La preda

Bosco di betulle - G. Klimt

[“Bosco di betulle”, G. Klimt – fonte: web]

 

Battista tiene il passo con la sua lunga falcata regolare, Jole s’affretta dietro di lui ruminando la fatica del risveglio anticipato, le mani nei guanti, infilate nelle tasche della giacca imbottita, il viso semi nascosto da una sciarpa di lana. All’ombra della montagna l’aria è così fredda che il fiato non fa a tempo a uscire, ti si appiccica al naso. Briciola, il suo cagnolino, batuffolo di pelo nero, pare non avvedersene, li precede e li attende festoso a ogni piega del sentiero. In cima alla salita, un varco stretto e ombroso, solco scavato nel fianco della montagna. Jole lo supera in fretta, quasi correndo, per via delle parole del nonno: Quella scolpita nella roccia è la sedia del diavolo e, se stai attenta, vedi spuntare la sua coda! Ma la sua paura è presto premiata: oltre quel varco, l’accoglie la dolce visione di una valletta illuminata e la tiepida carezza del sole del mattino. Felice, immerge lo sguardo nei prati tinti d’erica, respirando l’intenso profumo di muschio nell’aria.
“Niente”, borbotta Battista, fermo poco più in là, mentre con un piede smuove le foglie alla base di un tronco, in cerca di un fungo, “il vento ha asciugato il bosco.” In quel momento un rumore di rami spezzati attira la sua attenzione. “Ascolta…”, bisbiglia alla figlia, “Cacciatori…” Le fa segno di rimanere in silenzio. “Hanno i cani, lo senti il richiamo?” Jole tende l’orecchio. Sì, annuisce dopo un momento, lo sente anche lei, un sibilo lungo e sottile, udibile appena, che pulsa nel bosco. Immagina le bestie muoversi a testa bassa, in cerca di una traccia o di un movimento improvviso fra le frasche. Il manto chiazzato di un Setter fa capolino nel verde, il cane si ferma, alza la testa fiutando l’aria, poi scompare di nuovo. L’ha visto davvero? Era così veloce… Lo sguardo immobile e appuntito del padre gliene dà conferma. “Non si è accorto di noi”, sussurra allora la bambina. Un po’ più distanti, i cacciatori: due, anzi tre, ce n’è uno più in basso. Avanzano lentamente con il fucile in spalla, mimetizzati dai vestiti color del bosco, scorgi solo il bianco del volto. Battista scruta le cime degli alberi: non stanno sotto vento, pensa. E’ stato cacciatore anche lui, ma ha smesso da tanto tempo, da prima di sposarsi, da quando quel colpo lo buttò a terra all’improvviso. Ricorda ancora gli aghi roventi che gli attraversarono la giubba. Ci fu il buio, ma durò solo un istante, poi la paura. Erano in quattro quel giorno, amici da sempre, come fratelli, ma non si seppe mai chi di loro premette il grilletto sul bersaglio sbagliato. In realtà, non fu nulla di grave. Fece più lo spavento. A distanza di anni, un dottore, sorridendo, gli fece notare un puntino bianco in una lastra al torace. Sa che cos’è questo? Il pallino bianco appena sotto alla clavicola? Era piombo di fucile. Superstite, non gliel’avevano estratto, né gli dava alcun fastidio, come se fosse sempre stato lì, una cosa sola con lui. Niente di cui preoccuparsi, disse il medico. Il suo porta fortuna. Sovrappensiero, Battista infila due dita sotto la camicia e accarezza la cicatrice alla base del collo. E’ un gesto che ripete spesso, una specie di tic.
“Andiamo.” Dice infine alla figlia. Lancia un fischio al cane e si rimettono in cammino.
Arrivati al confine della proprietà, imboccano un sentiero che scende ripido fra gli alberi. Camminano piano sulle radici, tenendosi per mano. Giunti alla baita, Battista non perde tempo e si mette subito al lavoro. Il sole non rimarrà a lungo sopra le creste, dice tirando fuori gli attrezzi e mettendosi a scavare là dove aveva interrotto l’ultima volta. Jole, nel frattempo, s’inerpica nel bosco in cerca di funghi. “Non andar lontano”, le raccomanda il padre, ma poco dopo la bimba è già di ritorno e gli ronza intorno chiedendo di poter accendere il fuoco. S’annoia, ha voglia di fare. “Quando la legnaia sarà pronta,” le dice “ci staranno anche il carretto e gli attrezzi.” Lei annuisce in silenzio, mentre pensa come sarebbe bello se potesse sollevare i tronchi appuntiti che il papà ha allineato per terra.
