Perla nera

“… una perla nera nasceva da una tempesta,
più rara di quelle bianche, nate in giorni e ore luminosi.” (*)

 

 

Si trasferirono tutti in salotto per vedere un vecchio film. Claudia e Flavio si unirono agli altri. Si erano conosciuti quella sera e nei loro occhi c’era il desiderio che non finisse troppo presto. Si ritrovarono così seduti, uno accanto all’altra, su di in un grande divano. Mentre con gli altri cercavano una posizione comoda, le loro mani si sfiorarono più volte. Da quel momento, fu come se immagini e suoni, intorno loro, venissero attutiti e ogni percezione vivesse sulla pelle dei loro corpi vicini. Entrambi sentirono crescere dentro sé l’esigenza di lasciarsi andare concedendosi a un lungo abbraccio. Ma non dissero nulla, non si mossero. Rimasero in ascolto.
Iniziò così, una sera d’estate, senza parole.

Nei giorni seguenti, Flavio le scrisse. Parole, pensieri. Lucidi vaneggiamenti.
L’amore non esiste, esiste l’incontro. Esiste l’azione, quotidiana, costante. Mutevole e attenta. Esiste l’ascolto, di sé, dell’altro. Il costante cercare, dare e scegliere, liberamente.
“Tu scrivi troppo”, sentenziò Claudia, sorseggiando il suo caffè.
“Tanto”, si corresse subito dopo. Poi drizzò la schiena e piegò il collo di lato, una ciocca di capelli le scivolò sugli occhi. Da dietro quella quinta, scrutò Flavio con espressione ambigua, curiosa e canzonatoria.
“Scrivi cose molto belle”, disse.

Camminarono a lungo nelle tiepide notti estive. Lessero poesie, attraversarono suoni e rumori. Oltrepassarono folle assiepate ai tavolini dei bar sotto i loggiati. Pioniere di una nuova alba, Flavio non sentiva nulla, non riconosceva nulla. Tutto era pura presenza, danza al rallentatore. Claudia camminava scalza, mostrando la sicurezza e la disinvoltura dell’unica donna su quella terra.

Ma in verità, dentro sé serrava un freno, che non poteva lasciare.
C’è qualcosa nei tuoi occhi. Una luce che attrae, figlia di un dolore. Tutto, in te, ispira forza e fragilità.

Sofferenza, delusione.
Smisurate, eccessive.

Flavio volle conoscerne l’origine. Allora Claudia gli raccontò di un incidente in moto. Di come caddero, insieme, lei e lui. Lei ebbe la peggio, si ferì, venne ricoverata. Fu l’inizio di un progressivo allontanamento, di un abbandono. Da quella caduta non si rialzarono più. Al ricordo, lo sguardo di Claudia arretrò, si ritirò in un luogo sicuro, in profondità, da dove emanava un chiarore residuo. I suoi occhi divennero liquida pietra scura. Mentre parlava, sfiorò premurosamente l’impronta bluastra di una cicatrice sotto il ginocchio. Flavio le chiese di poter toccare il punto in cui la sua pelle cambiava colore. Lei lo lasciò fare. Quando volle, poi, Flavio la accolse fra le sue braccia. Poggiata a quel sostegno, Claudia rimase immobile, le braccia abbandonate lungo i fianchi. “E’ come se fossi uscita da una lavatrice”, disse con voce ruvida.

Pochi giorni dopo partì. Una vacanza in barca, un’esperienza nuova. Dopo la moto, era l’unica cosa che le ispirasse quel senso di libertà. La sera prima della partenza, Flavio la portò fuori a cena. Per l’occasione Claudia indossò una gonna corta di cotone rosso, sormontata da una semplice maglietta bianca. Tornati sotto casa di lei, si trattennero in macchina a parlare, finché giunse il momento di salutarsi. Abbracciandola, Flavio le sentì addosso un profumo asciutto, intenso. Le chiese cosa fosse. “E’ l’hennè”, mormorò Claudia. “L’hennè”, ripeté lui, carezzandole i capelli. Le sfiorò il collo. Claudia s’irrigidì. Flavio allora si staccò e la guardò. Vide le sue braccia tese, le mani puntate sul sedile. Le si avvicinò di nuovo. Claudia teneva la fronte abbassata, gli occhi chiusi. Flavio la sfiorò di nuovo. Allora lei schiuse le labbra e lasciò che quelle di lui le trovassero. Le loro lingue si sfiorarono, si unirono.
Delicatamente, Flavio esplorò il suo corpo. Il collo, la schiena, i seni. Risalì infine le cosce. Claudia emise un gemito. Per la prima volta Flavio udì quella sua voce fonda, uterina. Ne fu meravigliato, ammirato. Le sue mani continuarono piano, con devozione. Ogni tanto Claudia riapriva gli occhi inquieta e l’attimo dopo, rassicurata, si immergeva di nuovo in quell’onda.

