La sedia

Ero da lei sempre più spesso, i bambini non mi facevano più paura. Non mi fermavo a dormire, anche se tornare a casa in quelle notti gelide era faticoso. Capitava che ci addormentassimo sul divano con la televisione accesa. Stavamo lì, stesi uno accanto all’altro, a metà della notte. A volte mi svegliavo di soprassalto, un po’ sudato: il calore della coperta, il contatto del suo corpo, le mie ansie. Mi sottraevo al morbido abbraccio del divano che ci ospitava, lo stesso sul quale avevo visto saltare i ragazzi riottosi al momento della buona notte. Lo stesso divano scuro, un po’ logoro, sul quale s’appisolava il loro papà, quando mamma era in libera uscita. Lo stesso corpo molle e avvolgente sul quale amoreggiavamo.
Non potevamo fare l’amore, non lì, s’era chiarito subito. La cosa, però, non mi impediva di continuare a chiedere. Mi piaceva quel suo dibattersi fra desiderio e negazione. Le prime volte che frugai sotto la coperta, le sue mani bloccarono le mie in un categorico no: non pensarci nemmeno. Ma non mi diedi per vinto, anzi continuai a intentare l’accidentato cammino fra le pieghe di quella lana. Col tempo le sue mani divennero più indulgenti, poi più deboli, fino a cedere del tutto e a chiedere che continuassi. Poteva bastare, potevo saziarmi di quella conquista, del suo piacere. Ma capii che lei soffriva ancor di più nel sapermi lì, racchiuso in quelle carezze.

Una notte mi prese per mano e mi portò con sé. Come una sonnambula, mi precedette lungo un breve corridoio buio. Aprì una porta, lasciò la mia mano e si immerse nel buio di una stanza, senza accendere la luce. Rimasi fermo sulla soglia per paura di urtare contro qualcosa. La televisione in salotto rumoreggiava indisturbata lanciando lampi di luce azzurrina. La intravidi compiere movimenti rapidi e precisi: spostò un oggetto ingombrante, forse uno stendi panni, che si trovava al centro della stanza; si chinò e raccolse della biancheria da un ripiano più basso. Mi chiesi cosa stesse per accadere e se i bambini, di sopra, stessero dormendo. Si voltò, venne verso di me e mi prese per i polsi, mi tirò verso di sé e mi fece avanzare di qualche passo. Allora vidi, alle sue spalle, la sedia che aveva appena liberato. Ne distinsi a malapena la fattura: di legno, solida, laccata; color rosso cupo, immaginai. Le sue mani mi toccavano già, senza pudore, invitandomi a slacciare i pantaloni. Lei l’aveva appena fatto. Indossava un largo maglione scuro, dal quale sbucavano i lembi bianchi della camicia e le sue gambe, nude. Mi sorpresi a pensare quanto poco poetico fosse quel corpo, nudo a metà, immerso nel buio. Ma non indugiai oltre, mi tolsi i pantaloni senza cerimoniali: non c’era tempo da perdere. La trassi a me e la baciai. I nostri gesti impazienti mi fecero salire presto il respiro. Le sollevai il maglione e le presi i seni fra le mani. La baciai con desiderio. Le abbassai le mutandine, misi le mani sulle sue natiche, le feci scivolare fra le cosce. Lei andò ancora oltre: premette le mani sulle mie spalle e mi fece sedere sulla sedia, che mi accolse con un lieve cigolio. Sentii il legno freddo sulla pelle. Si sedette su di me, fui subito dentro di lei. Il calore risalì dentro di me, mi percorse dal basso. Provai a muovermi, d’istinto, inutilmente. Lei mi prese il capo fra le mani e lo strinse al petto, mentre con forza s’inarcava sopra di me. Il legno dello schienale emise un acuto, stridulo lamento. M’immersi e mi abbandonai a quell’altalenare sordo. Aggrappato a lei, schiacciato sulla sedia, strinsi forte il suo corpo, raccolto su di me nell’impeto. Baciai il suo respiro, roco, mentre giungeva al culmine. Mi lasciai andare come un fiume urlante, stretto fra gli argini, sotto il cielo opaco di una notte d’agosto.

