagine poco gradevole di un pezzo di carne appeso in una macelleria. “Facciamo in fretta”, disse lei, “fra un po’ verranno a chiamarci per uscire”, e prese a sbottonarsi la camicia da sotto il maglioncino di lana. Io rimasi immobile ancora un momento. Chiusi gli occhi e infilai le mani nelle tasche dei pantaloni in cerca di un po’ di calore. Nonostante tutto, faceva ancora maledettamente freddo.

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