Sala d’attesa

Giù al dinghy

Quando giunse all’estremità del molo si accovacciò, facendo crocchiare le ginocchia, sul bordo di destra, e abbassò gli occhi su Lionel. Li separava la lunghezza di un remo, forse meno. Il bambino non guardò su.

[“Giù al dinghy“, J.D. Salinger]

 

 

 

La porta è aperta e mi siedo vicino all’entrata. Non ho idea di quanto dovrò aspettare: un’ora, pochi minuti, dipende dalle condizioni della donna. I farmaci le concedono solo qualche sprazzo di lucidità.
Oltre a me, nella sala d’attesa c’è un ragazzo, col quale, entrando, scambio solo un cenno di saluto. Lo osservo sfogliare svogliatamente le pagine sgualcite di una rivista e mi chiedo chi stia aspettando, se sia venuto a trovare qualcuno, una persona cara. O se invece sia solo un accompagnatore, come me, una presenza al margine. Fisso quel volto annoiato, scurito dai peli della prima barba, e provo a ricordare come mi sentivo alla sua età, come reagivo allora di fronte alla malattia, alla morte.
Il giovane getta la rivista su una sedia, punta i gomiti sulle ginocchia e affonda le dita nel folto dei capelli scuri. Scruto i suoi gesti e mi torna in mente la scena di “Giù al dinghy“: il modo in cui il ragazzino imbronciato, rifugiatosi sulla barca, al pontile, strattona la barra del timone, respingendo i tentativi d’approccio di sua madre. Il mio vicino ha qualche anno in più di lui. Lo stesso rifiuto sul volto.

Mi alzo e raggiungo l’unica finestra di quella stanza priva di decoro. Fuori piove, ma ciò che vedo è il soggiorno di mia madre e lei che lo percorre avanti e indietro mormorando mezze frasi a voce alta, ripetendo gli stessi gesti. Si siede accanto al telefono e lo fissa in silenzio. Sfiora la cornetta, ne picchietta il dorso con le dita senza decidersi ad alzarla, infine si allontana. <> Mi sfila la sigaretta dalle dita, ne aspira una boccata. <> Dice melodrammatica.
Torna di nuovo al telefono, solleva il ricevitore e finalmente compone il numero appuntato sul taccuino rimasto aperto tutto il tempo. Prende nota ripetendo ad alta voce: <>
Mette giù, chiude il taccuino e mi guarda con occhi assenti. <> ripete meccanicamente. Infine si alza, si stira la gonna, si ravvia i capelli.
<> riflette seria.

Un tintinnio alle mie spalle, il ragazzo gioca facendo scivolare delle monetine sul piano di un tavolino. Un paio rotolano sul pavimento.
Secondo piano, stanza 237, non è stato difficile trovarla. Faticoso, quello sì. Nel percorrere i diverticoli ospedalieri, mia madre si ferma più volte, prima con la scusa di andare in bagno, poi per via delle scarpe che le fanno male ai piedi. Il fatto è che avvicinandosi alla meta il suo passo diventa sempre più pesante. A un tratto si appoggia a una parete a metà corsia. Ha l’aria sfinita, sconvolta. I suoi occhi ansiosi fissano me che l’aspetto pochi metri più avanti. Sembriamo un piccolo corteo funebre che non vuole saperne di giungere a destinazione.
Arrivati al reparto, aspetto che raggiunga da sola la camera, gli occhi puntati sul numero stampato sopra una porta chiusa. Qualcuno la apre dall’interno e la vedo scomparire oltre la soglia, in penombra.

Il ragazzo sbuffa. Non so se sia noia o insofferenza. Il fatto di essere obbligato a rimanere in una sala d’aspetto, quando potrebbe e vorrebbe essere altrove, con gli amici, in un campo da calcio. O al capezzale di sua madre.
Incrocio il suo sguardo dietro un paio di occhiali dalla montatura nera. Lui allunga un piede di scatto, urtando una sedia. Il rumore che fa, stridendo sul pavimento, invade la stanza. Osservo le sue gambe abbronzate, i capelli ispidi e spettinati, la sua aria da animale in gabbia. Lui starnutisce e si stringe nelle spalle, avvolte in una t-shirt troppo leggera. Poi prende il libro che stava a faccia in giù sulla sedia accanto alla sua. Legge tenendo il libro in una mano, mentre con l’altra si tormenta i capelli sopra la fronte. Mi sporgo incuriosito. “Moby Dick“, riesco a sbirciare. Mi chiedo cosa ne pensa, mentre tasto il pacchetto di sigarette nel taschino della camicia. Scendo a fumarne una e quando torno glielo chiedo, mi dico.

