In punto di morte

Letto di morte

Egon Schiele sul letto di morte, 1° Novembre 1918.
Fotografia di Martha Fein

 

C’è chi di morti ne ha viste più d’una. Di morti in casa, intendo. Mia madre, ad esempio, che ha strappato la sua ad aghi e tubi per assisterla in casa, fino alla fine. E l’ha tenuta fra le braccia in quell’ultima notte di lotta, quando la luce dal comodino gliel’ha rivelata di nuovo, da scomparsa che era. Prima un gemito, un cigolio, poi due mani e un corpo, appesi alla croce. Vide prima le dita, artritiche e forti, strette come artigli, alla rete del letto. Poi la testa, occhi serrati, le sopracciglia unite in uno spasmo di repulsione, di visione, di ammissione. I capelli sottili e fragili come crini, ancora severamente raccolti in quella sua lunga treccia ritorta, color del rame. Sul suo volto d’uccello un urlo scolpito. Sul pavimento, sotto il letto, il resto. Le gambe unite in un unico ramo nodoso, cimato e spoglio, il ventre, il bacino, immersi con loro in quel pozzo.

Io non c’ero. Ero all’estero. Non l’ho salutata. Né seppi dire o fare nulla, la mattina di qualche anno prima, quando toccò allo zio. Ero l’unico in casa quel giorno. Mi svegliò la badante, non ricordo che ora fosse, il sole era già alto. “Vieni. Sta morendo”, disse neutra, constatando un’evidenza per me ancora incomprensibile. Non ci fu in quell’adunata né allarme, né compassione. Era il primo passo di un meccanico cerimoniale, cui avrei dovuto essere preparato. Ma non era così e i modi, la voce, la presenza stessa di quella donna mi urtarono. Salii le scale di corsa, accigliato. Entrai nella camera dello zio. La luce del giorno, sfacciata, la denudava senza pudore. Lo zio era ancora vivo. Respirava. La testa reclinata all’indietro, la bocca aperta, scomposta, il busto rannicchiato in una spessa maglia di lana, sostenuto dai cuscini. In testa una berretta irriverente. Le palpebre disseccate non arginavano il vitreo degli occhi. Teneva le mani incrociate sul ventre in una posa imposta. Le carezzai, le sciolsi. Erano rigide e fredde, orrendamente. Non gli appartenevano più. Ma respirava ancora, affannosamente. Non sapevo cosa fare. Dietro di me, vidi quella donna sorridere ostinata. Il suo sguardo diceva che non c’era nulla da fare. Ma come?!, volevo urlare, è ancora vivo. Chiamiamo il dottore, pensai. Fu allora che udii quel suono. Inspiegabile, inumano. Parve venire dalle interiora della casa. Mi voltai. Un rumoroso gorgoglio aveva sostituito il respiro di mio zio. Mi soffermai sul suo volto scavato e ceruleo, posseduto da quel suono sproporzionato e osceno che gli ribolliva in gola. Lo udii affogare in un lungo rantolo indecente, al termine del quale la donna mi si mise davanti. Con una mano gli serrò la bocca, udii sbattere la dentiera. Poi frugò in una tasca e ne trasse una pezza che arrotolò e appoggiò fra mento e sterno, a mo’ di puntello. Mi guardò interrogativa. Indietreggiai di un passo. Non lo toccai. Lei gli passò una mano sugli occhi e mi guardò di nuovo. Mi allontanai, uscii dalla stanza. Mi affacciai a una finestra. Da fuori mi giunse il rumoreggiare del traffico. Era una calda mattina d’inizio dicembre. Mio zio era morto. La vita scorreva liquida.

 

 

Nella stanchezza senza soccorso in cui il povero volto si dovette raccogliere tumefatto, come in un estremo recupero della sua dignità, parve a tutti di leggere la parola terribile della morte e la sovrana coscienza dell’impossibilità di dire: -Io-. L’ausilio dell’arte medica, lenimento e pezzuole, dissimulò in parte l’orrore. Si udiva il residuo d’acqua ed alcool delle pezzuole strizzate, ricadere gocciolando in una bacinella ed alle stecche della persiana già l’alba. Il gallo improvvisamente la suscitò dai monti lontani perentorio ed ignaro come ogni volta. La invitava ad accedere e ad elencare i gelsi, nella solitudine della campagna apparita.

