Il “Ghisa”

Monologhi di una sera di mezza estate

 

Soir bleu, E. Hopper (dettaglio, Pierrot)

[“Soir blue”, E. Hopper, dettaglio – fonte: web]

 

Non ha una bella cera. Il volto segnato da solchi verticali, la voce gracchiante come una puntina che salta, fonda, da fumatore, impreziosita da una erre francese, un po’ farsesca a onor del vero. Rotacismo accompagnato dal biascicare della mandibola e dal tendersi delle labbra sugli incisivi, un po’ distanti. E’ seduto a capotavola, parla solo lui, o quasi. La giovane donna seduta alla sua sinistra lo interrompe di tanto in tanto e nel farlo gli si rivolge come chi premonisce il bambino incline alla marachella, sorride affettuosa e lo apostrofa con un curioso nomignolo, familiare per loro, buffo per me che assisto al loro dialogo da esterno. Se interrotto, l’uomo assottiglia lo sguardo puntato sul bell’ovale brunito di lei. Impaziente, non la lascia finire: ha già capito. “Ti spiego io”, dice, “com’è che funziona la storia…” Fa un tiro della sigaretta incollata alle dita, che tiene educatamente sotto il bordo del tavolo. Sfiata da un angolo della bocca, strizza le palpebre e riparte con quella che dev’essere l’ennesima versione di una sua catilinaria, snocciolata fra italiano e dialetto, che è più diretto e ci si capisce meglio. E la fa più di una volta quella cosa di spiegare come funziona ‘la storia‘, perché gli piace ribadire il concetto, non avverte il peso del maglio, vuole assicurarsi che il chiodo sia ben piantato. Dell’uomo alla sua destra, occhi chiari pazienti in un viso largo e stempiato, non si cura un gran che, gli rivolge giusto un’occhiata, di tanto in tanto. Lo tiene dentro. Il suo pubblico, però, il filo del discorso, stanno dall’altra parte del tavolo, sulla bocca luminosa della giovane donna. Tendo l’orecchio senza chiedere il permesso. Lui non si scompone, ha già inteso: uno sguardo e sono il benvenuto alla sua mensa. Allora sorseggio la mia birra e varco la soglia.
“Se tua sorella non vuole uscire con me”, riprende “non c’è problema. Basta che me lo dice, capisci? Non sono mica scemo, capisco quando devo stare nel mio. Ma basterebbe un gesto, una parola… Invece no, la chiami e lei tergiversa, non è chiara, non sa dire di no, prende tempo e alla fine ti tira una balla, una scusa.” Fa schioccare la lingua come se gli si fosse incollata al palato, prende un sorso da un bicchierino di sambuca. “No, perché, non sono scemo. Posso capire…” La giovane sorride e accenna una giustificazione poco convinta. “Cara”, la blocca lui, appoggiandole una mano sull’avambraccio, “lasa sta’. Lo sento lontano un chilometro quando uno ti sta tirando a balle. Dai! Mi dici che non ti senti tanto bene e poi esci col primo pirla che si è fatto la macchina nuova?… E no, se permetti… So’ mia l’oltem bambo me… Ta ghé mia oïa (1), va bene, dillo, e-che-cazzo!…” Uno sguardo alla fronte savia dall’altra parte del tavolo che lo osserva statica, due fossette indulgenti sotto gli occhi. “Ghisaaaa!” Cantilena materna la ragazza, stemperando. Lui capisce che non l’ha ancora convinta. “A la gavrò ciamada a dir poc’ des volte! Ada… (2), vuoi vedere?…” Infila la mano in una tasca dei pantaloni e tira fuori un cellulare. Punta il dito qua e là disegnando cerchi di fumo con la sigaretta. Strizza le palpebre. “Le avevo anche proposto di andare insieme al poligono…”, borbotta, facendo un ulteriore gesto di disapprovazione con la mano. “E’ tanto che non ci vado neanch’io…” Fissa la ragazza espirando fumo dal naso. Lei scuote la testa e aggiunge: “Non è un buon periodo per lei, Ghisa, te l’ho detto…” Poi alza le mani: “Non dico altro.”
Preocupes mia (3)”, fa lui “tanto al poligono non vado più nemmeno io. Da quando chel là al fa dumela menade…(4): ‘E mi pieghi il bersaglio…’, ‘E c’è troppa gente…’, ‘E qui…, E là…’, Du’ cojoni!  Che da quando ha alzato i prezzi, non ci va più nessuno al suo cazzo di poligono. Sono le solite cose all’italiana: gli affari iniziano a girarti bene e tu, stronzo, pensi bene di fregare la gente. Ma va a cagà!” Inveisce come se ce l’avesse di fronte. “Le cose ti vanno bene e tu lo metti in quel posto ai tuoi clienti?! Ma sei scemo?!…” Ingolla un sorso di liquore e s’asciuga le labbra con la lingua. “Sai quand’è stata l’ultima volta che ho tirato?” Dice. “L’altro giorno, a casa mia, nel mio studio.” Passa sopra la sorpresa nei nostri sguardi. “Ho preso il fucile a pompa e ho sparato sul muro di fronte alla mia scrivania… Ü bordel!… E’ ridotto malissimo…” Ridacchia tutto compiaciuto.
“Cosa stai preparando, Ghisa? Gare in vista?” Senza strappi, la morbida voce dell’uomo alla sua destra porta la conversazione su un terreno più congeniale e incredibilmente fertile. “Sto lavorando parecchio in questo periodo.” Risponde subito il Ghisa. “Ho sistemato un paio di moto settimana scorsa, roba che ho preso per rivenderla. Ho ritirato dieci moto negli ultimi due mesi. Anche un paio di BMW anni ottanta, e una KTM del settantasei. E poi ne sto preparando una da gara, sì, ma non per me. E’ per un amico. Sto mettendo il motore della mia KTM 400 da gara sotto a un Gilera 125 . Spettacolo, una bomba: si ritrova 40 cavalli in più, come niente. Vallo a riprendere poi! Non so se ce la fa a tenerla…” Schiocco e sorsata soddisfatta, di vino rosso stavolta. “Ghisaaaa!” Risuona d’amorevole riprovazione la voce al mio fianco. Lui alza le spalle e sorride, passa vistosamente la lingua sulle labbra, sembra un rettile. Ingurgita un altro sorso guardando nel vuoto davanti a sé. Faccio caso al numero e alle diverse taglie dei bicchieri, vuoti e pieni, che gli stanno davanti. Birra, vino, liquore. Ma non sono troppi e lui non è ubriaco, anzi. Si gode il fresco e la compagnia.
“Ne ho già preparata un’altra come quella”, riprende. “Una uguale, stess laùr (5). Per il mio amico Kurt… Ti ho mai raccontato di Kurt, il mio amico di Monaco?”