Al mio ritorno, però, il ragazzo non c’è più. Unici segni del suo passaggio la rivista stropicciata e gli spiccioli sul tavolino. Deluso, mi siedo al suo posto e mentre osservo un’infermiera attraversare il corridoio in silenzio, sento di aver perso un’occasione.
Non mi resta che attendere, penso. Poi vedo mia madre, di spalle, oltre la soglia. Non sa dove mi trovo e con passo incerto supera la sala d’attesa, guardandosi in giro con aria smarrita. Mi fa tenerezza. La chiamo, lei si volta, ha il viso trasfigurato. Per la fatica di riconoscere l’essere umano con cui ha appena parlato.
<> dice quasi piangendo. <> ripete più volte. <> aggiunge <>

Usciamo da lì. Il cielo s’è aperto, non piove più. Saliamo in macchina e ci avviamo verso casa. La piana riprende colore a squarci, le nuvole sono sculture sdraiate. Torna la vita, fra i campi di grano, le risaie, le barche tirate a riva.
<> dico <>
Lei mi lancia uno sguardo stupito e fa no con la testa. Poi guarda fuori in silenzio.
<> dice dopo un momento. E sorride bambina.

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26 thoughts on “Sala d’attesa

  1. Un momento di intimità, una rappresentazione garbata dell’inevitabile squallore della morte. La noia rassegnata di chi attende, il gesto meccanico per distrarre la mente, per non voler o dover pensare, la vita che scorre avanti, comunque e nonostante tutto. Una scrittura asciutta, la tua, ma ricercata e precisa, che non lascia scampo, senza arzigogoli. Bello e potente, ho fiutato l’odore di ospedale, ho sentito la scomodità della sedia di formica, ho percepito sollievo nell’uscire da lì.

      • Mela, in onore dell’impressionante lavoro di Edward Hopper, fonte di ispirazione per molti, faccio un link trasversale sui nostri tracciati e discorsi e riporto qui un estratto di J.D. Salinger, sempre da “Giù al dinghy”. Rileggendolo, è stato come rimettere piede alla mostra.

        “Boo Boo si accorse con sorpresa che le riusciva difficile tenere ininterrottamente a fuoco suo figlio. Non che il sole fosse particolarmente caldo [è ottobre, ndr], ma splendeva di una luce così vivida da rendere qualsiasi immagine un po’ lontana – un bambino, una barca – altrettanto incerta e cangiante che un pezzo di legno nell’acqua.”

      • Se ora chiudo gli occhi sono sotto il faro a rimirare l’Oceano.
        La magia delle connessioni che si creano è ogni volta fonte di stupore. Ieri ho commentato il post di Kalosf, il nuovo percorso che ci attende per maggio, proprio usando una frase di Hopper, che avrai letto anche tu alla mostra. Buona giornata Paolo caro.

      • Letto. Pensieri e percorsi concentrici e trasversali insieme. Tutti da seguire, da godere. Contaminazioni reciproche sempre stimolanti. Seguiremo anche la luce di Kalofs scorrere sulla superficie delle cose cambiando gradazione, umore, visione.
        Buona giornata a te.

  2. Bello, Paolo. Sì, bello.
    La vita e la morte si incrociano come le varie età che sono in noi.
    L’odore dell’ospedale ho sentito forte e la lunga attesa, l’ansia, i diversi modi di reagire, il dolore e l’amore.
    E ho visto il “sorriso bambino” di tua madre.
    Scritto il tuo che penetra.
    Sai che torno per rileggere. 😉
    Un saluto caro
    Buon pomeriggio
    🙂
    gb

