Il preservativo

Anna rientrò alle tre e mezza del mattino, dopo aver fatto chiusura. Gettò la giacca sul divano e appoggiò la busta coi soldi sul tavolino del soggiorno. Sfilò gli stivali lentamente, senza fare rumore. A piedi nudi, al buio, andò in bagno e si sciacquò la faccia.
Mentre si asciugava, premendo la spugna sugli occhi, si chiese se avesse ancora fame. Il crampo che l’aveva assalita mentre tornava a casa, sembrava scomparso. Poi accese la lampadina sopra lo specchio e la luce le ferì gli occhi. Abbassò lo sguardo e, di lato, sul mobiletto accanto al lavandino, scorse un oggetto che luccicava.
Trasalì. Non credeva ai propri occhi: era l’involucro di un preservativo. Grigio, metallico, aperto su un lato. Era stato usato.
Sconcertata, lo sfiorò con un dito. Non le sembrava possibile, eppure quell’oggetto era lì veramente. L’involucro di un preservativo usato giaceva sul primo ripiano del mobile del bagno di casa sua, fra spazzole e boccette di profumo.
Provò un profondo ribrezzo.
Poi, cominciarono le domande.
Non voleva credere che Attilio l’avesse usato per scoparsi qualcuno, né riusciva a immaginare un’altra donna intrufolarsi in casa loro, nel loro letto. Chi, poi?
Era più propensa a pensare che se lo fosse messo per gioco, proprio lì, davanti allo specchio, per eccitarsi e dar più consistenza a una fantasia erotica.
Non facevano l’amore da tantissimo tempo, pensò, un nodo che non avevano saputo sciogliere. In realtà ne avevano parlato e lei aveva confessato che era un problema suo, che non ne sentiva più il bisogno. Ed era vero: farlo per lei era diventato macchinoso e falso; faceva fatica, non vi si ritrovava.
Erano passati mesi dal giorno di quel chiarimento, ma nulla era cambiato.
Anna guardò il suo viso riflesso nello specchio. Un’ombra le segnava gli occhi. Rimase immobile qualche istante e poté udire il respiro lento e profondo di Attilio, nella camera accanto. Non l’avrebbe raggiunto, non poteva più dormire con lui, in quel letto.
Con due dita sollevò l’involucro argentato del preservativo, andò in cucina e lo gettò nel cestino della spazzatura. Si sciacquò le mani e le asciugò in uno strofinaccio. Si versò un bicchiere d’acqua, bevve e lo depose nel lavello.
Solo allora si rese conto di quanto fosse stanca.

***   ***   ***

Al mattino, alla solita ora, Attilio si alzò per andare al lavoro. Andò in bagno, si vestì e si diresse in cucina a prepararsi un caffè.
Quando vide Anna, in soggiorno, sdraiata sul divano, rimase alquanto sorpreso. Non l’aveva sentita rientrare, né se l’aspettava: aveva detto che sarebbe andata da sua madre. Si chiese come mai non fosse venuta a letto.
Per un momento, rimase lì a guardarla, indeciso sul da farsi. La stanza era invasa dalla luce, ma lei dormiva profondamente, nonostante la posizione innaturale che il divano, corto e stretto, le imponeva. Una gamba era leggermente flessa all’insù e il piede nudo spuntava da sotto la coperta con le dita aggrappate al bracciolo del divano, dando l’impressione che lo stesse scalando. Le braccia stringevano caparbiamente un cuscino, mentre il collo e la testa, puntati al bracciolo opposto, erano a loro volta ricurvi all’indietro. Sul suo volto addormentato era inciso un sorriso obliquo, che dava l’idea di quanto dovesse essere scomoda quella postura.
Attilio rinunciò al suo caffè per paura di svegliarla, recuperò la giacca, le chiavi della macchina e fece per uscire. In quel momento Anna schiuse gli occhi e si guardò intorno con aria disorientata. Lo vide e fece una smorfia, poi si girò bruscamente dall’altra parte, senza dire nulla.
Lui le si avvicinò, stupito delle sue stesse intenzioni. Si chinò, le mise una mano sulle spalle e le baciò i capelli, chiedendosi se fosse sveglia.
Lei ricevette quel saluto in silenzio, senza muoversi. Rimase immobile, finché non lo udì chiudere la porta dietro di sé. Allora sollevò la testa. Come un’estranea, guardò il soggiorno illuminato, poi affondò la faccia nel cuscino nel vano tentativo di ritrovare il sonno, e di dimenticare.