“Sono troppo pesanti per te”, la previene lui. “Va’ a prendere un po’ di legnetti”, aggiunge mentre calca il piede sulla vanga, “è ora di accendere la stufa.” Jole corre nel bosco e raccoglie tanti rametti della stessa misura unendoli in un fascio, come ha visto fare al suo papà. Quando torna alla baita, Battista tira fuori la farina dallo zaino e gliela porge, dopo di che le procura quattro ciocchi di legna appena spaccata. Jole riempie il paiolo con l’acqua della cisterna e lo mette sugli anelli della stufa. Le è sempre piaciuto accendere il fuoco e soffiare sulla fiamma per tenerla viva, guardare le scintille ondeggiare e volare verso l’alto: Le anime dei peccatori, e i diavoli che se le portano via.
Nel frattempo, in lontananza, si sente esplodere un primo colpo di fucile, poi un altro, e un altro ancora. Sono scoppi distanti, ma solcano il silenzio della valle, invadendola con la loro eco. Battista raddrizza la schiena e sosta un momento. “Hai messo il sale nell’acqua?” Chiede a Jole sulla porta. Lei fa sì con la testa. “Allora mettici anche la farina e inizia a girarla, mamma sarà qui a momenti.”
Quando arriva, Rita apre la borsa che ha portato con sé e ne tira fuori formaggio di malga e verdura tagliata. “Brava”, dice soddisfatta alla figlia, posando il bastone della polenta. “Hai fame?” Stendono la tovaglia. Battista si lava le mani alla cisterna. Lui e Rita si scambiano qualche parola, mentre un profumo di buono invade la stanza. Si mettono a tavola.
La piccola Jole mangia muovendo la testa al ritmo di una muta melodia, mentre fissa incantata la ghiaia illuminata dal sole oltre la porta spalancata. Più tardi, pensa, darà una mano al papà con la carriola. “C’è ancora un po’ di polenta”, dice mamma. “Chi ne vuole?…”
Hanno appena terminato di mangiare, quando odono un fruscio di frasche e dei sassi rotolare lungo la scarpata. “Buono! Tobia! Vieni qui!!” Tuona e fischia un cacciatore, approdando dal bosco allo spiazzo davanti alla baita. Subito dopo lo raggiungono gli altri due con i loro cani. Battista gli va incontro sulla porta, Jole è subito dietro di lui. “Prendete un caffè?” Chiede con fare che non ammette rifiuto. I tre non si tirano indietro, ma preferiscono non entrare, restano lì fuori, in silenzio, tengono a bada i cani. Il più anziano dei tre scambia qualche parola con il padrone di casa. Jole osserva intimorita i loro fucili. Visti da vicino, sembrano enormi e più pesanti. Ne scopre e ammira il disegno sul calcio intagliato. Poi, la sua attenzione viene attratta dai cani: hanno al collo il richiamo che emette un sibilo a ogni loro movimento.
“Di dove siete?” Chiede Battista, porgendo loro le tazzine con il caffè fumante.
“Del Pian della Corna.” Risponde il più grande.
“Tutti?”
“Sì.”
“Preso qualcosa?”
Il giovane indica la tasca della propria giacca con fare eloquente: “Due starne, un paio di quaglie. Poca roba”, dice con una levata di spalle.
“Porta anche la grappa”, grida Battista alla moglie.
I tre restano in piedi, non vogliono stare a lungo. Due di loro sono fratelli, figli del Gianni delle case sparse, il fratello del postino. Allora conosceranno la Giromina, s’informa Battista. Come no, risponde il più grande, la conoscono tutti in paese…
“Sono andato a scuola con Matteo”, interviene a un tratto il più giovane, che arrossisce subito dopo.
