Diario segreto di un sociopatico

 

 

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“Sembra alle volte che tutto si fermi.

Uno dopo l’altro, i tuoi mondi smettono di muovere.

E tu sei fermo con loro, nel tempo.”

 

 

 

 

E’ con immenso piacere che comunico l’uscita della raccolta di racconti

DIARIO SEGRETO DI UN SOCIOPATICO

 

In collaborazione con

Ivan Ferrari

Eleonora Piana

Andrea Guerrieri

Roberto Albini

 

Disponibile on line

 

 

https://glielefantiedizioni.wordpress.com/

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22 thoughts on “Diario segreto di un sociopatico

    • Sì, una grande emozione!
      In particolare quella di veder nascere, crescere e ultimarsi un lavoro fatto così, “a più voci”. Una bellissima esperienza.

  1. Orpolà! Poffarbacco! Accidempolina! Oddio Paolo e adesso come faccio? Mi sento in soggezzzzione. Pure con l’Albù…No, no ragà, robbba troppo grossa. Nun gliela fò, sono degno di scioglierti i calzari ma non sono degno di rispondere ai tuoi commenti. Quasi quasi ti banno, senza rancore o tua colpa. Mia difesa.
    Anzi no, poi ti potresti offendere, pure legittimamente…Allora, chiudo baVacca e buVattini e m’imbarco – una volta e per sempre – su quel fottutissimo cargo battente bandiera liberiana (che poi com’è fatta ‘sta bandiera della Liberia?)
    Grande, maestoso Paolo! Sono contento e adesso mi toccherà dare degli altri soldi all’Amazzone senza che – come il mio kharma impone – me la dia. Complimenti! Di cuore.

  2. NON COSTITUISCE REATO
    Cammino in salita. Conto i passi, tra un respiro e l’altro: uno due tre, un rosario senza avemarie, per quante volte? Tutte. Tutte quelle che ho peccato.

    Cammino in salita, conto i passi, per chiedere perdono.

    Sento i rintocchi del campanile in fondo alla valle. E’ l’ora vuota, col suo grigio in bilico, l’ora sempre uguale del tempo morto, anche se il tempo non si è fermato.

    Un respiro per quella volta che ho promesso, un respiro per quella volta che non ho mantenuto.

    Un respiro per quella volta che ho sperato, un respiro per quella volta che ho desiderato.

    Una curva, la pendenza cambia, il ritmo si spezza, uno due tre quattro un respiro, per quella volta che ho dimenticato, per quella volta che ho parlato.

    Non so dove sto andando, cammino, vado avanti, voglio sentire la fatica, l’affanno, voglio non farcela più, voglio polmoni che bruciano, per quella volta che ho tradito.

    L’aria è fredda, il sole di dicembre pare appoggiato sopra il contorno di una cima, i raggi obliqui allungano le ombre, le stravolgono; la mia è sgraziata, deformata, non mi appartiene così spigolosa. Dovrei voltarmi indietro per lasciarmela alle spalle, ma non posso. Così, come deve essere, l’ombra mi cammina accanto e con me calpesta quello che resta dell’autunno: materia vegetale in decomposizione.

    Mi fermo, guardo per terra: foglie secche, aghi di pino, sassolini, formano una fanghiglia indefinita, verdognola e gelida. Raccolgo tra le mani questa sostanza senza nome, mi sporco, la faccio passare tra le dita, sul dorso. Le mani si arrossano, la pelle brucia per i graffi.

    Questo è quello che resta: una dannazione incompleta, indulgente, terrena.

    ************
    (Le righe del tuo diario scorrono veloci. Sono tornata indietro più di una volta. C’è una intensità tutta diversa quando si scrive – e poi si legge – in prima persona. C’è il vissuto rivissuto. Non importa sapere se è passato attraverso la lente della verosimiglianza, o quella della memoria. E poi c’è il finale lungo, è quello che ti spiazza. Che ti invidio. Sei bravo! Così mi sono permessa le righe qui sopra, ma l’unica pretesa che hanno è quella di essere una goccia nel mare. Quando ti leggo non sono capace di dire semplicemente mi piace. Mi piace dirtelo a modo mio)

    Silvia

    • Accidenti!
      L’hai letto!
      Grazie della fiducia, davvero!

      Ho letto rapidamente le tue righe. Voracemente, è più opportuno dire.
      In questo giorno di frenesia-assalto all’arma bianca-mal di testa-portatemi via di qui… che è il rientro al lavoro.
      Ci tornerò sopra per dirti la mia.
      Ovviamente.

      Intanto grazie.
      I tuoi commenti, il tuo speciale modo di comporre ciò che sarebbe stupido oltre che inadeguato definire “commenti” è sempre graditissimo e apprezzatissimo.

      Paolo

    • “Non costituisce reato”
      Mi piace il titolo che hai dato al mantra, alla litania, alla preghiera che, in sé, contiene l’espiazione.

      Ci si condanna.
      Difficilmente ci si assolve.
      Ci vuole tempo. (e non solo: bisogna evolvere, compiere un processo; bisogna morire e rinascere)
      Un tempo sferico che potrebbe non avere mai fine.
      Una “bolla” esistenziale, che di fatto si trasforma in gabbia e scudo insieme.
      Pericolosa. Taglia fuori, congela, iberna. Affranca da qualsiasi altra contaminazione e messa in gioco.
      Pericoloso avvicinare, innamorarsi di un cuore in inverno.

