Il medico competente

Non bado molto alla salute, non vado mai dal dottore. Tanto, prima o dopo, passa sempre tutto. O, almeno, è andata così fino adesso. L’altro giorno, però, ci son dovuto passare: visita medica sul lavoro. Una premurosa ragazza dell’amministrazione me l’ha ricordato con una settimana di anticipo. “Martedì, alle due e un quarto. Ci sarai vero?”, mi ha chiesto con evidente sfiducia nella mia puntualità. “Certamente”, le ho risposto. Quando c’è in ballo la salute, al di là di tutto, non mi va tanto di scherzare. Ammetto, però, che già sul momento la cosa mi ha messo un po’ d’apprensione: non avevo memoria dell’ultima visita, son passati cinque anni, e non avevo idea di cosa mi avrebbe detto il dottore dei lavoratori; che poi non mi è chiaro se curi i sani o i malati. Martedì alle due, comunque, eccomi là che inganno gli ultimi minuti d’attesa. Alle due e un quarto spaccate mi affaccio in infermeria, ma non trovo nessuno. Allora do un’occhiata all’ingresso: nessuno anche lì. Lascio passare altri cinque minuti e torno di nuovo: nessuno. Nel frattempo la collega rientra dalla pausa pranzo e chiedo a lei. “Strano,” fa lei spulciando l’agenda, “doveva esser già qui. Faccio subito una telefonata.” Segue una serie di tentativi a vuoto. Finché, dopo esser riuscita a parlare con qualcuno, forse la moglie, si arrende: “Il dottore non è in studio oggi e non c’è modo di rintracciarlo. Fisserò un altro appuntamento.”
Con una punta di fastidio faccio ritorno in reparto: avrei preferito chiudere la partita al più presto. Un medico senza cellulare, penso, mi sta quasi simpatico. Poi però, mi torna in mente un episodio di qualche anno fa. Avevamo preso un lavoro in Africa, dovevo partire e mi servivano i vaccini. Allora mi rivolsi a lui, al dottore, il quale disse che non ne aveva di scorta, ma che non c’era problema, li avrebbe ordinati. Lasciai passare qualche giorno e lo contattai di nuovo. Cioè, ci provai. Non fu per niente facile, in ambulatorio non c’era mai. Dovetti fare una lunga serie di telefonate e qualche incursione a sorpresa prima di stanarlo. Quando vi riuscii, mancava poco alla partenza ormai e lui, con calma disarmante, mi informò che la mia richiesta non era mai stata inoltrata. La mia profilassi era andata a farsi benedire. Età indefinita fra i cinquanta e i sessant’anni, affabile, cordiale, irreperibile e smemorato, con quella sua aria serafica, come se non esistesse urgenza in grado di turbarlo, il dottore smonterebbe chiunque.
La mia visita, dunque, viene rinviata a data da definirsi. Ovviamente passa del tempo prima che ciò avvenga. “Fissato! Lunedì, alle due e un quarto. Ti va bene?”, chiede qualche giorno dopo l’impiegata con rinnovata apprensione. M’accorgo di non essere più l’unico responsabile del suo disagio. “Ti ha risposto finalmente”, sdrammatizzo, ma dentro di me riprende a montare quella strana agitazione. Nel frattempo, però, ho verificato. Vaccinazioni a posto, niente richiami da fare. Il mio quadro clinico negli ultimi anni è sostanzialmente invariato: nessun infortunio, niente operazioni, nessun acciacco degno di nota. Cosa avremmo fatto allora? Che cosa ci saremmo detti? Ero curioso.