Rimasero chiusi in quell’abitacolo per un tempo indefinito. Parlarono ancora un po’, rimandando il momento di prendere una decisione. Alla luce sfocata dei lampioni, Flavio mormorò le strofe di una canzone. If only tonight we could sleep / In a bed made of flowers / If only tonight we could fall / In a deathless spell… Poi a un tratto esclamò: “Portami con te!”.
Claudia rabbrividì. “No, no, no…” protestò. Non poteva credere di aver udito quelle parole. Flavio si ricompose, volle rassicurarla. “Ma sì, certo”, disse “godiamo dell’attimo.”

La accompagnò fino al portone. Claudia lo invitò a salire, volle mostrargli la casa. Abitava all’ultimo piano, in un appartamento moderno e accogliente. Grande per una persona sola. C’era anche una terrazza. Flavio vi indugiò qualche istante prima di rientrare, c’era una vista stupenda.
Sulla porta si baciarono di nuovo. Stavolta però, con foga. Flavio la sollevò, la toccò con urgenza. Claudia gemette forte, appigliata alla sua schiena. Per un po’ stettero così, avvinghiati, sospesi. Senza smettere di baciarla, Flavio trovò la camera e la stese sul letto. Lì, la spogliò lentamente. Poi la contemplò, completamente nuda, nella penombra. La baciò piano fra le cosce. “Vuoi proprio sentirmi gridare…”, fiatò Claudia, abbandonandosi.

“Vuoi fermarti a dormire?” Le scappò detto. “No, non dovevo dirlo!” mugolò subito dopo, nascondendo il viso fra le mani. Flavio annuì, calmo. Sorrise. Non disse nulla. Non sapeva dove fosse approdato, né se fosse giunto da qualche parte. Di certo, però, sapeva che quella notte non l’avrebbe lasciata sola.
Andò in bagno, si tolse i vestiti, si lavò.
“Non abituarti”, lo mise in guardia Claudia, mentre prendeva posto nel letto.
“Ladro!” Esclamò girandosi dall’altra parte. “Il tuo è stato un bacio rubato”.
Flavio sorrise di nuovo. Grato, comunque.

Si addormentarono certi della presenza l’uno dell’altra.
Lei con una mano sulla sua spalla. Lui sul suo ginocchio ferito.

Al risveglio, lei lo accolse in un lungo abbraccio. Si baciarono, si strinsero. Lui la carezzò ancora. Volle lasciarle un ricordo. Qualcosa che resistesse ai giorni, alle ore passate divisi, lontani da quell’approdo, lontani dalla terra ferma.

Poi venne il silenzio.
Lenti, passarono i giorni.

La mia mente vola nella scia del ricordo. E ripercorro la tua pelle, morbida e sottile, sotto le mie dita. Le mie labbra tornano a nutrirsi di te, di ogni angolo del tuo corpo, lentamente. Non basteranno le ore di una notte. Non basteranno mille notti. Infinite volte ascolterò il tuo respiro. Infinite volte ridisegnerò il tuo sguardo e mi perderò nel pozzo dei tuoi occhi.

Le parole di Flavio sfidarono il mare.
Inutilmente.

Al rientro, Claudia non se la sentì di rimanere sola con lui. Si rividero a casa di un amico. Per Flavio la serata finì molto presto. Tutti risero, bevvero, si divertirono, tranne lui. Claudia era eccitata. Stretta in un vestitino nuovo, la pelle imbrunita dal sole, pareva già salpata per un nuovo viaggio. Di lui su di sé non portava traccia. Era bellissima.