Jole sussulta all’udire il nome di suo fratello, non ha mai visto il ragazzo che l’ha pronunciato, ma istintivamente cerca in lui un segno, un ricordo. Anche lui la scruta, ma poi non ce la fa e si sottrae a quei grandi occhi chiari affamati di risposte, ammutolisce di nuovo, immerge lo sguardo nel fondo della tazzina che tiene in mano. Battista zittisce, esita un istante, sembra voler dire qualcosa, infine decide di far finta di non aver sentito e riprende a parlare con il più grande dei tre giovani cacciatori. Matteo, per lui, è una ferita aperta, il vuoto, motivo delle sue liti con Rita, che dice che lui, in fondo, non l’ha mai voluto accettare.
I cacciatori godono ancora un momento di quell’ospitalità, poi ringraziano, salutano e si rimettono in cammino. Jole rimane sulla soglia a guardarli immergersi e sparire nel folto del bosco. Il flebile fischio del richiamo dei cani, unica traccia della loro presenza.
Poco dopo, Jole sale allo stagno con Briciola. Sulla via del ritorno, sente esplodere i colpi di una doppietta. Sono molto forti stavolta, i cacciatori devono essere vicini. Si guarda intorno in cerca del cagnetto che se l’è già svignata. Lei invece resta dov’è, sorpresa di non provare paura. Un altro sparo: il boato, poi un sibilo e il ticchettio dei proiettili sulle foglie. Istintivamente Jole si china, porta le mani alla testa. L’attimo dopo scatta come una molla e corre a rotta di collo verso il basso. In lontananza la voce di Battista urla il suo nome. Non appena la vede sbucare dal sentiero, le corre incontro. “Stai qui con a me adesso”, dice calmo prendendola in braccio e carezzandole i capelli. “Non sono andati lontano.”
Passato lo spavento, si rimettono al lavoro insieme, uno accanto all’altro. Di tanto in tanto si odono ancora degli spari, sempre più radi e remoti, finché torna di nuovo il silenzio. Poi il sole gira dietro la montagna e il freddo comincia subito a farsi sentire. “Dì alla mamma che tra poco scendiamo”, dice Battista alla piccola, iniziando a radunare gli attrezzi. In quel momento odono un ultimo sparo. E’ tardivo, inatteso, da un pezzo non se ne udivano più. E’ strano, arriva quando l’aria ha già cambiato colore. Arriva da troppo vicino. Poco dopo un latrato: prima una, poi più bestie insieme, che urlano, chiamano. Senza dire una parola, Rita e Battista si avvicinano allo steccato e scrutano fra gli alberi in attesa. Si guardano in silenzio, Battista scuote la testa: è successo qualcosa. Poi un grido. Non c’è dubbio: Battista si getta nel bosco e corre inseguendo grida e latrati. Con le braccia si fa strada fra i rami, mentre le voci si fanno sempre più forti e vicine, disperate.
Giunto a una piccola radura coronata da betulle, ciò che vede è un corpo abbandonato, le gambe piegate in una posa innaturale, un braccio dietro la schiena, l’altro disteso nel verde. Non respira più. Nel folto di quella pozza d’erba squassata dai cani c’è il suo fucile, la canna fuma ancora. Poco più in là, in ginocchio, un ragazzo piange con le mani sul volto. Battista resta immobile, le braccia lungo i fianchi. Non può sfuggire alla visione del corpo spezzato di quel giovane, mentre ascolta in silenzio il continuo, straziante lamento del fratello, interrotto dai singhiozzi. Un alito di vento scuote le fronde più alte degli alberi, foglie gialle cadono attorno e sopra il corpo del ragazzo, che nessuno osa ancora toccare.
La piccola Jole si avvicina piano. Mamma non ha saputo impedirle di raggiungere il papà, e lei è arrivata fin qui. Ora, però, pare non capire. E questo, forse, la rende più forte degli uomini che le stanno accanto, muti di fronte al corpo esanime di un ragazzo. Battista non la trattiene e lei lo supera, addentrandosi nell’erba: vuole rivedere quel volto. E adesso che lo sta fissando, lo sente già familiare. Il ragazzo dall’aria triste e schiva, quello che conosceva suo fratello e non guardava in faccia nessuno, quel ragazzo, ora, ha gli occhi fissi, sbarrati, nessuno ha potuto sfiorarli. Sono immersi nel cielo. Sorridono.