Il giorno della visita, sono di nuovo puntuale, il dottore un po’ meno. Vengo anche a sapere che con me deve visitare altri colleghi, ma non c’è traccia di un elenco. Passo davanti alla porta chiusa dell’infermeria, busso, vedo che sta visitando e mi defilo. Ripasso dopo un po’: ce n’è sotto un altro. Vado a prendermi un caffè e dopo qualche minuto mi affaccio di nuovo: non hanno ancora finito. Allora chiedo di essere chiamato quando sarà il mio turno e me ne torno in officina. Finalmente tocca a me, sono le tre e mezza. Mi siedo di fronte al dottore, eccitato dalla lunga attesa. Lui mi sorride affabile, mentre batte rumorosamente sulla tastiera di un computer, sillabando parte di ciò che scrive. Mentre aspetto che finisca di aggiornare la scheda del collega che mi ha preceduto, provo a ricordare di cosa mi stessi occupando all’epoca della visita precedente. E così mi accorgo che proprio in quel periodo mi stavo separando da mia moglie. Ecco, penso, e la mia agitazione si trasforma in altro. E allora mi tocca ammettere che anche oggi, a ben vedere, le cose non vanno poi così meglio, anzi. A distanza di anni, sono di nuovo reduce da un recente, doloroso naufragio. Coincidenze, mi dico, punti che vanno a capo.
“Allora. Il signor…”, esordisce il dottore, aprendo il mio file. “Sposato”, legge. “Figli?” Chiede guardandomi.
“Divorziato. Niente figli”, schiarisco la voce. “Evidentemente l’altra volta non gliel’avevo detto”, aggiungo sorridendo nervosamente.
Il dottore abbassa lo sguardo con aria dispiaciuta.
“Come non detto”, muove il mouse. “Aggiorniamo.”
Aggiunge anche un mi dispiace, cui non riesco a non assentire.
Proseguiamo. Passiamo in rassegna vaccinazioni, occupazioni e carichi di lavoro, altre attività.
“Sport?”, chiede a un tratto.
“Non agli stessi livelli e più saltuariamente.”
“Fumi ancora?” Ora mi dà del tu.
“No, ho smesso.”
Batte sulla tastiera con aria soddisfatta.
“Bene”, dice alzandosi. “Vediamo se hai ancora il cuore da atleta.”
Per un lungo minuto mi ausculta in silenzio, un silenzio che sopporto a fatica, come i miei battiti, che sento rimbombare per la stanza.
“Il cuore batte forte come un tempo”, sentenzia mentre allaccia la fascia dello sfigmomanometro e comincia a pompare. Io chiudo gli occhi, inspiro lentamente mentre la fascia mi stringe il braccio. Faccio fatica, non so perché, a stare fermo, a rimanere lì. Mi sento premere dentro ed è come se mi vedessi da fuori. Ecco, ora sono in piedi, di schiena, davanti a una lavagna, vuota.
“Ottanta, centoventi”, la voce del dottore mi riprende chissà dove. “Tutto a posto, quindi”, conclude tornando a sedersi davanti al computer.
Ma quando fa per salutarmi ha la faccia di chi ha dimenticato qualcosa, senza sapere esattamente cosa. Guarda per terra, cercando le parole, che poi arrivano su un filo di voce, un po’ roca. “Bisogna darsi un proposito per la prossima volta”, dice fissandomi.
Sorrido, non so da dove cominciare. Mi limito ad annuire, anche se ne avrei di cose da dire. Metto una mano sul tavolo e mi alzo. Non riesco a respirare. Poi mi fermo e sfiato appena un “Ma”. Solo Ma, nient’altro. Proprio non ci riesco a dire quello che mi si rovescia dentro. Lo fa lui.
“Un proposito potrebbe essere quello di trovare la persona giusta.” Si alza e mi tende la mano sopra il tavolo. Non è un saluto quello.
Rido, espiro, mi svuoto. Stringo la sua mano tesa, a un tratto vorrei abbracciarlo.
“Farò del mio meglio”, dico col fiato rotto.
Esco dalla stanza, ho voglia di gridare.
Non so se sono sano. Ma sono ancora vivo, questo sì.
Arrivederci, dottore. A fra cinque anni.