A fine serata si ritrovarono di nuovo sotto casa sua. Flavio le chiese cosa fosse successo, cosa fosse cambiato, se avesse paura.
“No, non è paura”, rispose sicura, mentre cercava le parole giuste. “Sai, ho fatto una fatica enorme per arrivare fin qui. Devo andare avanti da sola.” Gli disse dell’esigenza, che aveva, di camminare sulle proprie gambe. Gambe ferite, sanate, ancora malferme, ma bisognose di muovere. Doveva camminare da sola, disse, almeno per un po’. Impossibile dire quanto.
Flavio annuì in silenzio. Non trovò nulla da dire.
A un tratto pensò che doveva andare.

“Non voglio perderti”, disse Claudia.
A quelle parole, Flavio si avvicinò e fece il gesto di baciarla. Claudia si sottrasse risoluta, scuotendo energicamente il capo. “Se l’altro è stato un bacio rubato”, disse, “questo sarebbe estorto”.
Flavio non si sentì bene, non più. Distolse lo sguardo.

“Mi spiacerebbe perderti”, ripeté Claudia.
La sua voce era incredibilmente calma.
Flavio si aggrappò al volante.
Era tutto maledettamente evidente, come il suo disagio. Stava a lui decidere. Se fosse rimasto, se avesse continuato a far parte della sua vita, fra lui e Claudia sarebbe stato tutto diverso. Non era sicuro di essere pronto. Sentì le gambe vacillare. Si voltò verso di lei. Riflessa, nel nero dei suoi occhi, vide la sua paura.

 

 

“Ciò che all’inizio serviva a liberare e difendere la conchiglia da quel che la irritava e distruggeva diventa ornamento, gioiello prezioso e inimitabile.
Così è la bellezza: nasconde delle storie, spesso dolorose.” (*)

 

 

(*) Cit. Alessandro D’Avenia, “Cose che nessuno sa”
Ispirato e indotto da “Anime nere”, di tiZ, cui va il mio ringraziamento.

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43 thoughts on “Perla nera

  1. La paura di sentirsi vivi sovrasta ogni piacere, quasi a sentirsi colpevoli alla gioia di un’anima che si avvicina. O è l’essere scorti che ci fa sentire vulnerabili? Un filo scoperto che fa scintille e brilla per poi morire nel suo sfogo incompiuto. Ci vuole immenso coraggio a lasciarsi andare e a prendere ciò, tutto ciò, che l’altro è disposto a dare. È uno scrigno nel quale muoversi con immensa cautela, l’odore di una storia da proteggere. In cui consapevoli, misuriamo le parole da dire, pesando ogni gesto. Ma nulla può la nostra volontà se non accompagnata da un desiderio di cambiamento, di messa in discussione, di rinnovato amore per se stessi e per il prossimo.

    • … e della canzone. Hai sempre una “citazione” appropriata; un’onda, una frequenza, un timbro sempre perfettamente adeguati (stavolta più calda, profonda, lamentosa… blues, semplicemente).
      E’ una dote la tua, ne sono convinto.
      Ho ancora in mente il brano che hai associato ai “giganti” dell’Albucci… sorprendente!! Complimenti!

      • La musica è la mia risposta a tutte le domande, la colonna sonora di ogni momento vissuto . Grazie mille a te, per tutto….

  2. Sì.
    L’incontro con l’altro è una prova, l’occasione in cui sondiamo il nostro equilibrio, tastiamo il nostro coraggio, destiamo le nostre più profonde esigenze. Scrivere questo racconto mi ha rivelato la labilità del confine. In un gioco di specchi, chi appare più debole, meno preparato, chi, in onestà, non se la sente di dare, si mostra in fondo più saldo. Chi appare generoso, invece, è forse il più bisognoso, il meno affrancato…
    Grazie di essere passata e dell’attenzione, tiZ.

    • Credo sia proprio come dici tu; chi più appare insicuro più sa cosa vuole e cosa sta cercando. La selettività ci protegge e, soprattutto, evita di farci perdere tempo prezioso. La solitudine è una scelta consapevole in cui decidiamo come spendere il nostro essere. E non è che siamo in eterno. ..