    • Ammetto, cara “gb”, che ero un po’ preoccupato nel proporre ancora, seppur in forma diversa, d’avvicinamento e d’attesa, il tema della morte. Ma in questo brano non c’è solo quella, anzi. C’è l’importanza del prima. Delle opportunità di dialogo e confronto fra generazioni, che la vita ci dà. E tu hai sottolineato, con la tua prima lettura, ciò che più di tutto volevo portare alla luce con questo mio scritto (vedi anche l’illustrazione e la citazione): in noi convivono diverse età. In contatto e in comunicazione fra loro. Più cara di tutte mi è (e lo dico con un senso di nostalgia, di occasione mancata) l’infanzia. A tratti facciamo riemergere l’una sull’altra. La vecchiaia, si dice, ci riavvicina all’infanzia. Il difficile è rimanere bambini, preservare il bambino che è in noi, con le sue visioni e le sue esigenze, anche nel mezzo dell’età adulta, del turbinio e delle distrazioni della vita. Spesso lontani, purtroppo, dall’essenza. Boo Boo (la giovane mamma, protagonista del racconto di J.D. Salinger) è maestra in questo. Non perde il contatto. Con suo figlio, con una parte di se stessa. Il mio alter ego protagonista, invece, lo è un po’ meno. Anche se quello che ha di fronte non è suo figlio, riconosce in lui un’opportunità, per entrare in contatto. Con lui e una parte di se stesso, che è forse sepolta, contratta, repressa. Ma recupera sul finale (dove il parallelismo con “Giù al dinghy” trova una chiusura in qualche modo circolare, rilanciando di una generazione). Non è mai troppo tardi. Per vedere e ritrovare il bambino che abbiamo di fronte e dentro di noi.
      Grazie del tuo commento e della sempre attenta, sensibile lettura.

  3. L’hai fatto di nuovo. Mi hai lasciato in sospensione con le dita sulla tastiera, desideroso di comunicare che hai colpito, sei arrivato, come un traghettatore, mi hai portato sull’altra sponda non so di quale fiume o lago, ora posso vedere cosa c’è da questa parte, mi sono girato per ringraziarti e tu non c’eri più! Ero quasi sul punto di lasciare perdere un commento che sarebbe stato inutile…Quoto lamelabacata: asciutto, preciso, senza arzigogoli (e qui t’invidio, io giro e orig la parola…). Bello, potentissimo, sì non lascia scampo! Non potevo però non lasciarti un segno: non un commento che non può aggiungere, nè voglio aggiungere altro, se non il mio sentito grazie.

  4. Racconto non facile, giocato tutto su una pietà asciutta, quasi asettica.
    c’è un doppio diaframma qui tra le parole e la morte: la voce narrante è una “presenza al margine”, un accompagnatore, non coinvolto direttamente, che segue la propria madre, a sua volta semplice testimone della morte imminente (suppongo) di una conoscente. Ecco allora che le parole si possono rimescolare in uno scenario stranito in cui le monetine abbandonate sul tavolo e la pezza passata sulle gambe dell’inferma sembrano avere la stessa valenza.
    E le parole, solo loro, scisse dalle emozioni, ci mostrano lo stacco generazionale: la madre percepisce attorno a sè l’alito della morte, come pensasse “presto toccherà a me”, il figlio, nonostante il luogo in cui si trova, sembra esserne ancora immune.
    Hai penna chirurgica qui e l'”intervento” va a buon fine.
    ml

    • Hai colto, come sempre, dal tuo sensibile e invidiabile punto di vista, elementi che non sapevo nemmeno di aver inserito nel mio racconto. Ora vedo anch’io quel velo, il doppio diaframma, la distanza che ho interposto. L’origine del mio narrare asciutto e, talvolta, freddo. Sono stato ancora più “bisturi” del solito (difficilmente abbandono il bianco e nero, in effetti).
      Grazie Massimo. Le tue letture sono sempre luci aggiunte. Che portano motivazioni, emozioni, scoprono colori.

  5. Quello che mi colpisce forte a una lettura notturna è quanto questo tuo racconto parli della vita (e la vita è anche una sala di attesa dove essere “in attesa” e cogliere molto e dove più generazioni si incontrano) e… di conseguenza della morte come fatto naturale della vita.
    C’è poi un’esplosione di “vita colorata” nel finale, di un rapporto bello tra figlio e madre.
    “La piana riprende colore a squarci, le nuvole sono sculture sdraiate.”
    E quel “sorriso bambino” colto dal figlio sul volto della madre.
    Poi c’è molto altro che ho captato ad iniziare dalla immagine così viva e dalle parole di Salinger.
    Sì, c’è una circolarità tra la parte “introduttiva” e la fine del racconto.
    Le mie “antenne” sono stanche ora e, poi, vogliono ritornare qui da te. 😉
    A una prossima puntata, Paolo.
    Buona notte
    🙂
    gb

    • Chiedo scusa per la ripetizione dei termini.
      E’ notte. E’ comunque così bello entrare in un racconto un po’ stanchi, sì.
      🙂
      gb

