Orrido

 

Orrido_01

 

Imbocco la strada di notte, quando i contorni sono oscuri e indefiniti, e sento un peso calcarmi le spalle, una mano sulla nuca che m’induce ad abbassare la testa. Sono in auto, ma è come se trattenessi il respiro prima di immergermi, come se mi affacciassi sul vuoto dal bordo di un pozzo.
Accelero, lancio l’auto nel buio, conosco bene quelle curve. Corro in salita, ma è come se stessi affondando, retrocedendo. Dentro di me.
E’ così, ogni volta.

In fondo alla valle c’è una frattura di roccia. La strada s’affrettata sulle anse di un rivolo d’acqua, una lama affondata lentamente nel granito fino ad aprirlo in due. Schianto silenzioso, durato millenni. E’ lì, al termine del suo tragitto, che il rigagnolo ha trovato l’ostacolo più grande. Prima di scivolare in una piana e consegnarsi infine al fiume, già largo, per essere voce di un coro. L’arrivo, lo sbocco, il termine di un cammino.
L’inizio del mio.

Un rettilineo e, in fondo, un imbuto, una forca, una penitenza. E io faccio attenzione, porto riverenza. Prima di levare lo sguardo al profilo selvaggio dell’oltre, chino il capo ubbidiente. E’ un gesto appreso nel tempo, a fatica. Ogni volta che affronto quel varco rivedo me stesso: essere inquieto, irrisolto. Uomo in fuga, senza speranza né desiderio. Irraggiungibile. Lo sguardo cieco su ciò che m’attendeva.

Non mi riconosco, rinnego: quello che ero, quello che è stato. Trattengo il respiro. Per un istante avverto l’istinto di gettare ogni cosa al di là della pietra che cinge la strada, di arrendermi al vuoto. Poi capisco, abbasso la testa e capisco. L’acqua, nel tempo, ha fatto con me il suo lavoro. Ha insinuato la cricca, pazientemente ha scavato la falla. Ho conosciuto la mia fragilità, la mia debolezza. E la paura più grande, quella di perdere. Ho resistito, ho lottato. Inutilmente. Infine ho ceduto, mi sono infranto, ho assunto sembianze umane. E ho trovato infine la forza. Di farmi oltrepassare, di lasciare andare.

Questo significa per me quella soglia, questo il dazio da pagare, grato, a ogni passaggio. Viene la curva, i fari sulla pietra. Sterzo, affondo. La roccia mi preclude il cielo. Ma è solo un momento. Una stretta del cuore, un ricordo. E io, lo so, sono già oltre.

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74 thoughts on “Orrido

  1. c’è una sorta di sdoppiamento, vediamo la roccia incombente, pura forza che ci opprime, ma vediamo anche, e ci specchiamo, la sua fragilità scavata dall’acqua.
    Siamo roccia friabile, granitici per nulla!
    ml

  2. La forza di lasciare andare… E alzare la testa…
    Sono potenti queste righe, ma non di una potenza eccessiva, quasi distruttiva… Sono potenti come l’acqua che scorre e si fa strada, con calma e convinzione in ciò che fa, di quale sia la strada migliore ( o necessaria)
    Si respira aria pulita, bello davvero
    ( io nelle gallerie e in passaggi simili abbasso sempre la testa …)

    • Grazie Tati. In fondo in quegli anfratti ci passiamo tutti, prima o dopo. E tutti, in un modo o nell’altro, ne portiamo il segno. Un sacro timore. E giunge poi la calma, la conoscenza, la comprensione. Non è resa. Né mera accettazione. E’ qualcosa che scorre e va oltre, supera. E’ amore, per ciò che siamo, per la fenditura che ci ha aperto i sensi e il cuore.

      • Dici bene ” un sacro timore”… Quella sensazione che fa chiudere gli occhi, trattenere il fiato e deglutire come fosse un sorso d’acqua…

      • E sai di essere vivo. Presente a te stesso, con le tue paure, le tue consapevolezze. Amorevole e rispettoso del tuo essere “piccolo”, dei tuoi stessi “limiti”.

      • Un po’ le ferite servono a questo no?… A sentire di avere un corpo, di conoscerne i limiti e imparare ad averne cura… Non solo per il fisico, ovviamente

      • Esattamente, Tati.
        E si passano lievi le dita sulle cicatrici. Del corpo, dell’anima. Segni braille, incisioni rupestri. Venature, disegni. Storie, disincanti. Come rughe di un volto vissuto.