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39 thoughts on “La preda

    • L’umano si manifesta nelle piccole cose, nei gesti quotidiani. Lì le sensazioni, i sapori, i colori, i profumi (e tu di tutto ciò sei sapiente fruitore e alchimista). Lì il vissuto e il tessuto di una storia.
      Ciao Massimo! Ti vedo armeggiare con il paiolo di rame, ma anche riempire tavolozze di aromi e spezie con pari perizia e altrettanta inventiva.

  1. Sembra di sentire ogni singolo odore, l’umido del bosco, l’amaro del legno, la polenta… Ogni parola ha un profumo speciale… E il tutto termina col sapore del gelo e del ferro…
    Non è un classico racconto di paura, piuttosto SULLA paura, di certi luoghi, di situazioni passate di tempi di allerta… Ecco, forse non è vera e propria paura quella che percepisco leggendo questo racconto ma l’angoscia di cose che potrebbero capitare, lo stare sempre sul “chivalà” perché non si sa mai… E nonostante questo continuare con il proprio tempo quotidiano…
    Molto molto particolare…
    🙂

    • Mi piace il tuo rimando, Tati. E’ molto interessante e mi ci ritrovo anch’io, in fondo, come lettore. Un racconto sulla paura, la paura delle cose che capitano, delle diversità incomprese. La paura come senso atavico insito nell’uomo, lo stato di allerta che ci ricorda ancora il nostro essere animali, nonostante tutto. Forse è complice il bosco, il ritmo della natura, lo scimmiottamento dell’essere predatori, che più non ci appartiene e risulta pleonastico, ridicolo. Innaturale. C’è qualcosa fuori posto, forse… Non so perché ho scritto questo racconto, perché l’ho scritto così. Il tuo commento mi aiuta a riflettere.

      • io non ho cacciatori in famiglia ma di caccia sento parlare da sempre… le armi, non è solo un odio quello che provo ma una paura, alla sola vista, che mi fa fermare il fiato e bloccare lo stomaco… forse per questo mi sembra di vedere gli occhi del padre che cercano di mantenere la calma, la serenità… ma sembra ci sia una lucina negli occhi come a dire ” fa che non accada… fa che non accada..”
        Sicuramente il bosco amplifica questa sensazione… ma per quanto mi riguarda è la presenza di cacciatori, di spari… quello mi fa sobbalzare…

      • Le armi… Sì, hai ragione. Anche gli occhi, i sensi inesperti e sconvolti di Jole ne sono testimonianza. Oltre quelli allarmati e premonitori di Battista… Sì, hai proprio ragione.
        Noi, prede di noi stessi.
        C’è da riflettere.
        Anche sul fatto che – come dicevo a Red – leggo ciò che ho scritto (solo) attraverso i vostri occhi.
        Commentate più spesso! 🙂

      • Altra cosa: si sente come un pensiero di fondo, una sensazione sotto pelle dell’essere pericoloso da parte dell’animale umano, di per sé con o senza armi… Quasi come una preoccupazione ovvia… L’essere umano è pericoloso, a prescindere…
        Non è una sensazione forte e preoccupante ma sembra presente…
        ( commenti?… Hai solo da chiedere 😀 )

      • Mi piace molto anche questa lettura, più “sottile”. Sento mia anche questa. C’è qualcosa nel nostro modo di essere che, se non pericolosi, ci allontana dall’armonia e dalla felicità. Nel mio racconto, ovviamente. Ma siccome io scrivo d’istinto, e scrivo spesso amaro, potrebbe essere uno dei miei temi o teorie (non mi viene parola più adeguata in questo momento) più ricorrenti. Mi rendo conto, non allegrissimo. (E in effetti c’è chi mi chiede di cambiare musica, almeno ogni tanto… 🙂 )