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53 thoughts on “Il medico competente

  1. Sono convinto che un dottore, per essere tale, debba capire oltre al corpo e ai suoi perfetto meccanismi, anche l’Uomo che li tiene in forma e li usa. Come in Formula 1, la perfezione dell’auto non basta, ci vuole un talento, un campione per ottenere il risultato. Il dottore per curarci veramente deve ottenere non solo la nostra fiducia, ma entrate in empatia.
    Non ti scrivo nulla su quanto sia scritto bene questo post, perché – sai – quando ci sta la salute….
    Un abbraccio, Paole’

    • Ciao Red! Ovviamente, hai ragione. Questo dottore, col suo modo di essere e di porsi, e di fare il suo mestiere, insegna più cose. L’attenzione all’altro, alla vita dell’altro. A non farsi prendere dalle situazioni, a relativizzare, a guardare alle cose più importanti.
      Intanto, grazie di essere passato. Ma noi ci si vede presto da te (ho intravisto foto di paesaggi ormai familiari e attesi.. Hasta luego!)

    • 🙂
      Vai sempre all’essenza tu.
      “Ma” E tutta la nostra poca o tanta capacità di capirci e contenerci. E tutta la nostra esigenza di giustificare e chiedere, il diritto di avere un po’ di felicità.
      “Ma”. Ognuno ne ha uno grosso come una casa sulle spalle, che sembriamo tante lumache schiacciate dal proprio guscio…
      “Ma”. Ma non è mai troppo tardi, ma non è mai tempo per smettere di amare, né di credere di poterlo fare.

  2. Succede a volte di trovarsi davanti una persona e riuscire a sentirla, non vederla o ascoltarla ma sentirla, entrare in risonanza con lei. Basta poco, una frase, una parola o una stretta di mano per comunicare, capire ed essere capiti. È impressionante e lusinghiero vedere gli sguardi di fiducia, sapere di aver dato conforto, di esserci stati.
    “Preferisco me che vuol bene alla gente a me che ama l’umanità”

    • Non è, non riesco a concepirlo come un lavoro. Piuttosto come una vocazione, frutto di una predisposizione, un’inclinazione all’ascolto e alla comprensione del prossimo. Ci vogliono tanta forza e libertà per poter essere lì, sempre, con la giusta dose di attenzione, pazienza, interesse e cura. E, sì, dici bene, Mela, un medico ha a che fare ed entra in relazione con delle persone, prima di tutto. Questo non andrebbe mai dimenticato.

      • A volte, credimi, è così pesante che fa male. Ti trovi a fine giornata con i muscoli della schiena rigidi per la tensione e le orecchie che sanguinano per tutte le parole che hai ascoltato. Vocazione, forse sì.

    • Nella vita qualcuno ci deve pur aiutare a fare i conti con noi stessi. Un dottore parte forse avvantaggiato. Per via del punto di vista, più obiettivo, integrale, se vuoi. Di certo abbiamo prospettive aberrate su noi stessi, e a volte ci nascondiamo all’ombra dei nostri stessi mali, illudendoci di non vederli più. Credo sia un bene, di tanto in tanto, avere il coraggio di fare il punto della situazione.

  3. Ogni tanto bisogna “tirare le somme” di ciò che è stato e succede di farlo nei momenti più strani e trovarsi di fronte una persona sconosciuta ma sensibile e attenta è di grande conforto…
    In fondo è un medico del lavoro e il lavoro è solo un pezzo della vita di una persona, difficilmente scollegata dal resto dei passi fatti e da fare… Per fortuna ci sono medici che lo ricordano e fanno attenzione , che del cuore non sentono solo il ritmo…

    • Esattamente. Tirare le somme, fare il “punto della situazione”. Personalmente, ho fatto un po’ fatica a imparare (ed è quello che a distanza di tempo rileggo in questo breve racconto). Eppure va fatto. E’ bello ricevere un aiuto da una persona attenta e sincera, disinteressata. La piccola grande lezione di vita di questo bravo, pacato dottore di provincia. Con i suoi occhi chiari cristallini, la voce bassa e roca, facile al sorriso e dall’aria serafica. E’ importante trovare il tempo per prendersi cura di sé. Ascoltarsi, vedersi da fuori, accettare le cose per quello che sono, è un buon inizio.

      • … sento un aria calma in queste parole ed è piacevole… è come un venticello fresco, non freddo… che scompiglia leggermente la pelle, fa chiudere gli occhi e la faccia arcobaleno…
        Prendersi cura di sé è un bel modo di passare il tempo..
        Accettare, che è ben diverso dall’arrendersi è sicuramente un buon inizio.