      Hai letto bene, Silvia, come sempre.
      Sei entrata sotto le righe, le hai sentite, le hai fatte tue.
      Le hai riscritte.
      La salita, la fatica, il sudore, la catarsi. Il tentativo di espiare.
      E poi l’inverno. E il dolore che non si avverte nemmeno più (la pelle è scorza dura, insensibile ormai), si fa mero esercizio, riprova di un essere altrove, distanti.
      In attesa di una nuova primavera, una rinascita. Forse. (ci si augura)
      Della salvezza. Per chi vuole crederci.

      Mi è piaciuta molto la tua immagine dell’ombra allungata e distorta sul niveo biancore del suolo. Ombra deformata, abietta, rinnegata, ripudiata, ma inseparabile, ineludibile.
      Bisogna farci i conti, prima o poi.
      E tutto può tornare ad avere un altro aspetto.
      Dipende da noi. (o soprattutto da noi)
      La nostra condanna, la nostra dannazione.
      E la nostra assoluzione.

  3. Bisognerebbe imparare da quegli insetti che volano a pelo dell’acqua, si appoggiano, non sprofondano mai. E sorvolano, senza librarsi mai troppo in alto. Vivono oscillando dentro un confine sicuro.

    La solitudine non è una malattia. C’è chi ha gli occhi azzurri, chi un naso importante.
    La solitudine è essere diversi, dentro un mondo fatto di persone in cui si vive e si interagisce, consapevoli che una parte di se stessi non è condivisibile con nessun altro, se non attraverso una comunicazione altra, un linguaggio un codice, una logica esoterica.

    E’ il lavoro del naufrago, del sopravvissuto. La sponda raggiunta è salvezza, solo fino a quando le onde non l’avranno erosa.

    La solitudine vera non oscilla, come l’insetto, dentro un confine sicuro. Non è un porto sicuro, è adattarsi, sperimentare, per poter vivere, sapendo di non appartenere a nessuno.

    La solitudine è un mondo segreto, fatto di infiniti possibili accessi. Le chiavi per aprirli sono rare.

    • Sì. Mi piace il modo in cui hai descritto la solitudine. Non è una malattia, sono perfettamente d’accordo. E’ questione di modi di essere, di sensibilità, di linguaggi… Non possiamo essere gli stessi, né entrare in contatto per e con chiunque. Non esiste una via, ma infinite. Pirandello insegna, trasformando questa banale constatazione in una teoria universale.
      Da questa estrema relatività deriva una sostanziale sfiducia nell’autenticità del dialogo, nella possibilità della comunicazione. E se ne deduce che la solitudine è forse l’unico vero stato possibile per ognuno di noi. In assoluto.
      Ma esistono eccezioni. Anche in questo concordo con te. Anche solo temporanee. Squarci momentanei nel tessuto convesso che ci contiene. Aperture nell’involto che ci definisce, limita e protegge (associando dimensioni e concetti contrapposti, è questo “universo” che intendo, quando parlo di “tempo sferico”).
      In quegli attimi, attraverso quelle “fessure” (che poi sono quelle per le quali passa la luce, come diceva Hemingway) avviene il miracolo.
      Si può avere accesso.
      Si stabilisce un contatto.

      • Non so dove ho letto (forse qui da qualche parte?) che ci piacciono gli scrittori che ci raccontano qualcosa con le parole che noi non saremmo mai stati capaci di scrivere, proprio le esatte parole che si adattano alla perfezione a un nostro sentire. E’ confortante, e in questo mi ripeto, sapere di non essere soli. Ci sono Pirandello, Hemingway, Szymborska, Walcott, Saramago, Montale, Pessoa, Kundera. Li prendi dalla libreria, li leggi, e ti parlano. Può capitare di ascoltarli in modo diverso, trovare parole che ti erano sfuggite, li rileggi, a volte, che sembra la prima volta. E’ la potenza della Letteratura, proprio quella con la elle maiuscola. E’ gente mi viene da dire che è di un altro pianeta. O semplicemente eccezioni che confermano la regola del genio. Sono i nostri Maestri.
        Non ho detto niente di nuovo, né di originale. Perdona la banalità di questa premessa.

        Ma, Paolo Beretta che scrive e che, troppo spesso, scrive proprio le esatte parole che si adattano alla perfezione al mio sentire, esiste, davvero. Non è solo un libro in una libreria dove posso sottolineare un passo, scrivere una nota a margine (per questo è un peccato sia solo un e book!) A Paolo Beretta scrivo il mio pensiero e ho un riscontro, un incontro, uno scontro? Di più. Di meglio. Forse, un piacere reciproco. Un contatto. La parola che preferisco è corrispondenza. Mi piace come sa cambiare registro, come nelle sue parole si percepiscono le sue intenzioni. Alla fine troverò qualcosa che non mi piace?

        Ciao Paolo,

        Silvia

      • Silvia, sei troppo generosa!
        Ma è ovvio che quanto hai scritto mi riempie di gioia e di fiducia.
        “Corrispondenza”.
        Bellissima parola, importante.

        Tornerò su questo tuo commento.
        Assolutamente.

        (non sono sullo scaffale di una libreria, ma, come diceva con infinita rabbia e disperazione l’alter ego del buon vecchio C. Bukowsky, c’è qualcuno che mi ruba il tempo e il vivere; e non si rende nemmeno conto di cosa questo significhi…)

        Intanto grazie.
        Un abbraccio,
        Paolo

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