      • ( non credo sia corretto chiedere un cambio di musica… se uno scrivesse su commissione, forse… ma quando uno scrive cosa gli esce dall’animo è giusto che scriva quello che vuole 😉 )
        Tornando a quella sensazione di paura/inquietudine… mi viene da pensare che sia in ognuno di noi a prescindere dalle esperienze, è un’emozione che in qualche modo fuoriesce nelle situazioni di “calma” come in un bosco o in una strada deserta, anche in casa propria, da soli la sera…
        che strano… ci fa più paura il silenzio che non il frastuono…

      • Restare soli con i propri pensieri, fronteggiare il silenzio, il battito senza direzione del tempo. Certo, è più semplice farsi riempire le orecchie e la testa, essere trascinati dalla corrente. Eppure, lì dove ci sono la prova e lo sgomento, il senso di limitatezza, di vuoto, proprio lì mette radici la nostra forza. Il bosco echeggia le nostre voci interiori, materializza il demone, ma ci dà anche un’occasione, un terreno, un riparo, un rifugio. Dentro di noi.

      • Nel silenzio e nel “vuoto apparente intorno” senti solo il tuo personale suono, quello del corpo, del respiro e dei pensieri… Diventi vittima e carnefice contemporaneamente… È dura ma credo sia un guardare importante, molto coraggioso

  2. Atmosfere e ambientazione molto lontane da me. La caccia, poi, non l’ho mai capita, non riesco a comprendere cosa ti spinge a uccidere degli animali, peraltro chiamarlo “sport” non mi pare corretto anche solo per il fatto che l’animale non ha la stessa capacità offensiva. Sparare a una quaglia con un fucile da caccia non ha nulla di emozionante. È’ come sparare con un cannone al tiro a segno del luna-park.
    Ciò premesso, la sensazione di esserci, il profumo del sottobosco, l’odore della polenta, attenzione a non fare formare i grumi, l’armonia del bosco sono perfettamente trasmesse anche a uno che sta alla montagna come una renna all’equatore.
    Un tranquillo week-end di paura sulle Dolomiti.
    La sensazione personale alla fine è di rabbia. Una vita persa così inutilmente quando il bosco e la Natura offrono vita. Perché?!?

    • C’è un paradosso, qualcosa di grottesco e farsesco in questo nostro emulare ciò che più non siamo: né predatori, né pionieri. Eppure la natura e l’atavica aura di paura, rispetto, pericolo che in essa è insita ci chiama a sé. E noi rispondiamo al richiamo. Non mi esprimo sulla caccia, che non ho mai praticato, né approvato, perché non è questo il punto. Mi vengono in mente altri paradossi, altre eco: Into the Wild, ad esempio, ma anche l’eterna sfida che certi uomini interpongono fra sé (esseri viventi estremamente deboli e fragili, se non fosse per la tecnica di cui dispongono) e la natura. Prendiamo ad esempio gli alpinisti, o chi vive del mito di Icaro e sfida il cielo…, la mitologia del Moby Dick! Ebbene, l’uomo, a mio parere, vive un richiamo così forte verso ciò cui più non appartiene, che è capace di mettere a repentaglio in un nulla la propria (sacrissima) vita. Si apre una disquisizione filosofica estremamente ampia, in queste parole.
      Le ragioni del suicidio del mio racconto sono altrove. Ma il senso di paura che vi aleggia, oltre che per le canne di fucile, per i puri elementi naturali (ghiaccio, fuoco, freddo, ombra…) conduce lì.
      Curioso. Curioso e bellissimo che io non me ne rendessi affatto conto, mentre scrivevo il brano. E’ con i vostri occhi che ho iniziato a vedere, a sentire.