      • … e bisogna imparare a conoscerle, queste cicatrici… alcune lasciano solo il segno, altre pizzicano in base al tempo… e bisogna imparare a passarci le dita con la giusta pressione, per non sentire quel dolore lieve rispuntare..

      • … e ci sono quelle nascoste, che non vedi, non ammetti.
        L’importanza della cura. Del giusto ascolto, della giusta attenzione.
        Cara Tati, hai parole sagge, dita accorte, e umili. Cuore esperto, occhi che vedono. Si sente, il tatto, anche da qui, in ciò che scrivi, nelle immagini e nei segni che tracci.

      • … e ci sono quelle auto inflitte, con più o meno consapevolezza…
        Dici bene, importanza della cura di sé e non è egoismo ma crescita e comprensione per sapersi muovere in questo mondo con i giusti passi, onesti e consapevoli…
        Io non so se sono sagge, le mie parole… so che escono da questo momento di ricostruzione che pare eterno, come grattare una gabbia di acciaio con unghie rosicchiate… ma guardando al di là, tutto sommato pare un posto carino questo mondo… ne varrà la pena… 😉
        ( tu fai complimenti grandi e il mio Ego si nasconde timidone sotto il divano…)

      • Lentamente. Se così deve essere. Con il proprio passo. Bella l’immagine di questa faticosa impresa, apparentemente impossibile.
        Ne vale la pena. Ne sono convinto anch’io.
        Ci finisce spesso sotto il divano questo Ego, dal fare di un timido felino. Ma poi torna fuori di nuovo a giocare con i tappi di sughero e la sua stessa ombra. E guai se non fosse così!
        A noi fa piacere sapere che c’è. Avvertirne la presenza, anche là sotto. 🙂

      • c’è chi ha un ego enorme o comunque talmente sicuro che pare arrivare prima della persona interessata e pare dire “lasciami passare, scansati…” e poi c’è chi ha un ego fifone, da trascinarsi appresso, per un piede mentre con le mani si aggrappa allo stipite della porta… ma c’è e imparerà.. ;D

    • Caro Tullio. Il brano è ispirato a qualcosa di vero e, come sappiamo bene entrambi, non potrebbe essere diversamente. Quella strada, quella valle, il varco che ne preclude inizialmente la forma e l’accesso, tutto esiste veramente. A pochi chilometri da qui, da me. Un viaggio ormai familiare, non quotidiano, ma intimo. Importante.
      Quello stretto passaggio fra le rocce (un po’ come certi varchi che si devono affrontare sulle creste di montagna) è comunemente denominato “L’Orrido”. Articolo determinativo perché non ce n’è altri nella zona. E, credo, in generale. E’ una specie di canyon, ha un “valore”, una nomea scientificamente, geologicamente parlando. Ma come avrai ben inteso, non è per quello che attraversandolo chino la testa.

      • Grazie! Sai cosa ho pensato mentre leggevo? All’episodio “Toby Dammit” girato da Fellini, con protagonista Terence Stamp, in particolare alle scene finali della corsa in automobile. Non c’erano rocce sulla strada, che però era immersa nel buio e, a un certo punto, interrotta: ma il protagonista non se ne cura. Il resto lo lascio a chi volesse vedere il film, ma anche lì era questione di “abbassare la testa”.

  3. Don Paolo carissimo, bentornato! Ritorno con tornanti e gole, stretto e a tratti claustrofobico. La prima lettura mi ha lasciato uno strano senso: è come se non avessi registrato nessuma delle parole che hai scritto, ma mi fosse rimasto impresso il senso profondo delle stesse. L’ho riletto e, seguire le parole è stato complicato, come un rally in una tappa di montagna piena di tornanti. Lavoro di accelerazioni a strappo e freno a mano. Conoscevi la strada a memoria, niente navigatore al tuo fianco.
    Alla fine, l’immagine che mi è rimasta è: un fiume tumultuoso, il cui letto si restringe in una gola di alti pareti rocciose, è costretto a infilarvisi e, spuma, ruggisce, sbatte, sbatacchia, s’infrange…tumultuoso esce dalla gola con rinnovata energia e forza.
    Grazie carOrrido!