      • Condivido appieno. Evoluzioni, prese di coscienza. Nuovi modi di essere e convivere, con se stessi e con gli altri.
        (ci vuole, c’è voluto tempo – come sottolinea Ysi, la mia unità di misura è il lustro… :-))

      • un lavoro ben fatto necessita di tempo, calma, pazienza… e cuore leggero, che non vuol dire vuoto ma in grado di arrendersi di fronte alle piccole cose piacevoli, raccoglierle per il semplice e incantevole senso dello “stare bene” ( un po’ quel “sano egoismo” di cui parlavamo giorni indietro…)
        Ci vuole tempo per essere felici o quantomeno sereni, perché le cose belle bisogna saperle raccogliere e per farlo ci vogliono occhi puliti ( … e l’acqua dagli occhi non va via in un battibaleno come dalle lenti degli occhiali) 😉

  4. ho apprezzato il tono pacato, alla Paolo Conte, con cui hai narrato l’episodio, come se questo medico non visitasse te ma un tuo personaggio. però potrei sostenere anche l’opposto (ho apprezzato l’uso della prima persona per fare di questo personaggio una parte di te).
    insomma non so bene se si tratta di un racconto camuffato o di un episodio personale, ma qui saperlo ha un’importanza relativa, anche perchè poni l’accento soprattutto sull’imprevista sensibilità del medico, tu (o chi per te) gli fai solo da contraltare. L’importante è il tono e il modo della scrittura che ho apprezzato 🙂
    ml

    • Grazie Massimo.
      Se ho mischiato le carte, non mi sono allontanato di molto, anzi. In generale, sono sempre nei miei “personaggi”, anche se a volte preferirei non fosse così, o che non si supponesse. Per me che rileggo, più che altro. Proprio per riuscire a illudermi di preservare il senso o il “taglio” che voglio dare al brano. Per non contaminare. Allora preferisco di gran lunga scomparire dietro una cinepresa, l’occhio neutrale di un osservatore, di un narratore. In questo caso, invece, non è così, ci sono a tutto tondo. E proprio per questo sono molto felice della tua lettura.

  5. Talvolta capita di trovare un medico così.
    Talvolta capita di leggere un racconto scritto così.
    Tutte le altre riflessioni… in un altro momento.
    Eh sì, io sono quella del “ritorno” se lo scritto vale.
    Buona nuova settimana, Paolo.
    🙂
    gb

      • Sì (mo’ mi viene l’ansia… :-))
        Di lustri ne ho già fatti fuori 9…
        I primi 5 non li contiamo (ero felice sempre e comunque). Da lì in poi è iniziata la roulette, i giri di giostra, di ruota. Un po’ su, un po’ giù.
        Ora sono fermo. Stasi (appunto). Così vedo le cose con (apparente) chiarezza. Ma devo stare attento a non fermare il moto, insito nella vita di ogni cosa.

      • Interessante. La stasi mi evoca l’inverno. Un’apparente immobilità. La vita in inverno non cessa. In qualche modo rallenta, il respiro si dirada. Lo sguardo si posa calmo su lande apparentemente immobili e paralizzate. E lì, senti. E’ come se fossi “fuori da te”. Mi affascina molto l’inverno. E l’autunno.

      • Sì, anche per me è così (anche se ho probabilmente un feeling particolare con il sole basso). E noi siamo ciclici e mutevoli, come loro, con loro.

      • PS. Rileggendo le mie righe di prima, mi sono reso conto – ed è un po’ assurdo farlo così – di quanto sono stato fortunato nella mia vita. Nei primi 5 lustri. Ma in fondo anche dopo…

      • Ysi, tu sei un filosofo, e un artista.
        [E – apro qui un altro tema – le due cose non sono scindibili. L’arte, in qualsiasi sua forma e manifestazione, è rappresentazione di una propria visione dell’esistenza, della vita, del reale e immaginario. Nell’oggi, nel passato, nel futuro…]

  6. “cuore batte forte come un tempo…” Trovo che sia una bellissima espressione detta in questo modo da un medico che, in genere vanno di fretta e soprapensiero…