Amai quel sesso senza trucco, furtivo, ferino.
Rapinavamo la vita, la prendevamo a morsi.

Riaprii infine gli occhi e lasciai che schegge di luce riflessa li ferissero. Sentii il legno contro la schiena. La guardai: mi sorrideva dall’alto, incredula, scuotendo la testa in segno di riprovazione. Non ammetteva. Rideva, semplicemente. Disse che non sarebbe più potuto accadere, che non desiderava altro. Ci sentivamo come ragazzi, profanatori di un tempio. Ma in quella stanza per noi due, aggrappati a una sedia come a una zattera, non c’era rituale, né trasgressione, né pentimento. Espiazione, forse.

Raccogliemmo i vestiti in silenzio. Stavo bene. E sentivo che anche il suo cuore era in pace. Non avevamo giocato.
Andò in bagno. Rimasi ad aspettarla sulla soglia di quella stanza buia. La sigla di un telegiornale notturno urtò di nuovo i miei sensi. La porta del bagno s’aprì e incontrai il suo sguardo fresco e sorridente. Prima di seguirla in salotto, guardai ancora la sedia, piantata in mezzo alla stanza, spoglia, libera. Intorno a lei, ammucchiati nel buio, c’erano scatole, cumuli di biancheria e lenzuola, giocattoli. Chiusi la porta. No, ripetei, non avevamo giocato.

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38 thoughts on “La sedia

  1. apppppperò! hai capito paolo!
    che bel racconto pienotto di tante belle cose!
    si sentono tutte le sensazioni dei protagionisti ed il loro crescendo, da quelle iniziale al trasporto che hanno quando si appartengono e poi all’appagamento e felicità finali per essersi lasciati andare! e poi che bello che sanno già che non hanno giocato!
    bravo!

    • Cit: la sedia, piantata in mezzo alla stanza, spoglia, libera. Intorno a lei, ammucchiati nel buio, c’erano scatole, cumuli di biancheria e lenzuola, giocattoli. Chiusi la porta. No, ripetei, non avevamo giocato.”
      Forte.Potente.Potrebbere essere “la sua” stanza o comunque quelle di chiunque spoglio e libero. Ma i ” cumuli” non sono lì a caso. Io credo ….

      • Interessante. Mi fai riflettere. Cosa vedi in quei “cumuli”? Un deterrente, una sorta di barriera protettiva? Qualcosa, dunque, di non così imposto e dovuto, ma anche voluto (e difeso), più o meno consciamente?

  2. Sospeso. Rimasto sospeso. Sono ancora lì, davanti l’uscio del bagno, dopo che ve ne siete ritornati sul divano. Sospeso nello spazio tra la sedia e la porta. Stanco di quella spossatezza rigenerante è piena. Assenza di pensieri, ma traboccante di emozioni. Gonfio, ma mai satollo di quella sensazione. Da prendere a morsi, come hai perfettamente descritto. Riguardo la sedia, quasi quasi mi siedo…Si’, si’ mi siedo…M’appiccio ‘na sigaretta. Ci sta tutta. Una leggera bottarella sul fondo del pacchetto morbido, ne sporgono due…:Paolo, ne vuoi una?

    • Questo senso di sospensione è, credo, un marchio di fabbrica del racconto breve. Del mio, sento di poter dire che lo sia. Non so se dipenda dal “non saper dove andare a parare” (talvolta credo sia così), quanto dalla “volontà di non risolvere”, non concludere, di lasciare aperti finali, proiezioni, ipotesi e suggestioni.
      Di certo un breve racconto non può dire tutto. Nemmeno un romanzo lo fa, in vero. Ma se nel respiro più ampio di un romanzo lo scrittore gira intere scene, che durano capitoli, snocciola intere puntate con andate e ritorni, un breve racconto si riduce spesso a fissare un’unica immagine, una fotografia. Come giustamente fai notare tu, può mettere in evidenza una specifica sensazione, che può essere legata all’immagine della sedia, o piuttosto al buio del corridoio, al tuo essere là, in attesa, fuori dal bagno, nell’immediato, appagato poi, che vorresti prolungare e gustare, anche attraverso il fumo di una sigaretta…