[Carlo Emilio Gadda, “La cognizione del dolore”]

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49 thoughts on “In punto di morte

  1. “La solitudine della campagna apparita”. la nostra, davanti alla morte. E ad un tempo quella campagna apparita è vita, è la sottile speranza illuminata dalla consapevolezza, la vita che scorre liquida nonostante questo, nonostante noi. Circondati da galli perentori ed ignari, dal rumore del traffico, alziamo gli occhi pieni di domande. Poi, come ogni volta, prendiamo il respiro ed il passo. Si va, di nuovo, lungo i filari di gelsi, elencando chi abbiamo amato. Presente, ancora.

  2. La vita continua a scorrere liquida, nonostante le assenze. Partenze, mai davvero assenze, perché continuano ad esserci finché li richiami sulla pagina bianca, finché li costringi ad esserci per te e con te. La vita scorre inesorabilmente, qualcuno va via, qualcuno resta. A noi spetta chiamarli, radunarli uno a uno, costringerli a tenerci ancora compagnia col loro ricordo, con l’aneddoto, la risata strana, la ruga che accarezzava il volto.
    Chiamali, ti ascoltano e ci sono. Ci sono per te.

    • Sì. Nello stesso istante in cui la vita ti spiazza, soverchiandoti e mettendo di fronte ai tuoi occhi sognanti tutta la sua imponente, oscena nudità, ecco, già in quell’istante, la luce dell’alba è pronta a rivelarti ancora la sua stessa bellezza e a invitarti a trovarvi il senso. E’ tutto unito in un unico codice dell’esistere. L’essere nulla, carne e umore, acqua che scola, infine, sulla superficie indifferente di questa terra e insieme ricordi che rivivono, unici e irripetibili, ma ancora vivi.

  3. Una lotta che si combatte da soli così come la nascita. Urliamo venendo al mondo, ingoiando il primo respiro di aria estranea e moriamo rendendo quel primo respiro quasi con sollievo.
    Un rantolo, il ronzare di un corpo che finalmente si quieta nell’ultimo riposo, un rumore di oscena invadenza per chi sta fianco al letto, impotente, senza altro da poter fare che stazzonare un lenzuolo, distogliere gli occhi pieni di pena.
    Eppure quel suono rimane a lungo nelle orecchie, a ricordare cosa attende.
    Il corpo riposa, le membra si raffreddano e mani pietose compiono i gesti necessari a riportare pace e silenzio.
    Un abbraccio, Paolo.

    • Il pensiero di saperci in fondo così piccoli e impotenti, nelle mani della vita, questo nostro esserne coscienti rendono ogni giorno, ogni attimo, ogni respiro più prezioso. E così la parola, il ricordo, il comunicare e infine l’essere al presente. Grazie Mela. Ricambio forte il tuo abbraccio.

  4. L’impotenza di non potere fare nulla, l’ho provata …Mi è difficile ripercorrerla e lo sento nel battere i tasti che di solito scorrono come un pianista che esegue il concerto a memoria sul pianoforte: ora no. Ciò che hai scritto è potente. Questo commento non l’avrei scritto altrimenti. Non ne avrei avuto la forza: le dita piatte sulla tastiera, schiacciate da quel momento di impotenza. Siamo delle stupende macchine. Quando il motore della macchina si rompe, il suono del motore diventa un raspare, un inascoltabile squasso metallico, dissonante oltre la sopportazione. La metafora meccanica è più facile e meno urtante di quella che hai avuto il coraggio di ripercorrere, descrivere e condividere. Io, perciò, uso la metafora meccanica perchè mi permette di continuare. Mentre percorrevo la mia strada, a un certo punto parecchio tortuoso, dissestato e pericoloso, ho capito che il migliore consiglio non è “Guidare con prudenza”, ma accetta sempre di caricare-su gli autostoppisti o presta attenzione agli altri automobilisti in difficoltà, “Fai un pezzo di strada insieme”, condividila quanto più possibile, non sottitintendere nulla, non aspettare il “momento buono” …Quando il motore si romperà, finalmente potrai stare solo tutto il tempo che vuoi…e ci sarà qualcuno che ti terrà la mano. Grazie Paolo.