Facciamo tutti cenno di no e lo invitiamo a continuare. Prendo un sorso di birra fresca e mi faccio un po’ più sotto, per paura di perdermi qualcosa. Sento un effluvio di fragranze orientali nei capelli scuri della ragazza: patchouli, sandalo, non so quale prevalga.
Il Ghisa versa l’avanzo di sambuca nel bicchiere grande di vino rosso sotto i nostri occhi increduli, ci guarda, alza le spalle e riprende: “Niente, per farvela breve…”, spolvera il labbro superiore con quella sua lingua da serpente. “Kurt è un amico collezionista tedesco. Lo conosco da quindici anni, nella vita fa l’avvocato, o il notaio, una roba così. Ci conoscemmo a una gara. Niente: un giorno al me ciama e me dis: ‘Mi serfe una moto leccera da corsa, potente. Mi zei venuto in mente tu'” Scimmiotta ridacchiando. “Morale: gli spiego, ci accordiamo, preparo tutto quanto, carico la moto sul pick up e mi metto in marcia. Eravamo io e l’Arnaldo. Arriviamo là, scarichiamo, gliela faccio vedere, la prova: tutto a posto, lui tutto contento. ‘Brafo, brafo!’ Al me fa. Un tripudio. Poi ci invita a salire in casa e ci tiene lì per cena. Tra l’altro, nel frattempo, fuori inizia a nevicare come se non ci fosse un domani, era metà dicembre. Al pensiero della strada che abbiamo trovato nel viaggio di ritorno, mi vien male ancora adesso.” Si accende un’altra sigaretta. Inalo anch’io un po’ di quell’alito esausto, m’addentro nelle pieghe del volto, la testa incastrata fra le spalle curve, i gomiti sul tavolo, i polsi incrociati sotto il mento.
“Morale: saliamo su in casa e Kurt ci presenta la sua donna. ‘Qvesta è Alina’, al dis.” Pausa significativa. “‘Na fi-i-iga!” Su quella vocale tenuta la maschera si contorce ulteriormente. Gli angoli della bocca all’ingiù, il labbro inferiore rovesciato a mostrare le gengive, la lingua che fa capolino in un guizzo. “‘Na fi-i-iga!” Ripete strofinandosi il naso col dorso di una mano. La fisicità di quell’uomo condensata nel volto. “Alta, bionda, un pezzo di fi-i-iga! Alina se ciamava. Alta, due metri di donna, il cavallo mi arrivava qui…” porta la mano all’altezza della bocca in una sorta di saluto militare, sul quale troneggia uno sguardo mordace. “Alina… Bella, pulita, avrà avuto venticinque anni al massimo. Una tipa a posto, gentile, sorridente… A un certo punto ci fumiamo una sigaretta da soli, Alina è in cucina, e lui, un ragazzone coi capelli lunghi rossicci, mi fa: ‘Zai com’è, è una brafa ragazza, ma non c’è la chimica, capisci? L’intesa, manca l’intesa, capisci…’ Io lo guardo…” ed è come se lo stesse facendo “… me ghe arde e ghe dis: ‘Ma sei  scemo?!?!’ Dico: una tipa così, gentile, tranquilla, acqua e sapone, semplice, un pezzo di fi-i-iga che non ne trovi in giro neanche a cercarle col lanternino… E te vieni qui e mi dici che non ci trovi la chimica?! Ma te la do io la chimica, cazzo!…” Scuote vigorosamente la testa. “O no?” Ci guarda allibito dall’ovvietà, scornato, vinto dall’immane picco d’idiozia umana. Dal mio canto, non posso che assentire. Ma d’altronde, quello del Ghisa è uno sguardo che non ammette replica, né dissenso. “… Cazzo… O coglione!” Suggella. “Che poi, lo rivedo un anno dopo, mi passa a trovare, lo porto nel mio garage…” La giovane si rivolge a me sottovoce: “Devi sapere che a casa sua ha una specie di salone, ha un sacco di moto, auto d’epoca…” La ragazza sa che mi manca qualche pezzo e cerca di colmare la lacuna. Indugia ancora un momento, poi aggiunge, ad alta voce: “Perché lui…” esita, porta un dito alle labbra, lo guarda, infine riprende: “Non dovrei dirlo, perché so che lo fa arrabbiare, ma…”, gli sorride di tre quarti chiedendo indulgenza “… ma lui, lui… è un Conte!!” Le mani sul petto, emette un gridolino infantile d’esultanza. Allora il Ghisa, ma a questo punto dovrei dire il Conte, socchiude gli occhi e annuisce silenziosamente. Io sorrido, sono in qualche modo grato per quella rivelazione, è come se non fossi più il vertice aggiunto del loro conciliabolo serale. Nella mia testa un tassello si muove e va al suo posto, ma provo anche un lieve imbarazzo: sono onorato, ma in tutta onestà non so che dire. E infatti, sorrido e sto zitto. Il monologo riprende senza una piega da dove era stato interrotto. “Insomma, per farvela breve: arriva Kurt e lo porto nel salone a vedere le moto. Con lui c’è anche la sua nuova compagna. Lui tutto contento, felice come una pasqua, mi guarda e mi dice: ‘Ti prezento la mia fidanzata. Zi chiama Ruth’.” A quel punto la bocca del Conte si contorce e si squarcia: “A l’era ü rüt, ma del bù! Ostia! L’era ü rüt, del bù! (6)” Ride fragorosamente. “Assurdo… Ma si potrà?! Hai la donna più bella del mondo, bella da far paura, una fi-i-iga”, ormai non riesco a immaginare un modo diverso di pronunciare quella parola “e non trovi la chimica, l’incastro, la congiunzione astrale, la sintonia?!… Ma che cazzo dici?! Ma vaffanculo, va! Bigol!” E’ stizzito, offeso da tanta stupidità, da tanto spreco. Ingurgita l’ultima sorsata di quello strano cocktail. “Ghisa, all’amore non si comanda…” Interviene la ragazza. Lui la incenerisce con gli occhi. “Lidia, fam mìa parlà! Lasa stà! (7)”
“L’Arnaldo è quello di Las Vegas?” Con spiccato tempismo, e altrettanto garbo, l’uomo di fronte a me gira nuovamente pagina. “Altro giro?” Chiede subito dopo, accendendosi una sigaretta. Ghisa fa segno di sì distrattamente con la testa. Mentre lui riavvolge mentalmente un nastro, l’altro si alza e va a ordinare al banco.