      • Parole sante tiZ! La selettività…Per uno come me che lascia sempre una porta aperta e gli viene – di quando in quando ma con puntualità “svizzera – scardinata, abbattuta, divelta sarebbe una bella conquista. Per me chimera. La selezione la faccio a valle. Non sono Claudia, sono Flavio (e non perché nei moduli barro la casella “M”)

    • Chi è generoso, cioé chi il dare lo sente come L’esigenza, è – nella mia opinione – più “bisognoso” . L’essere saldo di chi non è disposto a dare è la parabola del talento seppellito per paura di perderlo. il dare è cedere parte di se stesso. Se a lungo andare, non c’è biunivocità, non resterà più nulla. Cero è “bisognoso”. Grande Paolo…”bisognoso”.

      • Sì.
        Anche questa visione è altrettanto vera e condivisibile. Tutto dipende da quanto si è fedeli e rispettosi di se stessi e del prossimo. Nella vita amo giocare e chi gioca a viso aperto, col cuore in mano, senza veli, né bugie. Nella vita ambisco a non prendermi e non prendere in giro. Non più.
        Grazie.

  3. Lo dico sempre che i commenti sono la linfa vitale di qualsiasi post. Il post è una provocazione e il meglio deve ancora venire. Il commento è il momento in cui io bimbo affondo i denti, bocca, lingua, mente, occhi dentro l’accogliente e morbida nuvola di zucchero filato. Fa venire la carie?…Carpe diem, non siamo eterni, giusto tiZ! Poi se il post è come questo di Paolo, beh m’è più dolce affondarci il muso e sporcarmi di zucchero fino alle sopracciglia.A dire il vero, Paolo mi hai giocato un brutto tiro: ero lì che leggevo e nella fase di “decollo”, avevo appena staccato da terra, rateo di salita corretto, assetto corretto, mi preparavo a un volo perfetto…All’improvviso, BAM! Vuoto d’aria! If Only Tonight We Could Sleep. Aggiungere oltre a quanto hai scritto è tanto, anzi “troppo” anche per le mie dita scalpitanti. Bravobravobbbravo.

    • E torno ancora una volta “sul luogo del delitto”, perché, hai ragione, caro Red, il sapore riverbera, si moltiplica nel confronto.
      Se poi il caso ci mette lo zampino…
      Tu, tiZ ed io abbiamo tutti parlato del bisogno di completarsi nell’altro, nel dare e ricevere dall’altro. Della necessità di essere autentici per poterlo fare. Di essere centrati per averne la forza, il coraggio, la consapevolezza; per non dipendere. Di essere attenti e vivi, a se stessi e al prossimo, per poter accogliere, comprendere; per poterne “avere cura”. Di agire nella e per la verità, per esserci, realmente.
      Ebbene, tiro il filo di questi pensieri, scritti e manifesti, e di tanti altri che di certo culliamo e conteniamo in noi, citando una frase che collega e in qualche modo racchiude in sé tanta parte del nostro concentrico dialogare e confrontarci. Citazione a sua volta concentrica, in quanto citazione nella citazione: si tratta infatti di una frase di un romanzo di Grossmann riportato in quello di D’Avenia, che a mia volta io stesso cito in apertura e chiosa del mio racconto (l’immagine della perla nera). D’Avenia, peraltro, non ne cita la fonte. C’è voluto uno scambio con tiZ perché la scoprissi. L’ho ritrovata stasera, frase sottolineata fra tante, pezzo di pane o sassolino lasciato alle spalle nel bosco. E, come alle volte accade, rileggendola a distanza di tempo, ho alzato lo sguardo e ho sorriso: vi avevo trovato qualcosa in più di prima, qualcosa di nuovo. Grazie a voi.

      “Come vorrei pensare a noi come a due persone che si sono fatte un’iniezione di verità, per dirla, finalmente, la verità. Sarei felice di poter dire a me stesso: “Con lei ho stillato verità”. Sì, è questo quello che voglio. Voglio che tu sia per me il coltello, e anch’io lo sarò per te, prometto. Un coltello affilato, ma misericordioso.”