***   ***   ***

Si alzò con calma, fece una doccia e si vestì. Si preparò un panino e lo mangiò mentre faceva i conti dell’incasso della sera prima. Estrasse i soldi dalla busta, li contò più volte e annotò l’importo sul taccuino che portava sempre con sé. Era già quasi ora di andare: prima di raggiungere il bar, doveva comprare il pane e ritirare la biancheria in lavanderia. Si ricordò di avere degli scontrini nel portafoglio, li tirò fuori e aggiornò la lista delle spese. Verificò i conti un’ultima volta.
Aveva quasi finito, quando Attilio tornò inaspettatamente a casa. Anna riconobbe i suoi passi sulle scale, prima di udire la chiave nella porta. Era seduta al tavolo del soggiorno e lo guardò entrare con aria sorpresa.
“Devo cambiare la camicia”, disse lui vedendola. “Quella che ho messo stamattina mi si è completamente macchiata.” Sorrise mostrandole un’enorme chiazza di caffè all’altezza dello stomaco.
Era allegro, eccitato. Aveva fretta, doveva tornare subito in ufficio, tuttavia sembrava contento di essere passato per casa e di averla trovata lì.
Avviandosi, la salutò e parve cercare qualcosa da dire.
Anna lo fissò, cercando di capire cosa gli passasse per la testa.
Attilio le si avvicinò di nuovo, le cinse le spalle con un braccio e la baciò sulla fronte. A suo modo, fu un gesto paterno.
“Uno di questi giorni, pranziamo insieme”, disse sorridendo. “Non lo facciamo da mesi”.
Anna lo guardò andarsene senza battere ciglio, le labbra serrate in un ghigno incredulo.

***   ***   ***

Aspettò che le chiavi smettessero di dondolare. Sulla parete, accanto alla porta, era appesa una foto di lei da piccola, l’aveva scattata suo padre. Aveva cinque anni e stringeva a sé un enorme papero di peluche, alto quanto lei.
Si alzò, andò in cucina e frugò nel sacchetto della spazzatura. Tornò in bagno e rimise l’involucro del preservativo là dove l’aveva trovato. Controllò che fosse esattamente nella stessa posizione. Lo contemplò. Poi ci ripensò e lo gettò nel lavandino, proprio sopra lo scarico.
Andò in camera, aprì l’armadio e prese i vestiti per qualche giorno. Recuperò la busta coi soldi, il taccuino, mise tutto in una borsa e uscì in fretta. Sulla soglia, diede un’ultima occhiata in giro con la sensazione di aver dimenticato qualcosa, poi alzò le spalle e chiuse la porta.

***   ***   ***

Quella sera, rientrato a casa, Attilio andò in bagno. Tirò l’acqua, accese la luce sopra lo specchio e fece per sciacquarsi le mani. Fu allora che lo vide.
Rimase immobile, impietrito, senza togliere la mano dall’interruttore.
“Non così…”, alitò, prima ancora che la sua mente riuscisse a formulare un pensiero coerente, prima di riuscire a ripercorrere la sequenza degli eventi.

La frequentava da qualche settimana, si erano conosciuti in un bar. Avevano attaccato bottone e si erano incontrati altre volte, sempre nello stesso posto. Si chiamava Nadia e non disdegnava bere qualche bicchiere in compagnia. Alla fine Attilio, aveva deciso di invitarla a cena. Era accaduto la sera prima.
Dopo cena, le chiese se voleva andare a casa sua e poco dopo si ritrovarono stesi sul letto. A un dato momento, Attilio andò in bagno e si mise un preservativo. Quando la raggiunse, era sdraiata sulla pancia, le braccia abbandonate lungo il corpo. Pensò che avesse bevuto troppo e che avrebbe dovuto svegliarla, ma poi si stese accanto a lei. Nadia si voltò lentamente verso di lui con gli occhi semi chiusi. Con le dita di una mano si sfiorò un labbro, come per assicurarsi che fosse ancora lì.
Per un po’ rimasero sdraiati uno accanto all’altra senza toccarsi, in silenzio. Attilio si girò stancamente sulla schiena e il suo sguardo venne inghiottito dal soffitto. Chiuse gli occhi. A un tratto sentì quelli di lei su di sé, calmi e inespressivi, e pensò a quanto sarebbe stato faticoso, di lì a poco, rivestirsi e accompagnarla a casa.

“Non così”, ripeté davanti allo specchio, senza riuscire ad alzare lo sguardo.