    • Ecco. Una cosa che mi piace e mi incuriosisce tantissimo è leggere questi riverberi, questi rimandi, amplificati, gonfi, pieni di un sentimento così personale e intenso. Questo sei tu, caro Red. Il fiume in piena. Hai preso il mio timido, paziente rivolo d’acqua (poco più di uno sgocciolio millenario, geologico su pietra sorda e dura che lentamente si infrange, schianta e diviene permeabile alla vita) e l’hai trasformato in un torrente in piena di sentimento, forza, lotta, rivalsa…
      Una tortuosa strada in salita, buia, notturna, che ripercorre all’indietro il vissuto, l’esame di coscienza, il senso di colpa e di vergogna, il rigetto e il vuoto, diviene rally combattivo, spumeggiante… La resa, un infrangersi tumultuoso.
      Io rivolo silenzioso, tu, la tua lettura, rio rombante.
      Il mio cuore calmo e introspettivo (non freddo, l’inverno è finito, anche per me), il tuo gonfio e eccitato.
      E ti vedo, ti riconosco.
      Grazie Red, del confronto, della tua voce.

      • Paolo…aolo…aolo…olo…olo…lo…lo..o…o…Grazie….azie…azie…ie…ie….e…
        Alla faccia dell’eco che c’è in questa gola 😉
        Si va a pesca? Però ti avviso, a me non piace, lo faccio solo per la compagnia: io mi metto lì sgranocchio una pannocchia sul fuoco, ci facciamo un caffè, una sigaretta (io, tu no), un numero di birrette quanto basta per poi mandare indietro “l’esame di coscienza, il senso di colpa e di vergogna, il rigetto e il vuoto” e pensare con la testa-cuore-viscere più libere.

      • Un fiumiciattolo, un ruscello trasparente di montagna (anche senza canna da pesca o pescato). Nei boschi, attraverso i boschi. All’alba, al tramonto. Quanto di più bello? (scriveva bene, il buon vecchio Hemingway, già!) Portiamo anche la tenda!

      • “Nei boschi, attraverso i boschi. All’alba, al tramonto.”
        Posso venire anche io? 🙂
        gb
        Buona giornata per te, Paolo, e per tutti

  4. Un doppio binario di lettura, un viaggio in avanti sulla strada, un viaggio che conosci, le curve che pennelli senza pensare, il gesto automatico dell’abitudine, la trance quasi ipnotica del ronzio del motore. Un viaggio all’interno di te, indietro ma non in linea retta; è una spezzata, si incunea nel profondo della roccia, sembra ripensarci, torna un poco in avanti, fa un angolo acuto, ecco che si apre, una cesura scabra dai bordi aguzzi, gli spigoli vivi dell’anima che solo il tempo e l’acqua/le lacrime ammorbidiranno.

    • Ecco. Mela, come già disse qualcuno, il piacere di scrivere una pagina è quello di poter leggere un commento come questo. Hai le parole giuste. Hai riempito il bianco fra le righe. Hai letto e ci sei scivolata in mezzo. In quell’anfratto, in quella fessura. Dietro i miei occhi, chiusi, nel mio buio. E ne sei riuscita in lacrime cristalline di significato.
      Oggi piango spesso. A volte per un niente. Basta il sorriso di un bambino. E sono felice. Felice di colare così, del mio essere permeabile, penetrabile al sentimento, al respiro della vita.

      • Sono felice se ho potuto per una volta ripagare la bellezza dei commenti che ogni volta tu fai a me.
        Nella mia amata chimica percolare significa filtrare un liquido attraverso una massa solida granulosa.
        Non è forse applicabile anche alla maturazione dell’animo umano. Dalla massa granulosa degli errori, dei rimpianti, delle strade percorse o mai affrontate se ne esce, avendone la forza, purificati.

      • Immagine per me verissima. Metafora perfetta. La tua amata chimica (tramite la quale ho fatto la tua conoscenza in parola scritta) ne ha da vendere. Perché da lì proveniamo. Nell’infinitamente piccolo (o grande), nei meccanismi che noi stessi descriviamo, spieghiamo e riproduciamo, tanta verità sulla nostra esistenza, tanto della nostra stessa essenza. Quella cui sfuggiamo, ribelli. Cui ritorniamo consci, purificati.
        Grazie Mela, vengo presto a trovarti (lo sai che, dopo un po’ di astinenza, devo tornare a allungare la pagina dei commentaires… impossibile resisterti :-)).