      • Per carità, Paolo, il mio semi-OT alla caccia era solo per mettere in evidenza che anche chi, come me, è estraneo a certe atmosfere, possa esserne risucchiato e farne parte grazie alla grande verosimiglianza che tu hai conferito al tuo racconto.
        Le ragioni del suicidio sono sicuramente altrove e non vi entrano se non con una percezione – con il senno di poi- quando sono riuniti a prendere il caffè.
        La foresta per i Romani era sinonimo di pericolo: “Silva” era un mondo non per gli uomini.
        Proprio per i motivi che hai descritto ora e che sono evidenti nel tuo racconto (è una percezione come descriveva bene Tati).
        Personalmente, mi è capitato di essere in un ambiente decisamente ostile (la savana africana): l’attrazione esiste, perché è una sorta di richiamo atavico della Natura di cui siamo parte, anche se ci industriamo a distruggerla (sarà che la temiamo?); quando però capisci che nella catena alimentare sei un gradino appena sopra al coleottero, ridimensioni in un attimo la tua consapevolezza (e arroganza) di Homo Sapiens e rimpiangi di non essere un Neanderthal. Non voglio tracimare qui con mie memorie barbose per i più, ma ti assicuro che quando ti passa una iena a 3 metri scarsi alle spalle, di notte mentre stai gozzovigliando intorno a un fuoco, ti rendi conto di quanto “piccolo” e “debole” sei, al di fuori del tuo ambiente artificialmente “naturale”.

      • Caro Red, io aborro la caccia, aborro e obietto uccidere l’animale. Faccio eccezione con le zanzare, ma i ragni che pur – come direbbe Bukowsky – non mi pagano l’affitto, non li punisco con la pena capitale. Li prendo e li metto delicatamente alla porta (immaginando le risate che si staranno facendo, al pensiero di riessere dentro l’attimo dopo: proprio come, a rovescio, il borseggiatore con la prigione… anti-metafora estemporanea e stemperante). Eppure. Eppure “percepisco” – (ab)uso anch’io (di) questo termine “tatiano” – qualcosa dello spirito umano-animale che aleggia dietro certe iniziative, certe imprese, certi miti. Pur non approvando, mi sono immedesimato e ho vissuto il mito della caccia e della corrida nelle pagine di Hemingway, stupido negarlo (se non hai mai letto il suo racconto “La breve vita felice di Fracis Macomber”, ti prego, fallo). E sono perfettamente d’accordo con te, caro amico (anch’io fui in Africa Centrale alcune volte e ci tornerei rispondendo a un’innata esigenza di primitivo e primordiale, incontaminato; ma feroce, inadatto) quando relativizzi sul nostro essere “evoluti”. Nel mio precedente commento avrei voluto aggiungere, infatti, che se togliessimo la tecnica/tecnologia all’homo sapiens di oggi, gli converrebbe “evolvere” (e in fretta) in quella cosa, di certo più pelosa, da cui proviene! E tornando agli inquilini (a scrocco) del mio umile bilocale (che però non gli fa di certo schifo): loro sì che sono un esempio di chi, nella natura, da milioni e milioni di anni ci sa stare… Aneddoto: l’altro giorno ho fatto 400 km in macchina per raggiungere il mare (Bergamo in quanto a vicinanza a coste! – l’Italia è poco più che costa – è uno dei capoluoghi più sfigati): entrato in autostrada mi sono accorto della ragnatela che avvolgeva lo specchietto retrovisore destro. Lungo il viaggio ho osservato l’evolversi della situazione, ma alla fine, sebbene sfilacciata, la ragnatela è arrivata al mare. Il giorno dopo era perfettamente ricostruita e pure piena di mercanzia… Mi è venuta in mente la modalità con cui gli Alien di Scott giravano per la Galassia…
        Insomma. Siamo delle pippe. E ci piace pure vincere facile (con i “cannoni”).

      • E l’ultima frase sarebbe perfetta per la campagna promozionale per la parodia di Alien, con simile trattamento di “Balle Spaziali” e “Frankenstein Jr.” 😉

  3. Mentre leggevo, tra una riga e l’altra, si insinuavano perfide nella mia mente le facce pensose di Buzzati e Parise. Ma presto le ho scacciate: non era giusto nei tuoi confronti, cioè verso l’unicità del tuo racconto. Atmosfere simili, oggi, non riesco a trovarle altrove.

    • Sei davvero troppo generoso!
      (E tuttavia, come rifiutare un complimento del genere?)
      Felice di aver suscitato il tuo interesse in questa lettura, d’ora in poi affiancherò alla voglia di battere sui tasti una crescente ansia da prestazione. 🙂
      Grazie ancora e a presto!