    • Sono io che ti devo ringraziare. Conosco di te un dolore, il dolore, che rende queste parole così pesate e scandite, e belle. Inno alla vita, invito alla speranza. Sono felice tu abbia voluto scriverle. Sono un dono grande.

  5. Santo cielo Paolo, che botta!

    Accendo il PC, leggo l’unico invio e rimango secca!

    Verrà un giorno in cui saprai regalarmi, regalarti e regalare al mondo qualcosa di allegro che esprima speranza e gioia di vivere?

    Lo scritto è potente, bellissimo nel suo genere, e descrive la realtà cruda come è veramente nella maggior parte dei casi, purtroppo.

    Lo puoi rilevare dall’effetto che mi ha fatto.

    Ma, come diceva la vecchia Lalla di Celle, zia del Mario, “parliamo d’uova – che domani è Pasqua!”

    Anzi, lo era ieri e vorrei poterne ancora goderne la serenità.

    E soprattutto vorrei che questa serenità potesse germogliare nel profondo del tuo cuore, trasparire dai tuoi scritti, inondare del suo profumo tutte le nostre vite!

    Te lo auguro con tutto il mio affetto!

    Ti voglio bene,

    Mamma

    • Ma certo! (almeno, credo) Spesso mi capita di scrivere cose leggere, addirittura comiche. Ma quelle non le pubblico. Il blog ha presa una piega assai meditativa… Scherzi a parte, la cosa che forse non si può percepire, da dove vi trovate, al di là di uno schermo, a chilometri di distanza, è proprio la mia serenità. Scrivere queste cose mi fa bene, mi riconcilia con la vita. Talvolta l’effetto su chi legge credo sia addirittura opposto, purtroppo. Tuttavia, per me è così. E non vorrei saperti preoccupata inutilmente. Non credo che Gadda abbia scritto quel brano in un momento di depressione. Di consapevolezza, di “cognizione”, piuttosto. Sono sereno, siamo sereni: la vita è anche questo, non ci deve far paura.

    • Grazie. E’ una rappresentazione cruda (ma non distaccata) della realtà, a mio avviso. La morte è un confronto estremamente impegnativo e necessario per noi, ritengo.

  6. mi chiedo se sia casuale la citazione fotografica di Schiele: non credo, o almeno colgo una somiglianza tra i tuoi tratti di penna e i suoi di carboncino. in entrambi la crudezza delle immagini in primo piano e la pietà (la pietas, la partecipazione emotiva) relegata nei dettagli, quasi nascosta, come per pudore.
    piaciuto nella sua originalità.
    ml

    • Casuale. Ma non troppo, mi sa. L’inconscio gioca la sua parte. La foto mi aveva colpito a suo tempo e le tue parole mi lusingano molto. Proprio qualche giorno fa, rivedevo il suo famoso ritratto nudo (seduto, senza piedi, pure le mani sono ridotte/nascoste/tagliate, gli occhi rossi, come i capezzoli, la pelle lucida e quasi verdognola, lo sfondo biancastro: qualcuno interpreta la rappresentazione come una riduzione dell’interazione sensoriale dell’uomo con il mondo esterno…). Ecco, forse anche il mio stile di scrittura è un po’ così, spesso è severamente capitozzato, asciugato, ridotto… Mi fai riflettere. Comunque, grazie.

  7. Ho una morte vicina in corso e leggerti non è stato facile: Guardo tutto da vicino e mi attacco come una ventosa alla vita che mi resta: ci metto dentro tutto ciò che amo, che vedo, che sento. Sì è vero la vita è liquida e io so nuotare, mal che vada scendo più in fondo per scoprire se c’è.
    Una cosa non ho mai amato le immagini di un essere agonizzante, quando si muore meglio soli e ricordati vivi.