      • Eeeeeehhh… Red è un fiume in piena. Ti porta lontano in men che non si dica. Agili dita sulla tastiera che quasi tengono testa al fluido e funambolico pensiero!… Sarà dura, ma non lascio cadere la sfida! 🙂

  5. ogni sentiero della vita è una strettoia che dobbiamo affrontare consapevoli che si può passare oppure restare incagliati.
    Un ottimo post che induce a riflettere sull’analogia della strada e dei suoi pericoli con il percorso della nostra vita.

  6. Bello davvero, Paolo, con la tua scrittura che a me piace molto.
    Sì, ho sentito, ho sentito, ma è tanto tardi e sono stanca…
    Io so di essere roccia friabile.
    Tu sai che io ritorno.
    “La roccia mi preclude il cielo. Ma è solo un momento. Una stretta del cuore, un ricordo. E io, lo so, sono già oltre.”
    Torno con piacere, sì.
    A presto!
    🙂
    gb

  7. Poi quella ferita si chiude e diventa cicatrice: dura sotto la pelle, che quando la sfiori la senti parte di te … da sempre e non ti fa più paura ma forza, una forza che non sapevi neanche di possedere. E lo sguardo diventa fiero e il gesto sicuro e la parola ferma e l’intento determinato. Una bellissima sensaZione !

  8. Un “passaggio” obbligatorio, un sentire addosso paura e irrequietezza per giungere poi alla pura consapevolezza.
    Brividi che sono necessari.
    Sensazioni che si ricercano costantemente.
    È un vero piacere leggerti.
    A presto
    Cecilia

    • Condivido quel richiamo verso l’ignoto, verso ciò che non dominiamo, ma anzi ci sovrasta, ci mette paura, ci educa.
      Grazie Cecilia, e benvenuta a te!
      A presto,
      Paolo

  9. Stavo chiudendo il pc e… non so come mai mi è apparso il tuo “ORRIDO”.
    E…
    Ho letto “ORRI” come un qualcosa che si sta attraversando, che è necessario penetrare anche se ci fa paura e poi… “DO” nota musicale o “io do”…
    Sono stanca, ma ho forte in me la sensazione dell'”ORRI DO”.
    E’ solo una mia sensazione notturna immediata, Paolo. Ha molto di vero però.
    Perché non dirtela?
    Buona nuova settimana
    🙂
    gb

    • Ciao “gb”. Sempre piacevoli e originali le tue apparizioni. Sì, personalissima e originale questa tua lettura. Musicale… Se non erro, tu sei una grande ascoltatrice, magari anche interprete… Sì, c’è un orecchio particolarmente sensibile in questa interpretazione della parola. “Orrido”. “Orri do”. Una parola che nel significato porta con sé paura e bruttura, e ombra… Una parola che porta dei suoni. Scabrosità e suono, tondo, netto. “Do”, di petto. L'”Io do”, liberatorio.

  10. paolo! sono stata un bel po lontano da wp! che bello ritrovarti. ho letto i tuoi ultimi post… tutti bellissimi… come poteva non essere così…. ma sei bellissimo! non ti avevo mai visto! wow! 😀
    ecco beh… leggendo orrido come titolo, non sapevo cosa aspettarmi… ma tutti ogni tanto ci trinneghiamo… vogliamolasciarci andare… ma poi impariamo a volare… e come il fiumiciattolo scaviamo la pietra di ciò che è stato, ma facciamo la curva per NON sapere qual che verrà, andandogli incontro!
    che piacere rileggerti!

    • Ma ben tornata Ale! Sei stata a lungo lontana… (ci racconterai). Sempre un piacere sapere che sei passata.
      Ne deduco che quindi presto torneremo a leggerti!…
      Grazie del complimentone (arrossisco), ma soprattutto del tempo che mi dedichi.
      Un abbraccio, a presto!

      • Grazie paolo! Ma guarda nulla di entusiasmante, in realta… A giugno ho fatto un corso di correzione bozze. E ci davano anche molti compiti… Mi sono cmq divertitita percje il mondo dei libri mi ha sempre affascinato! Poi mare! Ma il fatto ë che anche se ho un po di tempo da dedicare al blog col cell è una tragediaaa! Sto sempre senza giga!
        Cmq ti ho ritrovato in forma! Come sempre molto bello leggerti!
        E si sei bello e hai gli occhi sorridenti!
        A presto!