“Fu una bella storia quella del Desert Race in Nevada. Era il 1982, tu non eri ancora nata.” Dice a Lidia strizzando gli occhi. Non sono in molti a poterla annoverare fra le loro imprese. Lui, invece, conserva ancora la medaglia con incisi il suo nome e la data, un vero cimelio. Ridacchia, alza le spalle: “Un pezzo di stagno verniciato, grosso così “, chiude l’indice sul pollice “gli sarà costata un euro…”, dice. “Con tutto quello che ho speso per partecipare a quella gara: fra moto, viaggio, albergo, spese, donne… Des miliù, minimo!…” Schiaffeggia l’aria con la sigaretta sempre accesa. “Ma vada via ‘l cul! Chi se ne frega!” Zittisce, si rabbuia. L’Arnaldo, sì. Era con lui a Las Vegas, e in mille altre avventure, compreso quel ritorno in pick up da Monaco, di notte, sotto una nevicata epocale. “Te lo ricordi l’Arnaldo?” Chiede conferma alla ragazza. “Poteva avere tutto. Lui sì, poteva avere tutto. Macchine, donne, tutto quello che voleva. Quando usciva un nuovo modello d’auto di lusso, lui ne comprava tre o quattro: doveva essere il primo ad averla, voleva esserne sicuro. Faceva il giro dei concessionari e le prenotava. Una la teneva per sé, le altre le rivendeva. L’Arnaldo conosceva tutti, era ricercato da tutti. E non bluffava, lui i soldi ce li aveva veramente. ” Fa una pausa. Lo sguardo assorto, non si accorge del bicchiere di birra che gli viene posato davanti. Ce n’è uno anche per me. Ringrazio. “Che fine di merda che ha fatto! Cazzo, proprio una fine di merda. E’ colpa di quella polvere del cazzo, sai?” Scuote la testa senza alzare lo sguardo. “L’ho sempre detto che è una droga di merda, la peggiore che esista, la più infame. Ne ho vista passare a sacchi, io, so cosa vuol dire. Io non ho mai pippato, avrò fatto dieci tiri di canna in tutta la vita, tutto qui il mio rapporto con la droga. Ma ho visto tirare un sacco di gente, persone che non crederesti mai, cretini, gente piena di soldi che non sa come ammazzare il tempo e alla fine s’ammazza. Perché è questo che fa quella roba: ti rovina. E ti deforma il cervello, il senso del piacere, del sesso. Ti fa venire idee strane. Sai quanti diventano froci, a furia di tirare coca? Gli sale la voglia di prenderlo in culo, diventano passivi, cazzo. Me so mìa! Assurdo. Gente che paga un sacco di quattrini per farselo mettere nel culo. Sai quanti ne conosco, gente insospettabile, una roba assurda. Ascolta: io penso che bucarsi sia una cosa orrenda, ma la coca è peggio dell’eroina, e piuttosto che farmelo piantare nel culo, te lo dico, io mi buco. Sì, mi buco, cazzo!” Infervorato, non cerca cenni d’approvazione o altro, non ci pensa nemmeno. Non si discute: le cose stanno così, uno schifo, e basta. Ammutoliamo, finché lui si sfiamma e s’incupisce di nuovo. “L’Arnaldo ha fatto una fine di merda…”, soggiunge con voce roca. “Ha abusato di quella merda e si è spappolato il fegato. Il bere ha completato l’opera: 43 anni e se n’è andato.” Le pieghe del volto gli si concentrano in un punto sulle labbra serrate. “Poteva avere tutto, aveva già tutto. Era sempre pieno di figa…”