    • La tua testimonianza non ha bisogno di ulteriori parole, lo sai. Spero di non aver dato fastidio. Il mio era un punto di vista narrativo, assolutamente privilegiato e funzionale, seppur coinvolto nel narrato (ho scritto di persone realmente esistite nella mia vita di uomo). Ma sappiamo che lo scrivere ci porta anche molto lontani, ci scinde, ci sposta. Almeno, questo è quanto vivo io in prima persona, col rischio, talvolta, di risultare anche cinico piuttosto che cupo, o afflitto. Posso solo dirti grazie di essere qui e di aver scritto ciò che hai scritto.

  8. eh paolo… coma al solito arrivo in ritardo… e sai che sono contenta di aver finalmente letto questo post…. mi è piaciuto molt, nonostante purtroppo parlasse di queste perdite così importanti…. in qualche modo ci hai fatto vivere le sensazioni che si provano attorno a questa fase della vita…. è una cosa relae a cui prima o poi ci approcciamo tutti. ce l’hai passata in modo sereno e accompagnandoli verso un qualcosa che ora solo loro sanno…
    vita liquida mi piace assai…. da idea di poterci giocare, tuffarsi, asciugarsi, immergere solo un piedino… mi piace!
    mi è venuta in mente mia zia, che ora è il mio angelo e segue da vicino me e la mia piccola. ne sono sicura. ciao paolo!

    • Grazie del tuo commento, Ale. Anche a me piace pensare e sentire i miei cari che non ci sono più come occhi che guardano da sopra le spalle, orecchie che ascoltano pazienti in qualsiasi momento, volti che sorridono sereni, sempre, anche nel momento della prova, mani che confortano instancabilmente. Mi piace, perché in fondo credo che non se ne siano mai andati veramente, anzi, che siano in qualche modo più vicini nel posto che gli ho riservato, dentro di me.

      • buona domentica!
        che bella cosa che hai detto! anche io l penso esattamente così… ne sono sicura…
        vero, ce li abbiamo ancora dentro ed ognuno si conserva uin un posticino tranquillo e sicuro!
        buona domenica!

  9. “La invitava ad accedere e ad elencare i gelsi, nella solitudine della campagna apparita.”
    La vita continua a scorrere “liquida”.
    Noi abbassiamo gli occhi freddi, ma colmi di domande di fronte alla morte.
    Poi li alziamo e riprendiamo a camminare lungo i gelsi con il ricordo di chi è morto, ma è vivo in noi.
    Ho apprezzato molto il tuo post.
    C’è un pathos forte, ma trattenuto e ridotto.
    Grazie.
    Un saluto caro
    gb

      • Io cerco di entrare tra le righe di quello che leggo, Paolo.
        Questo tuo post, poi, è particolare.
        E io mi infilo in ogni dettaglio per sentire di più.
        Un sorriso
        gb

      • Mi piace immensamente cogliere le sfaccettature di un autore che leggo.
        In questo caso le tue, Paolo.
        E amo andare in profondità.
        🙂
        gb

      • Grazie “gb”, è un piacere per me sapere che leggi con tanta attenzione. Quando una lettura o un autore mi piacciono o mi colpiscono per qualche motivo, o si attiva quella sorta di empatia profonda fra me che leggo e la pagina scritta (l’autore è spesso al di là di un muro invalicabile, ed è in fondo giusto così), anche a me piace leggere e rileggere, anche a distanza di tempo. E fare di questi passaggi occasione per scavare e guardare dentro me stesso.

    • Grazie Ale!
      Sono un po’ assente (solo per mancanza di tempo, anche per leggere). Ma ci sono. Torno presto con qualcosa di nuovo (e magari un po’ meno triste, vediamo).
      Grazie di essere passata. Un caro saluto anche anche a te.

  10. potente è l’aggettivo usato da tanti ed è anche il mio…
    è incredibile la tua scrittura
    ed è incredibile che io ricorda tutti i morti che ho visto
    mi sono passati davanti uno ad uno
    a volte ancora bambina li ho visti
    e non dimentico

    mio padre resta quello più bello
    perchè sembrava dormire
    la sua faccia tonda non aveva espressione di dolore
    nulla
    bella la sua carne rosa
    la sola cosa è che era nella camera mortuaria nudo coperto solo da un lenzuolo
    le sue spalle possenti uscivano dal lenzuolo
    mio fratello ha avuto un gesto di tenerezza
    le ha tolto un filo dalle sopracciglia

    io passati 16 anni non riesco ancora ad elaborare il suo lutto
    forse non ci riuscirò mai

    ….