  4. I boschi mi fanno paura. Sono una creatura acquatica, le ombre umide fatte di un silenzio troppo attento, di occhi che guardano annusando il mio odore di estranea non fanno per me. Sembra assurdo ma i boschi mi danno un senso di claustrofobia e pericolo in agguato. Questo è ciò che ho visto con i tuoi occhi, leggendo di un bosco che nutre i suoi abitanti ma è in grado di reclamare vite e tributi di sangue, come la più pagana delle divinità o forse solo la più antica e dimenticata.
    L’angoscia sottile che pervade ogni parola, la sensazione di rovina ineluttabile mi hanno ricordato una musica, altrettanto ipnotica e ossessiva, guarda caso colonna sonora di un film che parla di non avere paura.
    Per te, grazie di queste sensazioni magnifiche.

    • Grazie Mela! Che bel regalo (adoro questo comunicare in note, suoni, atmosfere). Il brano si abbina benissimo (in particolare, il ritmo incalzante mi ha evocato la corsa di Battista), e poi il violoncello… E mi fai conoscere una mia lacuna: vidi il film “Io non ho paura”, a suo tempo, ma ignoravo che Ezio Bosso ne avesse composto la colonna sonora. Devo recuperarla (il compositore, l’uomo è in grado di commuovermi profondamente). E ovviamente sono felice il brano ti abbia trasmesso emozioni. Hai, avete ragione. C’è un senso di apprensione e inquietudine striscianti in tutto il racconto, che culminano in spari e sangue, morte. C’è il bosco, con le sue ombre, la natura con le sue leggi, l’umano con le sue paure, le sue fragilità. Un uomo nel bosco è facile preda, anche di se stesso.

      • Sino felice di questa connessione musicale 🙂 Io credo che il bosco inganni per il falso senso di sicurezza che sa inculcare. In acqua siamo tutti più o meno immersi in un elemento estraneo, quindi più attenti e guardinghi. Invece sulla terra ferma è diverso. Forse è per questo che lupi e mostri afferrano così facilmente le loro prede. Penso spesso che il pianoforte sia la strada maestra, il violino cuore e passione, ma il violoncello è anima sublime.

      • Sì, il bosco ha un’anima duplice. Possiede anche il lato oscuro, la prova, l’insidia, lo specchio della nostra insicurezza. Quando cala il sole, tutto si trasforma. Nel buio della notte, quando esistono solo i rumori, sa essere terrore. E poi hai perfettamente ragione: è diversa la nostra predisposizione.
        Bella questa interpretazione degli strumenti. Mi ci ritrovo. La completezza, il saper essere corale del piano, che stabilmente conduce, crea armonie e melodie sovrapposte. Il timbro sottile e fragile del violino, vibrazione, impulso, stridore e lamento, passione e canto angelico (è stato il mio strumento). Il suono caldo, avvolgente, la melodia che risuona dal basso (dal ventre) e innalza, l’abbraccio sensuale, il passo sapiente del violoncello, che sfiora l’anima… Sublime, sì.

  5. avvolgente e coinvolgente… mi sembrava di essere li e sentiree tutti gli odori, i rumori e gli umori,…. vabbè, ma tu sei una garanzia!

    ho recuperato tuuuutti i post che avevo perso… e tu già ti eri dimenticato di me, eh… uff!
    sbaciuzz! bello leggerti, come sempre! non perderei mai un tuo post..

    • Ale, ti ringrazio della fiducia.
      Ed è in nome di quella, in fondo, che ho iniziato a pubblicare qui le puntate di un mio vecchio, lungo racconto (ispirato a vicende reali, accadute in seno alla mia famiglia). Si intitola “Sangue Rappreso” (se riesco, nel fine settimana, pubblico una nuova puntata). Se avrai la pazienza di leggerlo, mi farà molto piacere sapere cosa ne pensi.
      Giusto per dirti che non mi sono affatto dimenticato di te. 🙂
      Grazie di tutto.
      Paolo

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