  3. La sospensione che intendo è quel filo che stende chi scrive e la disponibilità di chi legge ad arrotolarvi. Una trama di empatia in cui si ritrovano legati scrittore e lettore. Chi scrive lascia il “finale aperto”, al di là dell’espediente tecnico e della forma espressiva, cosi che il lettore possa cercare e trovare il suo o trovarne nessuno, pure tuttavia l’inizio o tanti inizi di possibili altri “mondi” e storie. E tu ci riesci benissimo.

    • Sì, Red. Capisco il senso. Anche a me piace la libertà, come lettore. Mi piace avere un filo da seguire, una traccia, anche ben marcata, ma non esaustiva e risolutiva. Mi piace immaginare un risvolto, un carattere aggiuntivi. Mi piace anche l’idea – ed è quello che da lettori, anche dei più grandi architetti di pagine scritte, facciamo – di spingermi oltre, con le mie gambe, con la mia mente. Di muovere, come un cucciolo svezzato, i primi passi verso il bosco, da solo.
      Ogni storia, ogni racconto possono contenere infiniti richiami e partenze. A volte sono una vera e propria scalata, in cui lettore e scrittore fanno coppia in parete, dandosi il cambio ogni venti metri…
      Beh, in questo breve non ce n’erano tanti. Qualche spunto. Grazie per l’apprezzamento, Red.

  4. “Perché più bruci, per meglio sentire
    questo tuo bacio che torce e scolora,
    ogni mia fibra consuma al tuo fuoco,
    ogni pensiero soggioga ed annulla,
    ogni tuo dolce, la pace e la gioia,
    negami ancora.”
    (Non è mia, è Sergio Solmi. Mi è venuta l’associazione…)

      • “Negami ancora” è una sorta di ossimoro, una invocazione al contrario. Solmi lo riferisce alla vita, e in quella locuzione c’è tutto il contrario … Per bruciare occorre la mancanza, la nostalgia, la sensazione che qualcosa sia negato per poterlo invece raggiungere. Poco sopra dice “Lasciami il delirante desiderio
        che si gonfia in miraggi
        e il timido sangue che s’agita ad ogni
        soffio”. Così.
        Certe parole, come le tue, così diverse da quelle della poesia, fanno uscire echi che forse non sapevi nemmeno tu di aver dentro. Invece ci sono. Ciao 😊

      • Hai ragione. La scrittura non si pianifica, se non in minima parte. Il resto è flusso, vita che scorre. Non la conteniamo. Bellissima contaminazione la tua (non merito, ma gradisco assai).

  5. “Ma in quella stanza per noi due, aggrappati a una sedia come a una zattera, non c’era rituale, né trasgressione, né pentimento. Espiazione, forse.”
    Forse.
    “No, ripetei, non avevamo giocato.”
    Bello, Paolo, sì.
    gb

    • Grazie gb, sono felice ti sia piaciuto.
      Quanta parte di noi, delle nostre vite, dei nostri trascorsi si animano e si muovono nei gesti d’amore, in uno sguardo, una carezza, un bacio rubato… In questa scena ho vissuto un esserci tragico e riconciliatore insieme. Una catarsi. Resa possibile dalla sincerità, dall’istintività e trasparenza dei gesti.

      • Non stavano decisamente giocando, no.
        Un attimo di totale istintiva sincerità, sospeso nel tempo, liberatorio.
        Come finirà?
        Che cosa importa?
        Quell’attimo c’è stato, colmo.

        Mi è piaciuto molto il tuo scritto, Paolo.
        Un sorriso
        gb

      • “Prima di seguirla in salotto, guardai ancora la sedia, piantata in mezzo alla stanza, spoglia, libera.”
        Complimenti, Paolo. 🙂
        Io leggo più di una volta uno scritto.
        Sono letture differenti le mie.
        gb
        Buona serata!