    • Concordi con questa mia lettura notturna, Paolo?
      Per me, sì, in questo tuo racconto c’è la vita che è una sala d’attesa in cui accade tutto…
      La morte è presentata come fatto naturale della vita.
      La morte è raccontata dalla madre mischiata con il sentimento d’amore che lei sente tra chi muore e il marito.
      E ci sono gli scontri generazionali e gli incontri e il convivere delle varie età in ognuno di noi.
      Hai abbandonato il bianco e nero nel finale, Paolo.
      Un sorriso
      gb

      • Sì, “gb”, mi ritrovo nella tua lettura. Il racconto parla dell’opportunità che ci è data, nella vita, di nutrire e rispettare i nostri sogni (in una precedente versione del racconto c’era una parte, che ho rimosso, in cui aprivo una finestra sulla giovinezza della madre del protagonista e le origini del suo rapporto di amicizia con la donna malata, i sogni e le prospettive di quell’età; rimasti congelati, dimenticati, superati, nel tempo), di curare le nostre relazioni umane, il nostro bisogno di affetto, di condivisione… E questo, nonostante tutto abbia una “fine” certa. La morte, più di ogni altra cosa, mette in evidenza l’importanza di non lasciar cadere questa opportunità. Il “colore” del finale è, come hai giustamente sottolineato, il segno che la vita pulsa nel momento in cui le diamo veramente ascolto.
        Hai letto bene, a mio avviso, hai letto cose che ho letto e leggo anch’io.
        Grazie, un sorriso a te.

      • Beh, ti ho fatto anche capire che apprezzo molto il titolo che hai dato al tuo racconto.
        Forse hai fatto bene a rimuovere quella parte precedente a cui accenni.
        Bisogna immaginare leggendo e nelle poche parole della madre si sente bene il vissuto.
        Il tuo racconto è valido in questo mondo (con quell’introduzione e quell’immagine anche).
        Buone ore, Paolo.
        Un sorriso
        gb

      • Sì. Il tempo d’attesa ha il suo valore. La vita è un transito. E sono d’accordo con te. Non era necessario esplicitare, esemplificare. Ognuno di noi ha attraversato e sta attraversando il vissuto. Conosce la valenza del ricordo, delle prime esperienze della giovinezza e del susseguirsi di quelle della vita adulta. Amo la scrittura asciutta, che sottrae a favore della libertà e dell’esperienza di chi legge. Al tempo stesso, vorrei fosse chiaro il ciò che voglio toccare.
        Sono felice ti sia piaciuta anche la citazione. I racconti di Salinger sono dei capolavori di sensibilità, raffinatezza, ironia. Racchiudono verità profonde, portate alla luce da uno sguardo che sa incidere e decorare con estrema maestria. Sono delle vere e proprie opere d’arte.

      • Paolo, è chiarissimo ciò che tu volevi toccare in questo tuo scritto.
        L’ho sentito immediatamente io che sono solo una lettrice comune.
        La citazione che hai scelto è perfetta con quell’ immagine che mi piace molto perché con pochi tratti dice tantissimo.
        Ti ho già scritto che io colgo un legame profondo tra questo “inizio” e la fine del tuo racconto.
        Concordo con te sul lavoro di Salinger.
        Ti auguro una notte buona.
        gb
        E’ bello scambiarsi le proprie sensazioni… in questa sala d’attesa. 🙂

  6. un altro racconto dei tuoi che ci porta a riflettere sulle stagioni della vita…. il sorriso bambino di tua mamma ci fa capire che le emozioni le sensazioni le gioie e i dolori sono per tutte le età… non ci abbandonano… il dolore per la morte, la rassegnazione dell’attesa, cercare la gioia di andare avanti… mi hai portato per mano durante tutto lo scritto….

  7. i gesti che hai raccontato del ragazzo in parte mi hanno ricordato mio figlio 🙂 che nelle sale d’attesa è sempre impaziente…
    E chissà cosa veramente pensava quel ragazzo del libro Moby Dick;
    … la sospensione è raccontata in modo egregio, ma da te si sa, la sala d’attesa, tu che attendi tua madre, il ragazzo attende qualcun altro …sembra una vita di attese, qualcuno che attende la fine, qualcuno che attende un cenno di vita… grazie Paolo, sto cercando di recuperare le tue letture ma è ancora molto difficile per me …
    un abbraccio a presto ….

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