“A proposito di neve”, Lidia fa un passo indietro, “ti ricordi quel Natale che passammo insieme, tu, io e mia sorella. Quella volta che decidendo all’ultimo minuto?” “Certo!” Fa lui. “Vi portai in un bel posto, no?” E parla di un ristornate che non conosco, in collina, vicino al lago, dove si mangia davvero bene, cucina raffinata, ma senza troppi fronzoli. Conosce bene i proprietari, che non sanno e non possono dirgli di no. “Decidemmo all’ultimo, ma il Ghisa ha trovato la soluzione.” Dice tronfio. “Una sera di Natale che non aveva di meglio da fare…”, contrappunta allusiva la ragazza. “No.” La corregge lui. “Avevo da fare, ma mi sono liberato.” Sorride sarcastico. “Perché io mi libero. Se richiesto, mi libero. Mica come certa gente…” Ritorna a battere il chiodo. “Non potete certo dire che non sia stato disponibile con voi, specie con tua sorella. Anzi, ti vorrei ricordare che quella volta, a Montecarlo, uno dei tre inviti l’ho tenuto apposta per lei.” Rimarca la rilevanza della cosa con un’occhiataccia. Poi si sente in dovere di spiegarmi: “Era una festa esclusiva a Montecarlo, cui eravamo stati invitati mio cugino ed io. Per Saadi Gheddafi…” Silenzio, schiocco di lingua. Annuisco. “Ho rispolverato lo smoking per l’occasione. Eh già, facevo la mia porca figura. Mi era venuta l’idea di farmi fare un revers leopardato, ma poi c’ho ripensato…” Ridacchia. “Fu una cosa in grande stile. Una volta entrato là dentro – e per arrivarci ho dovuto passare tanti di quei controlli e metal detector – ti si apriva un mondo pazzesco. Ma tu ormai ne facevi parte. E poi le donne… Delle fi-i-ighe!… Di quelle che non le vedi neanche sulle copertine…” La lingua ripassa il labbro più volte, come a sentirne ancora il sapore. “E per il semplice fatto che ti trovavi lì, tutto ti era dovuto…”
“Eravate tu e tuo cugino, quello con cui…” I puntini di sospensione di Lidia alludono a un bisticcio fra i due, una vera e propria frattura familiare. “Già”, fa lui. “Pota (8), che ci posso fare se a lui non piace la figa e a me sì?!” Sbotta. Si accende l’ennesima sigaretta. “Non è che non gli piace. E’ che lui è un pezzo di marmo. Un bell’uomo, ricco, educato, colto, nobile… Ma troppo rigido, ostrega, ingessato! Sai, di quelli ancora legati alla morale religiosa, ai tabù … Insomma, è successo tutto in occasione del suo matrimonio. Poco prima che si sposasse, facemmo una serata fra di noi: eravamo io, lui, la sua futura moglie e la sorella di lei. Due fi-i-ighe, bionde, danesi. Mancavano pochi giorni al sì, e facemmo una sorta di intimo addio al celibato. Eravamo di ritorno in città in macchina dopo aver cenato e la sua fidanzata – bada bene: lei, non io – fece una battuta. Una di quelle battute allusive, un po’ piccanti, a sfondo sessuale. Niente di troppo osé, non per me, almeno: una cosa sul leccarla, per intenderci… Ovviamente, io le ho dato corda. Rompemmo il ghiaccio, capisci, cominciammo a divertirci. E ridemmo, di gusto. Noi tre: io, lei e la sorella, che evidentemente non sono dei pezzi di ghiaccio come lui. Morale: lui s’incazza, s’immusonisce, non parla più. Ma rilassati, scherzaci un po’ su anche tu, bambo! Invece no, la serata finisce lì. Per lui. Insomma: lo accompagniamo a casa, lo salutiamo e io e le altre due ce ne andiamo a ballare… Puoi immaginare come sia andata a finire…” “Ghisaaaa…” Arriva il richiamo da parte di Lidia. “Non sono mica il solo a cui piace divertirsi, cazzo!” Alza gli occhi al cielo, sospira con aria solo vagamente contrita. Lidia non cede. “Si sono sposati la settimana dopo, in chiesa. Sai, lui è uno che ci crede…” Cala il silenzio.