      • Anch’io lo faccio. (Ovviamente se un brano è breve è più facile e ci si può soffermare sulle parole, le piccole sfumature) E’ bello notare qualcosa di diverso o di non visto a ogni passaggio. E’ un po’ come quando si compie un breve tragitto a piedi. Non smette mai di rilevare dettagli. Siamo noi. La nostra attenzione, la nostra predisposizione, la nostra storia. Mutevoli. Così la nostra lettura. E anche la nostra scrittura.
        Grazie, gb, della condivisione.

      • Grazie a te, Paolo.
        Sì, in ogni lettura ci siamo noi che mutiamo, che ci accorgiamo di qualcosa che prima ci era sfuggito.
        Ecco la meraviglia del leggere e… dello scrivere
        Un sorriso
        gb

  6. Molto bello davvero, non è solo sesso, forse è già la costruzione di un amore.
    Ho percepito i dubbi di lui nell’entrare in un vita già costruita, la ritrosia di lei, un non voler violare il sacrario della camera da letto, il desiderio di entrambi che cresce. Come finirà non è dato sapere e forse non è neppure così importante. Hai descritto un momento sospeso nel tempo in modo convincente e delicato.

    • Grazie Mela. Felice di averti qui.
      Hai colto l’essenza, la verità del racconto (e mi fa piacere traspaia). L’erotismo è “solo” un tessuto, per quanto importante e denso, in cui si innestano la dinamica del sentimento e il reciproco dibattersi, interrogarsi dei protagonisti. Il sesso, così, diviene un atto per certi versi salvifico, espiatorio; anche solo per qualche istante. Di liberazione, leggerezza, rinascita.

  7. faccio fatica leggere cose lunghe al video ma ti devo dire la verità che me lo sono bevuto tutto d’un fiato….il tuo brano, molto bello ed intenso… è questo che la lettura deve fare…afferrarti e portarti nella scena, catturarti e farti partecipe quasi e in una corsa di sentimenti ed emozioni farti arrivare con il cuore in gola alle righe finali e poi sentirti davvero appagato…
    ché a volte la lettura diventa quasi come un rapporto amoroso 🙂
    ci sei tu e il libro o tu e la poesia o ancora tu e un racconto breve che ti catapulta dentro la storia e poi ti fa sobbalzare dalla sedia dove sei seduto:))
    e alla fine stai davvero bene…
    uno scritto dolce e sensuale
    molto bravo Paolo, complimenti ❤

      • devo recuperare al tuo blog ma mi è molto difficile
        e di questo mi dispiace per non esserci come dovrei 🙂
        o come ci sei tu da me, grazie ancora Paolo

      • Per quanto mi riguarda, puoi passare quando vuoi. E da qui in avanti. L’acqua scorre. Noi pure. (e io sono spesso in secca…) A parte gli scherzi: come e quando vuoi. E’ così anche per me. Mi piace sapere che ci sei. Punto.

  8. il divano e la sedia, due simboli, due storie vissute su di essi. Uno accogliente e frustrante, l’altra scomoda ed esaltante, come dire che l’amore va vissuto con fatica (non solo fisica!)
    “L’espiazione del piacere”, mi affascina questo concetto, come di un qualcosa non più rinviabile, colpevole forse (o quanto meno azzardato per la presenza dei bambini in casa) e allo stesso tempo assolto.
    piaciuto.
    ml

      • “L’espiazione del piacere” affascina anche me.
        Le ragioni sono più di una sempre.
        *Ho estrapolato la tua frase dal tuo testo*
        Buon giorno, Paolo
        🙂
        gb

        Ogni mia rilettura ha suoi nuovi percorsi. Come mi piace questo!

  9. Non male, non male. Un racconto forte e profondo, una storia non banale. come quel finale sorridente per entrambi i protagonisti. Quando la passione si accende poco per volta, anche una scomoda sedia è più accogliente di un letto.

  10. Come quando provare piacere pare una colpa e nell’attesa cresce d’intensità. Diventa sacrilego, fugace, quasi illegale seppur lecito. Mi piace l’idea del profondo rispetto dei tempi dei piccoli : cosa assai rara di questo tempo.

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