      • La verità. La verità di chi siamo noi nella speranza che piaccia anche a chi ci è più caro. Nel bene e nel male, nei pregi e – sopratutto – nei difetti. Il coraggio di essere noi stessi e di esserlo nel quotidiano, senza maschere, giochi di specchi, trucchi da illusionisti o, peggio, ipocrisie. La verità, ma ci piacerà?
        Grossmann sta rapidamente scalando la mia lista della spesa “libri da leggere prima di morire”. Grazie.

      • Che meraviglia questa collisione pacifica, l’universo sopra di noi tesse quel filo che unisce le persone come a divenire la calma dopo la tempesta che ogni risposta fornisce. E in questa empatia guaritrice mi lascio cullare. .

      • Ehi. Citazione nella citazione nella citazione… “Che tu sia per me il coltello” c’è in Grossman che a sua volta prende da Kafka…! Per parte mia dico che, se siamo veri, siamo sempre l’uno il coltello che affonda nella carne dell’altro (carne intesa nel senso più totalizzante del termine). Il resto è gioco di potere. Quel “non voglio perderti” è cattivo, stupido, strumentale. Flavio vada via a testa alta. Cerchi il suo coltello, e trovi se stesso lasciandosi aprire da chi non ha paura di essere aperta. Forse sembra semplicistico, ma non conosco altre vie. Quel “non voglio perderti” l’ho praticato, e mi ha ucciso più di un coltello.

      • Grande! Allunghi la serie di concatenazioni… Kafka, addirittura!.. (è una vita che non leggo qualcosa di suo) A quale opera ti riferisci?
        Devo essere sincero: anch’io ho tifato e tifo Flavio (sdrammatizzo). Forse è un mio limite: non riesco a vedere, a prefigurare, prima della naturale evoluzione di eventi e sentimenti, le possibili valenze di una relazione (di conoscenza, amicizia… che altro?). Flavio alla fine è tentato di sottrarsi, di togliersi dall’angolo in cui, di fatto, viene messo. Vuole mettere in moto e partire. E, dal suo punto di vista, ha ragione: non c’è più motivo, per lui, di essere lì, nel modo in cui presupponeva di poter e voleva essere. L’alternativa è qualcosa per cui non è né pronto, né predisposto. Si sente quasi in colpa per questo. E’ spaventato, deluso. Tutt’a un tratto, lui che era così pronto a dare sostegno e calore, a ricevere sostegno e calore, si trova atterrito dal ruolo in cui non si riconosce, non può riconoscersi. Paura e demotivazione lo assalgono e lo svuotano in pochi istanti. La posizione arroccata e la sicurezza di Claudia, che nel frattempo, nel silenzio dei giorni, si è preparata a quella sorta di “esecuzione” (e torno ai coltelli), lo mettono in difetto e a disagio. Lui è disarmato.
        Chissà cosa potrebbe succedere ora? Flavio rimane, accetta la lama fredda che entra nella sua carne, affronta quel dolore, e riesce, nel tempo, a cambiare? Oppure, nel tempo, è Claudia a cambiare e a mettergli finalmente in mano il coltello con cui aprirla e attraversarla, da parte a parte, senza pietà e senza veli, con amore responsabile. Come deve essere. O invece Flavio fugge. O resta, insincero, a rivestire una stupida maschera.
        Mi resta (resta a me, Paolo) comunque la domanda: nell’ipotesi che non si tratti di una richiesta egoistica e, come dici tu, “cattiva”, può esistere ciò che Claudia propone a Flavio? Un’amicizia profonda e indagatrice, scomoda e consolante, placida e sovversiva al tempo stesso. Che non sia però fraterna e in qualche modo neutra; perché quella sì, esiste. Tu stessa, oggi, hai scritto (indirizzando il tuo “ritratto”) di un simile rapporto. Il tuo ascoltatore ascolta in silenzio una confessione, come uno specchio riflettente. Depositario di verità intime e profonde, dell’essenziale di una persona. Ma innocuo. Uno specchio, per quanto scomodo e rivelatore, non è un coltello. Può esistere una cosa simile se, a monte, uno dei due ha già impugnato la lama del coltello per porgerla all’altro?