“E’ sempre stato un po’ strano il tuo rapporto con le donne, vero Ghisa? Almeno finché non è arrivata Sara.” Dice Lidia. “Non è vero”, ribatte lui. “Mi sono innamorato anch’io. Ho fatto vere e proprie follie per le donne. Come quella volta in Costa Azzurra: il sabato corro e mi qualifico per la finale del giorno dopo. Una ragazza era venuta apposta da Parigi per vedermi. Quella sera giriamo la costa fino a notte fonda. Il giorno dopo sai che faccio? Metto la moto sul carrello, mollo tutto e me ne vado. Abbandono la corsa. Per lei.” Sorride nostalgico. “O la volta che regalai la moto alla mia fidanzatina. Era di Roma, ma studiava qui. A diciassette anni voleva la moto, ma i suoi per paura non gliela prendevano. Così decisi di regalargliela io. Quell’estate lei finì la scuola e rientrò a Roma, sicché la comprai e gliela portai, a Roma. Avevo diciannove anni. Comprai una Vespa 50, la misi in strada e gliela portai. Seicento chilometri su un cinquantino! Hai presente? Un’impresa. Mi presentai sotto casa sua, ricordo ancora l’indirizzo, ai Parioli… Passammo un mese e mezzo insieme, fino alla fine dell’estate. Aveva una bellissima villa al mare, dalle parti di Gaeta. A settembre, finita l’estate, tornai a casa. Fu bellissimo.” Qualcosa tutt’a un tratto gli illumina il volto. “Mi sono innamorato anch’io.” Dice. “Lei era una ragazza stupenda, brava, perfetta. La persona giusta. Ho ancora delle foto di noi due, so dove sono, in una busta dentro un armadio, in camera mia. So dove sono,” ripete “ma non le tiro mai fuori, non le guardo da più di trent’anni. Ricordo tutto perfettamente, anche il suo indirizzo di casa.” Lo ripete un’altra volta, con tanto di numero civico. “Io lo so cos’è l’amore.” Aggiunge. “Finì perché lei viveva a Roma ed eravamo ancora troppo giovani… Andò così, che ci vuoi fare? Ho ancora le foto. So dove sono, in una busta, in un ripiano dell’armadio di camera mia, in mezzo a carte e documenti. Ma non le tiro fuori. Mai. Non le guardo trent’anni. Non lo faccio perché se no vado via di testa…”
“Ma Ghisa, tu hai la tua Saretta!” Interviene Lidia. “Certo, lo so. C’è Sara.” Replica subito lui. “Ma io do a ognuno il suo. Non tolgo nulla a Sara, anzi. Ma le do il suo, per quello che è. Sara è una brava ragazza e le voglio bene, questo non si discute. Ma quella era la ragazza giusta, cazzo. Perfetta. Era bella, certo, bellissima, ma era a posto, capisci? Era la persona giusta…” Per qualche istante lo sguardo del Ghisa rimane fisso nella memoria.