      • Ancora grazie.
        Dev’essere stata una bella esperienza la tua! Ci racconterai – ora che torni in possesso di un pc e delle condizioni giusti per scrivere, mancava la tua voce… Affascinante il mondo dei libri, sì, e l’arte di riuscire a rendere un’opera armoniosa, bilanciata, corretta… Sono strumenti che ti saranno sicuramente utili.
        Ti aspetto ancora da queste parti – sperando di trovare ispirazione e tempo per scrivere.
        Un abbraccio.

      • guarda, un corso che probabile non mi servirà a nulla… perchè non credo che possa facilmente entrare in case editrici e dove trovo scrittori che mi fanno fare la correzione bozze… ma sinceramentie trovo mi abbia stimolato molto… poi questo mondo è pazzesco… e quanto mi piacerebbe essere una di quelle libraie in quelle librerie di legno che scricchiolano e profumano di cannella e zenzero, con la caffetteria annessa!
        scrivere è un’arte, ma anche saper leggere è un’arte!
        di sicuro non ti libererai di nuovo di me… che mi piace troppo leggerti e poi chiacchierare prendendo spunto dal tuo scritto!
        baciuzzi e buon week end!

      • Già. Si sta bene in mezzo ai libri. Sono vivi, sono compagni. Hai ragione: anche leggere è un’arte.
        Bene. Allora ci troveremo a dissertare e condividere in questo caffè letterario virtuale.
        A presto, Ale, e buon fine settimana anche a te!

    • La mia visione era più “dal basso”, sotterranea, se vuoi, un po’ meno “fiera”, ma forte di una consapevolezza sedimentata lentamente e divenuta roccia scolpita, plasmata.
      Ma in me ruggisce anche qualcosa di più feroce, comunque.
      Grazie del commento e benvenuto.

      • Forse é la consapevolezza é il rigagnolo che ha depositato e scolpito il sedimento?.. il modo in cui affrontavi il vuoto oltre l’ultima roccia.. quando sentivi lo sguardo precluso al cielo.. ho visto la siepe..dell’ “Infinito” di Leopardi

      • E hai ragione. C’è quella domanda, quella reazione all’ostacolo, quella volontà di superarlo nel gesto impulsivo, ribelle, fiero di saltarlo e affrontare il baratro senza paura.
        Ed è bellissimo leggere questa tentazione, questo richiamo, nei versi eterni, così pacati, attenti e sensibili del Maestro. Il suo “vento”, la sua voce, richiama il ruscellare paziente, nel suo lavorio lento, ma implacabile e sofferto, del mio corso d’acqua. Il tetto opprimente e oscuro della roccia, il limite e il confine di quella siepe che separa il vissuto e le sue quotidiane pene, da un tempo e un bene placidamente infiniti.
        Nelle mie parole c’è un’accettazione, che non è resa, ma una sorta di compartecipazione all’agire del tempo e della vita su di me, che forse non trovo nei versi immortali di Leopardi. Ma c’è una comune pace conquistata. Nello stare e nel rimanere, per me. Nel prefigurare ed eludere, per lui.
        Ma forse mi sbaglio, e anche Leopardi in questo sentire e prefigurare il suo “Infinito”, in fondo non fa altro che esaltare il presente e l’azione, a tratti crudele, della vita su di sé. Non ci sarebbe il mare ad accogliere il suo dolce naufragare, senza quella siepe e l’urlo del vento attraverso di essa. Senza l’esperienza del dolore.
        [mamma mia, se mi leggesse qualche esperto leopardiano…]

        PS. Perdonami: ho colto solo adesso il doppio senso… (“Leopardo”) :-))