      • Urca… ☺️ Allora, Kafka scrive la frase in una lettera a Milena (fra le più belle lettere d’amore, amore mai consumato…mah!). Per come la vedo io Claudia si vuol tenere Flavio “al caldo”. Non è innamorata, magari si innamorerebbe, ma è una di quelle (o quelli) che si vogliono tenere le porte aperte perché fa comodo così. È un modo, è avere un punto di fuga su cui spostare lo sguardo in caso di bisogno o di alternative mancanti (cattiva lo sono un po’… Ma è una cosa che comprendo, va bene per quelli cui va bene, amen).

      • (Mi si è impallato il tablet, vado avanti…)
        Quello che ti chiedi può esistere? Sì, credo, purché si sia disposti ad accettarlo. Come dicevo sono scelte di vita. Io, lo dico per me, ci sono passata e no, non sono uscita sana. Perché in realtà chi dei due ama lascia che l’altro impugni il coltello, senza nemmeno rendersene conto, e svela le viscere offrendo alla belva la possibilità di consumare il pasto e lasciare la carcassa (scusa la crudezza, sono fatta così). Vincerebbe Claudia, sbranerebbe Flavio che, con la sua delicatezza, sarebbe pronto a lasciarsi distruggere per amore. Non sarebbe un rapporto fraterno, per niente. Sarebbe un rapporto di potere.
        Sul rapporto di amicizia fraterna, visto che mi citi come parte in causa relativamente al mio post, esiste. Sono rarissime le amicizie fra un uomo e una donna con questa forma, occorre una grande libertà e un grande rispetto delle parti, dei ruoli, una intimità mentale, e un dialogo scevro di giudizio e gelosia. Per parte mia mi sono sempre trovata più rispettata in queste amicizie piuttosto che con le donne, non so perché. Odio i consigli, e noi donne siamo piene di consigli da dare… Amo gli abbracci che accolgono, e in questi mi sento serena.
        Non è innocuo questo tipo di amicizia, porta a riflessioni, a letture dei fatti, alla capacità di guardare le cose con il giusto distacco ad un certo punto. È pace.
        Per finire, se devo dire come la penso sui due protagonisti, io di Flavio mi innamorerei. Il suo modo di essere “attenzione” è bellissimo.

      • Mi scuso per quell'”innocuo”. Non ne ero soddisfatto nemmeno io. Mi veniva “pacificatore”. E vedevo bene la scomodità e la necessità di quella scomodità, richiusi in quella presenza amica. Amica, ecco, nel senso di non nemica: un dolore inferto per amicizia, perché si vuole bene.
        Ancora una volta hai fatto chiarezza nei miei pensieri frettolosi e informi (anche adesso devo risponderti in corsa – ho delle cose da fare urgenti, ma non riesco a rimandare a dopo…).
        Mi piace la tua crudezza. E’ nitore. Sì, c’è la luminosità di un campo operatorio, ma la visione che dai è essenziale, dirimente. Ed è frutto di sofferenze… che non hanno modificato il tuo modo di essere, di esistere generoso e sincero, anzi l’hanno esaltato. Ti hanno fatto più bella.
        La tua visione sui due personaggi è evidente e condivisibile. E’ bellissimo anche questo connubio: un cinismo speculativo tagliente e lapidario, che convive – e di fatto protegge – una “polpa” così tenera e bambina, e preziosa. (ti cito e ti chiamo in causa ancora, scusami: le vie – e le spire – dei commentaires sono infinite…)

      • Sorrido. Il mistero è funzionale. Un non detto che dà potere, hai ragione. Soggioga e libera. E’ trucco, magia. Un alone di poesia. Ci sono persone che non ne hanno bisogno. Poesia è quello che sono.
        E ti cito ancora: “Sei (il verbo, non il voto)”

  4. E adesso mi levo dalle pa…role dei commenti con questo rilancio di onda sonora che è solo un modo diverso di ognuno di noi di percepire il mondo attraverso certe nostre corde nascoste…nessuna competizione con DJ-tiZ! Respect sis! 😉
    Múm, Green Grass Of Tunnel

    Down from my ceiling
    Drips great noise
    It drips on my head through a hole in the roof
    Behind these two hills here
    There’s a pool
    And when I’m swimming in
    Through a tunnel
    I shut my eyes

    Flavio, vieni con me e Paolo, lì ci aspetta pure tiZ, birretta?