“Andiamo?” L’invito pacato, ma categorico dell’uomo al di là del tavolo. “Domani sarà una giornata impegnativa.” Guardo l’orologio incredulo: sono le due. “Ma è mio questo?” chiede il Ghisa, indicando il bicchiere di birra che giace immobile davanti a lui da molto tempo. Prende un ultimo sorso senza svuotarlo.
Si alzano, mi alzo anch’io. Ci diamo la mano, ci salutiamo. Ho le gambe intorpidite dalla panca di legno, fa quasi freddo, ma decido di rimanere ancora un po’.
Li guardo allontanarsi sull’erba umida del parco e finalmente vedo il Ghisa nell’interezza della sua figura. E mi appare per quello che è: un uomo di mezza età, incanutito, la pelle come corteccia, il ventre gonfio sotto la maglietta di cotone, le gambe sottili, avvolte in un paio di pantaloni sportivi. Lo osservo parlottare ancora un po’ con i suoi amici, mentre infila uno di quei caschi senza visiera che ricordano il cappello di un fantino. Poi sale su un grosso scooter, lo mette in moto e se ne va.
Il rosso del fanale s’allontana e scivola via. E mi vien voglia di chiudere gli occhi, su tutto. Di respirare l’aria fresca della notte. Così, per un istante, posso sentire l’alito del mare sull’Aventino, il vento che a settembre carezza le fronde spoglie degli aranceti. L’ultimo refolo dell’estate. L’inizio di una nuova fioritura.

 

 

Note di traduzione:
1: Non sono l’ultimo idiota. Non hai voglia…
2: l’avrò chiamata dieci volte, guarda…
3: non ti preoccupare…
4: da quando quello là mi fa tante storie…
5: la stessa cosa…
6: era un cesso*, veramente… [*letteralmente: un rutto, sinonimo di brutta ragazza, molto brutta – ndr].
7: Lidia, non farmi parlare. Lascia stare.
8: pota [non esiste un’esatta traduzione per questo intercalare, ma si può trovare molto materiale nel web sull’argomento – ndr]

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39 thoughts on “Il “Ghisa”

    • Sì… Anche a me questo “racconto” lascia, alla fine, un retrogusto di malinconia… Attraverso gli eccessi, le stravaganze, il vuoto… Quel che rimane, di ogni bicchiere, è un fondo di malinconia. Un amarcord. Il sentimento che è stato (e forse c’è ancora, sotto coltri di stravaganze)… E poi Roma ci mette sempre del suo.

      PS. Piaciuta l’immagine “di copertina”?

  1. Un racconto concentrico, una matrioska di ricordi e sensazioni. Questo personaggio sopra le righe che sa affascinare anche per la sua rozzezza, alla fine è molto solo e suscita una tenerezza malinconica.

    • Esatto. Anche a me. Una persona dal vissuto denso, per certi versi “estremo”. Che fa avanti e indietro nel ricordo con l’affabulazione sapiente e naturale da bancone del bar. Un monumento (una matrioska, dici giustamente) di umanità, nelle sue varie manifestazioni… Eppure, sotto la scorza, dura e apparentemente refrattaria, anche a me pare di cogliere il battito, il sogno, il rimpianto… Le persone che, per condizione, non sono mai sole, tante volte lo sono più di altre…

      • La solitudine del clown…… Il quadro è magnifico, in realtà sarebbe stato bene anche nella sua interezza, per meglio apprezzare il campionario di incongrua umanità radunata attorno a lui.
        (L’ho ammirato da poco nella mostra di Bologna ed è di uno splendore assoluto). Buone giornate di festa mio caro 😊

      • Hai perfettamente ragione. Sono stato molto in dubbio. Il quadro è completo e stupendo nella sua interezza… (goduto anch’io a Bologna, non lo conoscevo prima – mi sa che abbiamo già scambiato qualche breve impressione in merito). Alla fine ho voluto creare la soggettiva, lo spot sul protagonista (monopolizzatore) dell’eloquio… Però, sono d’accordo con te. Lo sguardo di Hopper racconta molto altro…
        Grazie, Mela. Buoni giorni anche a te!

      • Allunga pure! Io in realtà ti ho coinvolto in una piccola gag che uso con i milanesi in cui mi imbatto: gli dico “sai che mi sto esercitando nella tua bellissima lingua? Senti qua: el ghisa l’è andaa dal cervelee, lassa pur che il mond el disa!”😜

      • E bravo! Il “ghisa”, in effetti, è il mitico vigile milanese (ma forse anche altrove). Nel caso in oggetto, siamo a Bergamo e d’intorni, credo si dica (mi informo anch’io, non sono un esperto) “vigile” (con poca inventiva) o “capelù” (decisamente più caricaturesco)…

      • Ti ringrazio. (ero un po’ perplesso sulle possibilità narrative e di suscitare interesse del brano) “Ghisa”, qui, sarebbe l’abbreviazione (familiare) di un cognome (con retrogusto metropolitano, in effetti). I dettagli hanno la loro (grande) importanza!