  11. la prima cosa che sento e che vedo, ogni volta che sono su di una montagna, è la sua grandezza, la forza che sprigiona… e noi a volte così piccoli e fragili, il tuo attraversarla e sentire la sua forma aderire al tuo vivere, a ciò che è stato, o non è stato, per me significa amare anche il luogo dove si vive nonostante questo luogo a volte ci faccia paura… o ci faccia ripercorrere le nostre delusioni…se tutto questo accade è perchè quella montagna ti vive sotto pelle, ti impone quasi ad un deja vù personale, dove alla fine puoi ricordare anche le tue vittorie…
    Mi viene in mente un articolo letto da poghi gg sulla prossima mostra fotografica di Mario Giacomelli a Milano…

    ti lascio qui il link se lo vuoi leggere tutto…
    forse per te non è così collegato al tuo scritto ma io invece ci trovo molte cose in comune…

    http://www.arte.it/calendario-arte/milano/mostra-mario-giacomelli-la-terra-veniva-come-magica-29797

    questo intanto è un suo passaggio, parole che sento profondamente anche mie…

    – Le immagini sono “foreste di segni”, intrecci di significanti che riportano il singolo soggetto all’interno di un tutto indiviso, di un universale, di una serie di interrelazioni che collegano i solchi nella terra alle rughe dei volti alle fenditure dei tronchi. Presenze, simboli dell’umanità, alter ego dell’artista e del suo male di esistere. Un mondo, quello di Giacomelli, in cui le cose non sono classificate, divise, ma appartengono alla stessa realtà, luogo di indistinte connessioni. In questo mondo il fotografo entra con il suo corpo, attraverso l’autoscatto, con l’inclusione della sua ombra. “Non vorrei ripetere le cose visibili, ma renderle visibili, interiorizzate, vorrei poter scivolare sotto la pelle delle cose, poter mostrare l’energia che passa tra l’anima mia e le cose che mi sono attorno”, scrive. E’ un mondo in continuo mutamento, una metamorfosi incessante che Giacomelli segue intervenendo sulla stessa foto in tempi diversi, con mutazioni, riprese, recuperi, ristampe, riattualizzando, dando nuovi significati. –

    ciao Paolo ❤

    • Ma che splendido collegamento, Cristina, un vero regalo! Mi dai accesso a una lettura interessantissima. Ti ringrazio. Di certo tornerò su queste parole, le tue, quelle di Giacomelli.

  12. SABATOBLOGGER 55 – I blog che seguo | intempestivoviandante's Blog

  13. La strada è lì, nella roccia spaccata, come i casi della vita che strappano le carne e sono le gocce di sangue a scavare il cuore di pietra. Diventato pietra. La geologia ha sempre buone metafore. Stratificazioni. Scivolamenti. Un cuore friabile. Un cuore plasmabile. Un cuore inerte. Un cuore fragile. Un cuore di natura vulcanica. Un cuore schiacciato. Uno strato sopra l’altro. Innegabili. Non rinnegabili. Quella strada li conosce tutti gli strati del cuore. Il suo invito ad interromperti è la sfida della Natura che non sa se reggerà il prossimo terremoto. Ma il futuro conosce la bellezza dei fossili e tutto quello che possono raccontare. Il fondo del mare diventerà una vetta da scalare, racchiuderà nel suo ventre tesori da scoprire.

    (All’inzio, o alla fine, c’è, per chi crede, la consolazione della fede: una madonna che non vede mai il sole. Indomita. Sotto una pioggia eterna, che in un precoce inverno si fa ghiaccio che la abbraccia. Un segno della croce per iniziare il cammino, un segno della croce per esserne usciti sani e salvi)

    • Wow – se permetti – lo dico io! 🙂
      Grazie dello splendido commento, Silvia. Aggiunge infinite sfumature, infinite letture. Nuove vie; nella roccia e nella mente; venature nel cuore che batte.
      La pietra, sì, ci assomiglia. E’ parte della natura di cui facciamo parte. Carne e ossa, così effimeri e deperibili rispetto alla resistenza e alla compatta matrice minerale. Ma noi di quell’acqua che lavora e scalfisce, lavora con pazienza e modella con cura siamo figli…
      Noi che nelle pieghe della nostra chimica portiamo incisa tutta la nostra storia. Noi nella Natura, la Natura dentro di noi. Gli stessi cicli, le stesse paure, gli stessi errori. Le stesse conquiste.
      Mi piace molto la visione che mi hai regalato: “il futuro conosce la bellezza dei fossili”. La verità, la bellezza, la meraviglia non hanno tempo. Nulla è perduto per la curiosità di un cuore alla ricerca di senso.
      E mi piace anche l’ultima immagine, che lasci in coda al tuo commento. In una parentesi sussurrata, per un cuore che voglia ascoltare. E’ così appropriata, dato che su una curva di quella strada, nel buio di un cielo sempre negato, una Madonna campeggia davvero. Salda, inamovibile, nella sua fiducia, nella sua convinzione; nel suo sguardo fermo puntato non al cielo, ma su quel varco nella pietra spaccata, incavata, aperta; così come nella breccia del cuore devoto del viandante…]