    La salute quindi è a posto, avanti il resto 😊🌺😊
    Ciao Paolo
    .marta

    • Sì, hai ragione. Abbiamo bisogno, a volte tanto bisogno di incontrare persone che ci parlino così.
      Grazie dell’augurio Marta! (posso farcela…)
      Un abbraccio,

  7. Non molto spesso si incontra un medico così, che ha grande empatia, che va oltre la misurazione della pressione e considera il paziente un uomo con una sua storia, passato, presente e futuro.
    Non molto spesso si trova uno scritto come questo tuo, Paolo.
    E’ bello davvero, sì.
    – “Bisogna darsi un proposito per la prossima volta”, dice fissandomi. –
    E’ questo è uno dei tanti particolari che mi hanno fatto sentire quanto la tua scrittura abbia qualità che io apprezzo molto.

    Vedi che sono tornata… Ne valeva la pena.
    Buone ore, Paolo.
    🙂
    gb

    • Ho cercato di far sentire l’effetto che possono avere poche semplici parole. Dette nel modo giusto, col cuore. Accorgendosi di avere una persona di fronte, apparentemente a posto, in salute, senza noie di sorta, ma forse incrinata e vacillante dentro. Per accorgersene alle volte basta uno sguardo, ma non tutti ne sono capaci. Sguardi, attenzioni, parole come quelle sono la vera cura per l’anima di una persona.

      • Entrare negli altri non è facile, no.
        Eppure talvolta basta uno sguardo vero a far sentire chi hai di fronte e a far dire parole semplici come quelle che aprono l’anima e ne sono la miglior cura.
        Hai fatto sentire l’ effetto che possono avere poche parole semplici dette con empatia.
        Buona notte, Paolo
        gb

      • Grazie a te, anche per il tuo modo di interagire, Paolo.
        …e io “con gusto ed empatica voluttà!” ti do un altro abbraccio.
        🙂
        gb

  8. cioè tu mi hai fatto emozionare mettendo tanta roba anche nel raccondto di una visita… bellissimo il modo in cui hai fatto girare la personalità del dottore… che alla fine ti da quello scossone che ti entra dentro… scossone emozionale, visti i toni e i modi in cui te lo ha detto…
    la vita fa strani giri a volte… ti leggo un pochino piu sereno di quando ho iniziato a leggerti… si cresce e si prende atto di molte cose, anche se non riusciremo mai a conoscere noi stessi fino in fondo… 5 anni… hai voglia lle robe che arriveranno!

    • E’ vero, il vento fa il suo giro…, le cose cambiano, cambia il tuo modo di vedere. A volte repentinamente. Come la prima foglia che si stacca dall’albero e cade a terra, decidendo che tutto, intorno, presto cambierà aspetto e colore.
      La tua sensibilità mi legge attraverso, Ale. Credo tu abbia ragione. Non ho mai perso la fiducia nella vita, ma a volte si fa un po’ fatica a riconoscerlo, a dirlo. O semplicemente non arrivano più parole, quelle parole, quelle in cui scivolare, di nuovo, come in uno sguardo, il palmo di una mano, affidandosi. E si resta fissi nei pensieri, raccontandosi la stessa storia, percorrendo gli angoli di una stanza, le fessure di un muro che non si sente la forza di attraversare…

      • mado paolo…. cioè tu fai poesia anche scrivendo i commenti… e io ci cado dentro pure qua!
        la foglia decide il suo corso… o forse lo fa la vita, e la foglia accompagna questa sua caduta capendo che quello è il tempo in cui doveva accadere…
        eh, a guardarsi dentro si fa sempre fatica.. perchè secondo me non si arriva mai a conoscersi… c’è sempre un pezzettino rimasto inesplorato, magari nascosto dietro al fegato o all’esofago… (vabbe non ci far caso! :-D)
        però… se si attraversa quella linea di confine che ci creiamo per paura di andare e superare… magari scopriamo un mondo che non sapevamo esisteva. e che è proprio quello il momento giusto per camminarci attraverso, prendendo la consapevolezza come fa la foglia…
        e mi vengono un sacco di pensieri, ma mi fermo senno facciola solita che scrivo un poema…
        grazie!

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