  2. Ciao Paolo, il dialetto è bresciano? Io sono i Brescia hahaha davvero una bellissima storia! Inizialmente sembra senza tempo, e poi pian piano trova la sua corrente…

    • Ciao! Sonorità familiari allora!… Io sono di Bergamo, ma, a questo “livello di definizione”, direi che potrebbe anche essere bresciano. Di certo, il pota è universale… 😊
      Grazie mille, mi fa molto piacere ti sia piaciuto questo raccontare per monologo…

  3. ‘On Paolo carissimo, a quel tavolo c’ero anche io. Se guardavi oltre la tua spalla sinistra, un paio di tavoli dietro, ero lì che trangugiavo birra e sbuffavo sigarette al ritmo sincopato dei racconti del Ghisa. Invero, personaggio che racconta una vita, la sua, la sua versione. Rispetto e gratitudine per averla condivisa. Nessuna amarezza, nessuna malinconia, appartengono semmai al Ghisa…E mi sembra che lo sappia. Il suo vuoto lo riempie con birre e alcolici, mischiando e tuttavia non sentendo nulla. Nessun effetto. Dal tuo racconto io ne sono uscito ubriaco, di birra, chiacchiere e vita. Eduardo si è ispirato per i suoi personaggi a persone di strada, il Neorealismo ha provato a fare altrettanto al Cinema. In un mio viaggio, ho conosciuto uno come il Ghisa, forse peggio: lo chiamavo “L’Assassino”, troppo lungo qui per descrivere situazione e personaggio. È stata una grande lezione di vita, un confronto tra due mondi lontanissimi, che per alcuni momenti sono venuti in contatto. Lo rifarei e, quando rivedi il Ghisa, porta i miei saluti di terrone e offrigli una birra da parte mia.
    Quella birra e una per te la pagherò quando staremo, tu ed io, intorno a un tavolino. Chapeau!

    • Hai proprio ragione, Red. Certi incontri, casuali, sembrano occasioni. Nel “Ghisa” ho trovato tantissima umanità, e anche simpatia, e anche accettazione di sé. Non so se questo in effetti passa nel mio modo di trascrivere le emozioni dell’incontro. Indubbiamente sono persone, “personaggi”. E lo sanno anche loro, abituati a narrarsi. L’affabulazione, la voce, le stesse cose raccontate tante volte. Il battere il chiodo, la frase sempre pronta, la battuta, l’espressione colorita. Coniata al bancone di un bar… Il Ghisa riempie i suoi vuoti a modo suo, ma è anche generoso (non sono stato onestissimo con il vero “Ghisa”, in questo senso, ho privilegiato il lato malinconico del Pierrot, forse perché il blu è il colore, dei miei, che più è entrato in risonanza…).
      Siamo tutti seduti a quei tavoli all’aperto, in certi momenti. A rimestare ricordi, esperienze e qualche rancore o rimorso. Ma lo facciamo – almeno per me oggi è così – con una certa pace interiore, una certa serenità. L’accettazione di sé e della vita. Anche questa una conquista.
      Grazie Red. E… prosit!! Ovviamente

      • E’ il tuo modo di vedere, “interpretare”, il Ghisa. E ce ne fossero di interpreti così!
        La mia era solo un’altra interpretazione. Spuria, di un raccontato da un sentito dire. Ma quando le mie antenne intercettano questi “personaggi” sono come delle spugne. Immagino di essere io al loro posto a raccontare (e so battere il chiodo, sono altrettanto insopportabile per alcuni). Tuttavia, mi è irresistibile l’essere qualcun altro e “interpretarlo” con tanta teatralità, forse mio retaggio natale o forse soltanto mia caratteristica peculiare. A volte lo spettacolo viene bene, altre no. Mi rimetto al gentile pubblico, cui sono sempre me stesso con grande generosità. The Show Must Go On ci starebbe come tema musicale…E io spero che il mio Show continui per tanti e tanti altri anni ancora (seguono riti di scongiuro)

      • E guai se non fossi il Red, accorato e partecipe, generoso, che sei! Io, quello sguardo sulle spalle, anche se qualche tavolo più in là, son ben felice di avercelo, così com’è!

      • Ripago tanta generosità con quanta ne ho. Il mio stile è rugginoso, impreciso, caotico, gratta. Non riuscirei a dipingere L’Assassino con questo quadro che ci hai regalato. Eppure lo meriterebbe! Forse un giorno ci proverò, ma tu stammi dietro al tavolo più in là, anzi siediti con me. Ci sarà da bere per tutti. Prosit!

    • Beh, Ysi, a te posso dirlo: quando se ne sono andati, ho svuotato tutti i bicchieri… 🙂
      Scherzi a parte, trovo che questi momenti “commemorativi”, questo ripercorrere i binari, anche tante volte, siano dei piccoli esorcismi. Meglio se vissuti in compagnia (la giovane donna, innocente, pulita, in tal senso, è il perfetto contraltare, lo specchio migliore per le memorie e le confessioni del Ghisa). Fanno bene. E, a mio modo di vedere, qualche bicchiere non guasta. Il tutto sta nel saper rialzare la testa, in fondo. Anche dopo aver visto il fondo.
      Ma non vorrei nemmeno essere pedante con queste mie venature blu, questi malinconici amarcord. Il Ghisa mi ha fatto ridere, tanto. Questo è il bello del suo personaggio: l’ironia e lo sguardo disincantato sulla vita e le cose. Forse non son riuscito a trasmetterlo, ma, questo suo modo di essere per me (tendenzialmente un irrimediabile romantico) è anche istruttivo.
      Grazie, comunque, per aver preso la briga di leggermi!