    Gadda non l’ho mai letto
    ma incredibile resta pure la sua scrittura
    che mi ha fatto conoscere un signore anarchico di qui
    che si è letto tutti i classici latino greci e via discorrendo
    e abita in una casa che io chiamo la casa dei gelsi

    ecco mi sto dilungando
    lui ateo le sono morte due figlie
    ora ci sono alberi al loro posto

    abbiamo cosparso ceneri
    e poi mangiato e bevuto come si fa in America
    forse anche qui a volte la morte dovrebbe essere incontro
    e non solo lacrime
    ma gioia nel ricordare chi abbiamo perduto
    inevitabile tutto questo ….

    scusami per la lunghezza ma tu muovi molti ricordi in me
    grazie Paolo ❤ 🙂

    • Grazie!
      Grazie di aver condiviso il ricordo. L’immagine di tuo padre.
      Sono con te. La morte di una persona cara unisce i superstiti. Questo è quello che sento e ho vissuto in prima persona.
      Non molto tempo fa, ad esempio, alla “casa del commiato” per un ultimo saluto al padre di due vecchi amici, mi sono ritrovato ad abbracciarli, dopo più di dieci anni, a rileggere i loro sorrisi di sopravvissuti sereni. Eravamo tutti affamati di vita e di scambio. Ci siamo raccontati, fieri e consci del nostro bagaglio. Nella stanza accanto c’era un corpo ormai esanime e noi, lì, eravamo uniti da uno spirito nuovo, rinfrancato, profondo, quanto mai umano e necessario.
      La morte relativizza tutto. Il confronto con essa e il suo paradosso muta i nostri orizzonti, i nostri limiti. In qualche modo ci innalza, nel nostro essere impotenti e finiti, ci rende comunque un po’ meno piccoli.

      • “La morte relativizza tutto. Il confronto con essa e il suo paradosso muta i nostri orizzonti, i nostri limiti. In qualche modo ci innalza, nel nostro essere impotenti e finiti, ci rende comunque un po’ meno piccoli”
        Oh, questo tuo dire, Paolo. ❤
        Grazie per questo tuo modo di "svelarti".
        Buona serata
        Un sorriso
        gb

  11. è così limpido, lucido… colpisce alla bocca dello stomaco e strizza appena appena il cuore con un dolore che pare lieve ma si fa sentire come uno schiaffo sul viso gelato…
    Concordo con Massimo… le tue parole accostate alla foto di Schiele prendono ancora più forza ( sarà che adoro le sue opere e tutto di lui mi colpisce in modo particolare)
    Le tue righe sono una piacevole scoperta – complimenti per il racconto all’interno di “diario segreto di un sociopatico” : stu pen do! 🙂

    • Benvenuta Tati.
      Grazie dell’apprezzamento. Grazie è un po’ poco… Sono molto, molto felice tu ci abbia letti. Noi scrittori di sociopatia, ma soprattutto di umanità. Poco un grazie, e poco il mio tempo ora. Ma vorrei dare seguito al bellissimo commento che hai fatto sui nostri lavori.
      Quindi, a presto!

      • Felice tu abbia apprezzato il mio resoconto, prendi il tempo che serve… E ancora complimenti per ogni tua riga… Del libro e di quelle che fino ad ora son riuscita a leggere

  12. “Udii quel suono.Parve venire dalle interiora della casa”
    ….così in ogni sordido ultimo respiro che ho udito da bambina, ma non sapevo esprimerlo.
    Grazie, per questo tuo scritto.

    • Grazie a te. Della condivisione.
      C’è qualcosa di “sconcio” nella morte. Fluidi, umori, rantoli. Materia deperibile, incrinata, fessa (già, come una vecchia tubatura).
      Predestinati. Spogliati, defraudati, sporchi, senza più dignità.
      Assistere a questo annullamento fa impressione. Fa male, ma è solo un inizio, una presa di coscienza.
      Riducendo, ridimensionando, beffeggiando, la morte ammaestra.

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