      • Il titolo, la foto e la breve descrizione del luogo mi hanno fatto venire un mente una strada che percorrevo da piccola con i miei genitori per andare in montagna; in questo orrido c’è proprio una Madonna. (deve essere una caratteristica degli orridi) In inverno si formavano delle stalattiti di ghiaccio enormi, era tutto un ghiaccio, sembrava un altro pianeta. E poi sembrava piovesse sempre in estate. La roccia formava una specie di galleria. Era il mio pezzo di strada preferito. Il resto, una curva dopo l’altra, segnava il calvario fino alla meta, all’andata e il termine del supplizio al ritorno. Ci devo ripassare un giorno o l’altro per vedere che effetto mi fa.
        MI è sempre piaciuta la metafora dell’acqua, nella sua semplicità, descrive meglio di qualsiasi altro elemento, la potenza e la costanza del divenire. Panta rei. Tutto scorre. Inevitabile. E’ difficile farne a meno quando si scrive, come le strade. Che ci sono quelle che si percorrono ogni giorno e diventano così familiari e docili al volante e poi si interrompono, si dimenticano. E anche loro in qualche modo crescono, si modificano, che ci ripassi e non le riconosci più, non ti riconosci più.

        (però di una cosa son sicura , se ricordo bene il mio orrido, ci vorrebbe un cataclisma per cambiarlo!)

      • Madonne a protezione, a raccogliere invocazioni e propositi nel momento della prova. L’orrido. E’ un simbolo. Un passaggio. Un varco, fra il prima e il dopo. In mezzo la prova, il buio, la paura, ma anche la scoperta, la conoscenza. Di sé, di un’interiorità.
        La tua descrizione si sposa bene anche al “mio” di orrido. Stalattiti di ghiaccio (nei pressi della cappelletta c’è anche un deposito di sale e sabbia, per sgelare e rendere meno sdrucciolevole la strada), venute d’acqua dalle rocce dopo l’inverno…
        Quell’orrido rappresenta per me una porta d’ingresso che oltre a farmi accedere all’amata valle e alle cime prealpine ormai così familiari, immette a una sfera del ricordo e del vissuto, strettamente legato a quei luoghi. Memorie che sono a tratti dolorose, come un fio da pagare a ogni passaggio. La forca della coscienza che costringere ad abbassare il capo e ad ammettere la colpa. A chiedere ed ammettere un perdono.
        E’ molto caro, ormai, questo luogo. Così intimo. Nella sua lenta e faticosa metamorfosi non preclude la speranza.

  14. Nota di viaggio. L’orrido c’è ancora, come immaginavo! 😉 La porta è una galleria scavata nella roccia. Di quelle a roccia viva. Non me la ricordavo. Poi si entra nell’antro. La Madonna non c’è subito, ma è più o meno a metà. il timore di crolli ha ingabbiato la montagna, una tettoia di metallo protegge la strada e mette il guinzaglio alla natura selvaggia. Poi la strada, una curva dopo l’altra, senza soluzione di continuità, passa in mezzo a boschi e sorgenti e a una cascatella che cade su una sporgenza coperta di muschio verdissimo. Cose belle che solo gli gnomi. 🙂

    • Davvero somiglianze, analogie, coincidenze… Facili se vuoi, ma nemmeno poi così tanto. Perché è dentro di noi, quel paesaggio. Anche il mio Orrido (ho deciso che va usata la maiuscola) è stato imbrigliato (se non erro nel 2007; la foto che ho allegato la mio post è degli ultimi giorni che precedettero l’ingabbiamento protettivo); anche la mia Madonna rassicura e rammenta a metà del passaggio, sulla terz’ultima curva… E poi la cascatella su muschi e licheni, poco più su, sulla sinistra, giardino elfico naturale!…
      Mi vien quasi da dire che stiamo descrivendo la stessa cosa, e un po’ è così, ma il dettaglio dell’ingresso lascia spazio a una e infinite altre personalissime declinazioni…
      Grazie della condivisione!

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