  4. ” la malinconia è la gioia di esser tristi ” (V.Hugo)
    … pare un uomo triste ma di quella tristezza di chi sa di averne fatte tante, anche senza risparmiarsi, e ogni esperienza di vita è fonte di sorrisi, risate sguaiate, occhi lucidi… giusta o sbagliata ha vissuto la sua vita… eppure sa che qualcosa gli è sfuggito dalle dita…
    mi è piaciuto molto.
    Il quadro è perfetto e tra queste righe si sente odore di legno vecchio e un po’ impolverato, l’umidità della sera, il fumo delle sigarette…
    E’ un racconto molto vivibile, per ciò che si vede e si odora..

    • Ciao Tati.
      Mi fa molto piacere sapere della tua lettura del brano – sempre attenta e, come dire, in sintonia. E ti ringrazio del feedback, per me importantissimo (anche qualora non concorde o “positivo”…).
      La citazione di Hugo, peraltro, mi pare assai centrata. Ci leggo sia una sorta di ridimensionamento, smitizzazione del sentimento della “malinconia” (non è un dolore, né una sofferenza, bensì una sorta di compiacimento nella tristezza, un crogiolarsi in essa, assaporandola), sia un’enfasi, un accento sulla vita: non si può provare malinconia, quella sorta di pacata, dolce, cara tristezza, se non si è vissuto qualcosa di intenso, di vero, se non si ha nulla da ricordare. Ed ecco, allora, che trovo la tua citazione in apertura quanto mai congeniale al mio “Ghisa”. Nel bene o nel male, nei suoi eccessi e stramberie, lui vive, intensamente, autenticamente. E’ veramente se stesso, o ha imparato a esserlo, ad ammetterlo. E la stagione del racconto, nostalgico, appunto, coincide con la stagione della consapevolezza, è indubbio.
      E poi, condivido quella specie di tenerezza (se ho ben inteso) che il personaggio ti ha ispirato. E’ lo stesso che ha fatto a me. Mi ha fatto sorridere, mi ha fatto ridere, mi ha spiazzato per stranezza, ma anche per onestà, assenza di veli. E quell’occasione mancata, di gioventù, ancora così vivida e bruciante a distanza di tanto tempo (e vita, e esperienze), denotano una forma cristallina e pura, sempre viva, nel cuore e nell’animo del personaggio (e in ognuno di noi, probabilmente) che è bello (anche se doloroso) riconoscere e riportare alla luce.

      • la frase, intera suona così :
        “La malinconia non è una tristezza qualsiasi: è una tristezza dal sorriso mesto,vereconda e senza strepiti, densa di riflessioni ben capaci di arricchire – quasi pioggia fertile che si alterni al sole della gioia.La malinconia è la felicità d’essere tristi”
        e la trovo splendida… ho un rapporto abbastanza affettuoso con la malinconia e tutto ciò che ne ha un briciolo mi fa brillare gli occhi e ha un mio pensiero di riguardo…
        Quando si incontrano questi personaggi, tendo a cercare la persona che nasconde dietro alle risate sguaiate e ai “‘fanculo” gridati alle stelle… e in genere c’è. Si atteggiano come chi non ha interesse di cosa pensa il resto del mondo, di ciò che è stato… e poi vedi una piccola fiammella… in grado di bruciare un bosco intero… è affascinante tutto questo, è tenero, è dolce, è gioioso e triste insieme… malinconico.
        hai riportato perfettamente alla luce l’anima di quel personaggio che dentro ha una persona, nascosta, magari inavvicinabile, coperta dai mille racconti e dai bicchieri vuoti… dal fumo di sigaretta, generato guardando in alto o altrove… come in un tempo diverso…
        Mi è piaciuto, tanto… l’ho già detto? mi è piaciuto!

      • Beh, nella sua interezza la citazione è davvero molto, molto bella. Si arricchisce e completa il mosaico di sensazioni. E’ proprio così. La malinconia è un sentimento dignitosissimo. “Vereconda”… Delicata. Foriera di riflessioni e passaggi, di crescita… Hai proprio ragione, Tati. E’ bellissimo osservare, scandagliare, infine incontrare, al di là di quegli strati di scorza, corteccia, fanculo, invettive al cielo, bestemmie, calci nel vuoto e colpi di fucile sulle pareti di casa…, al di là della maschera, del personaggio, incontrare infine l’uomo. L’umanità, allora, sembra avere ancora più valore.
        Grazie, grazie, grazie: della lettura, della condivisione e dell’apprezzamento.

  5. ottimo lavoro Paolo! Viaggi in parallelo al tuo personaggio: il Ghisa tiene banco in scioltezza al bar, addirittura sembra che nei rari momenti in cui fa una pausa siano Lidia e gli altri a spingerlo a proseguire, e tu tieni banco in scioltezza qui, che quando trovo uno stacco alla fine di un paragrafo bofonchio sarà mica finito? dai vai avanti.
    ml

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