    • Mi piace questa tua ulteriore lettura, Red. La relatività del punto di vista, i due lati della medaglia. Il fatto che da entrambe le parti, in fondo, ci sia del buono, laddove non manchi la sincerità e la chiarezza. Ci vuole attenzione e cura, molta attenzione e molta cura.
      Grazie Red. Quando vuoi… Non siamo poi così lontani…

      • Quando vuoi…tu. Paolo, causa convivenza di due nani al di sotto del metro di altezza, le mie possibilità di movimento sono parecchio limitate, tipo racchetta di Pong: solo su o solo giù. Pertanto, vedo più faciel berci questa birretta se ti trovi a passare dalla Città Eterna, batti un colpo. Non troppo forte che ho una certa età e famigggghia 😉

    • Solo un “disclaimer” (che tecnicismo!).
      “Un cielo vispo di stelle” è una citazione. Non mia, ovviamente. E’ una frase che una corsista (se non erro era una giovane donna) di Raymond Carver inserì all’interno di un racconto, di un’esercitazione settimanale. Come tale è arrivata a noi tramite la fedele trascrizione di una serie di lezioni che lo scrittore tenne presso alcune università americane (rif. “Il mestiere di scrivere”, a cura di W. L Stull e R. Duranti). Quella frase piacque al docente, tanto da meritarsi una sottolineatura di merito ed essere così immortalata. E piacque molto anche a me.
      In essa leggo tutt’oggi lo spirito che vorrei avesse questo Blog, sempre nascente, da tre anni a questa parte: la voglia di esercitare e imparare, di sperimentare, se possibile migliorando, e coinvolgere. E, al contempo, la necessità e il conforto, il profondo piacere, di sapere che sopra di noi brillano degli astri, dei riferimenti (della letteratura, dell’arte in generale) in grado di guidarci e ispirarci in questa meravigliosa esperienza che è lo scrivere. In sé metafora ed espressione di vita.

  5. Mi addormento con il gusto dolce amaro di questo racconto che mi ha rapita…bel ritmo, belle le immagini tratteggiate, ho visto i personaggi e sentito i loro moti interiori, quelli di Flavio soprattutto… Grazie, molto bello davvero! Del resto basta leggere i tuoi commenti in altri blog per cogliere una sensibilità grande…

    • Che bella immagine. Ne sono felice e ti ringrazio molto. Il tuo giudizio mi lusinga e mi conforta. Mi sprona. Grazie a te, dell’attenzione e del tempo dedicatomi. A presto!

  6. Anche Claudia non mi risulta granché simpatica. E’ il secondo personaggio femminile che incontro e non ne esce granché apprezzabile. E’ supponente. Non esistono dolori migliori di altri. Non ci sono sofferenze che nobilitano più di altre. Flavio è un gentiluomo d’altri tempi, e cerca di conoscere Claudia con modi garbati. Lei si dimostra continuamente inavvicinabile e alla fine si concede, quando sa bene che non solo non ci sarà domani ma non ci sarà un domani. Lei vede il futuro. Lei sa già come va a finire. Glielo dice dal balcone della sua reggia, in cui lui è invitato ad entrare quasi fosse un premio alle sue fatiche di corteggiatore. Flavio parla la lingua del cuore, Claudia la lingua della testa. Lei non vuole andare da nessuna parte. Lui vuole andare, cerca un compagno di viaggio, per un istante abbandona il suo registro pacato e grida un disperato, quanto inutile, “portami con te!”.
    Lei torna raggiante e lo accieca con la sentenza sulla loro storia “non voglio perderti”, ma si fa a modo mio. Claudia troppo arrogante. Non ne capisce di baci. “i ragazzi che si baciano non ci sono per nessuno”, avrebbe potuto pensare Flavio, correggendo un poco un poeta francese.
    Ma è lui che trema (e non l’ombra di un amore invidiato dal mondo). E’ lui che trema di fronte ad un precipizio da cui, per quanto attraente, non si lascerà inghiottire.
    Claudia è quel tipo di donna che si comporta nel modo peggiore inventato da un uomo, speriamo che Flavio non lo impari mai.

    • Lettura interessante. Accurata, sentita.
      Sei lettrice vera. Entri dentro, accarezzi, soppesi gli spazi fra le righe. Ormai lo so, l’ho capito bene. Ed è confortante. Sapere che ci sia chi ha e si prende questo tempo, questa cura.
      Sì. Sono con te. A distanza ancor di più. Flavio sale, Claudia scende. Di stima, valore.
      Cuore e testa.
      Istinto (quello buono, sincero, mosso da sane pulsioni – ingenue, se vuoi) e calcolo. Maledetto calcolo.
      Ma è un calcolo (se si può trovare un’attenuante) necessario. Claudia si è chiusa, a riccio, in difesa, su se stessa. Resta tuttavia il dubbio che non sia una sua naturale inclinazione. Che non sia per lei un rapporto elitario, elettivo; così forte, esigente, unico. Che abbia comunque bisogno di altro. Di più spazio. Per sé.
      Flavio è buono, è energia, innamoramento. Voglia di rinascita. Voglia di costruire. E’ figlio di una sana incoscienza, quella che fa prendere delle clamorose testate contro i muri. Quella che porta sul ciglio del dirupo.
      Ma anche lui ha imparato o sta imparando a accettare, comunque, ciò che non capisce, non condivide, non conosce e non gli appartiene. Lo fa con rispetto, nutrendo – almeno così crede – un’altra forma di amore. Che se non è amore è attenzione, ascolto.
      Claudia non è cinica fino in fondo. Non è cattiva.
      Flavio non è abbastanza forte, saggio. Non ancora.

      Riesco sempre a giustificare Claudia…
      Sono buono anch’io. Troppo.

      E comunque grazie, Silvia.
      In ogni caso, se guardi in giro, in questo umile e scarno contenitore, troverai anche qualche buon esempio di stronzo… :-))
      Almeno un paio.
      Se vuoi, mi ci metto. Così pareggiamo i conti. :-))

      Grazie ancora.
      Un abbraccio,
      Paolo

  7. Sai, alla fine ogni lettura è filtrata dall’esperienza; l’oggettività, in queste materie, non è del mio mondo.
    Ti confesso che se l’avessi letto in un altro tempo avrei ammirato Claudia e il suo esempio, indipendentemente dalle ragioni del suo essere. Ammirato con una certa invidia tipicamente femminile (i tentativi di emulazioni sarebbero naufragati, anche partendo con le migliori intenzioni!) Da qui la lezione che non si può andare contro la propria natura. Ma Claudia è coerente, anche se non è stratega, perciò mi accordo sulla tua giustificazione: non è cattiva e non è cinica 🙂

    Flavio è incosciente, ma non così pazzo da accettare la sfida e sottostare alle regole, covando segreta la speranza del cambiamento. Esercizio di saggezza numero uno pagina uno superato.

    …poi starà un anno senza una donna…
    ma questa è una storia non scritta che ti ha strappato un sorriso 😉

    io continuo a girovagare per queste stanze, prima o poi incontrerò lo stronzo e ti saprò dire

    ecco… non ti ci mettere ora d’impegno a crearmi un esempio nuovo in mio onore, non chiedo tanto 😉 (hai presente il canone della verosimiglianza? può essere dura competere con la realtà!)

    ora sono certa che stai di nuovo sorridendo 🙂

    cosa continuo poi a mettere faccine? gente che scrive dovrebbe sapere che non servono no? 🙂 😉

    Silvia

    • In quanto a faccine posso batterti. (ma mi tratterrò, per rispetto…)

      In quanto a “verosimiglianza”… (mi sa che è meglio glissare)
      Se e quando vorrai (non sentirti obbligata, mi raccomando!), ti consiglio: “Il preservativo” (breve racconto).
      E “L’incrocio”, ma mi sa che non l’ho mai pubblicato qui. Sì, è così. Mi sa che lo recupero e lo metto (magari in un paio di puntate – è un po’ più lunghetto)…

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