Advertisements

39 thoughts on “Il preservativo

  1. L’ho letto d’un fiato! Con il fiato corto…Tra la rabbia incredula e delusa di Lei e la non-calanche e gli inutili sensi di colpa di Lui. Mi ha lasciato li’ sospeso appena dietro di Lui, un po’ sopra la sua spalla, a fissare insieme il fondo del lavandino e quell’involucro argentato. E gli dicevo: “Che caxxo hai fatto ?!? Non l’hai fatto davvero? Dimmi che non l’hai fatto…Che caxxo hai fatto?!? ” Applausi. Si chiude il sipario. Prenoto il posto in prima fila per il secondo episodio. Ancora applausi

    • Grazie Red, generoso! Mi fa piacere sia arrivato qualcosa… della tensione, sì… nel succedersi di pensieri e gesti apparentemente routinari, che tutto a un tratto non lo sono più, anzi sono densi di significato… Tutto cambia in pochi istanti…
      Grazie ancora. Al prossimo… gioco di specchi…!

      • E’ arrivato, è arrivato più di “qualcosa”: la tensione è da corda di violino, ti senti quasi un “intruso” nella loro intimità, ma la routine che descrivi così bene, apparentemente senza sussulti, ti fa sentire a casa e ti trattiene. Alla fine, giochi sporco…quando raggiungi la fine, mi sono sentito un “voyeur”, senza però poterne fare a meno. La “routine” non cambia per definizione, non in questo caso in cui cambia il suo significato.
        Guarda che prima mi sono trattenuto, l’ho letto sul mio dumbphone e devo proprio andare dall’oculista o andare in giro con tablet da 10 pollici…ne ho visti alcuni che parlano a telefono con il tablet all’orecchio sia a piedi sia mentre guidano…?!? “Non così”, dissi senza togliere la mano dalla tastiera…;) Specchio riflesso.

  2. Innanzitutto, grazie per il “follow”.
    Ho letto questo racconto e mi piace molto il modo di svolgere e il genere di scrittura. Tra i tanti modi possibili di raccontare, questo lo apprezzo, sono i dettagli a rendere vivo il momento dopo momento (per esempio: aspettò che le chiavi smettessero di dondolare).
    Piuttosto, la conclusione, le ultime righe: le parole di lui, il “non così” mi è ermetico. E tutto dipende molto da quel “Non così” che non capisco. E mi dispiace. Perchè chiaramente lì c’è l’epilogo risolutore. E ripeto, fino a quel momento, procedevo veloce e assetato come difficilmente, molto difficilmente, mi capita con i soliti racconti sui blog, generalmente prolissi e scuciti.

    • Grazie a te per essere passato di qui e per il prezioso commento. Al quale risponderò, quasi certamente, con una modifica al mio brano. E’ una cosa che è già “in pectore”. Dopo averlo pubblicato, ho riletto e limato il brano più volte (è un mio modo poco convenzionale di procedere), ma nell’involuzione finale, in quella sorta di “imbuto” che in tre righe e due battute non esplicitate, risucchia l’intero flusso generatore del racconto, anch’io ne ravvisavo la più grande debolezza. E’, anche al mio sentire, una sorta di eccessiva, ingiustificatamente brusca frenata. Un atterraggio violento e maldestro. Non è solo questione di tagli, che ci sono stati. E’ questione di “dove volere andare a parare”. Su questo devo ancora riflettere.
      Grazie ancora del commento, da tecnico e attento lettore. Ovviamente, è quella macchina da scrivere che “iconeggia”, nonché la tua lunga serie di lavori che mi hanno immediatamente invogliato a seguirti, seppur “al buio”.
      Fiducia ben riposta.
      A presto, Guido.

      • Mi inchino.
        Perchè scrivendo quello che pensavo, volevo essere sincero e non buttare lì un “mi piace” tanto per fare o passare oltre con una scrollata di spalle. Nel contempo, ero conscio di rischiare, promuovere suscettibilità, così tanto diffuse se non la regola. Invece, la tua risposta è professionale. E conferma sicurezza in te, cioè che hai in mano il “mestiere”. Per esempio, mi hai fatto sorridere sulle limature a post pubblicato. Perchè non sei il solo. Mi capita di limare anche otto, dieci volte, un blocchetto meschino magari di quattro righe. Sposti una virgola, metti prima o dopo una parola, e cambia l’effetto totalmente!!!!!
        Hai colto benissimo sul finale. Hai detto tu meglio quello che io volevo esprimere. Vale la pena di lavorarci perchè la “preparazione” precedente è ottima, ottima veramente.
        Sì, a presto 🙂

        Nota: la serenità di questo dialogo è possibile perchè prima viene la Scrittura e poi chi la pratica, mentre usualmente avviene il contrario, prima vengono gli ego delle persone che la praticano e poi viene la Scrittura.:-)

      • Il bello, la potenza della rete. Permettere l’incontro e lo scambio a persone accomunate da una sincera passione, come quella della scrittura. Hai proprio ragione, Guido: quel che conta è comunicare, trasmettere emozioni al lettore e, nel farlo, risuonarne ancora. Credo che nell’intenzione di ogni scrittore, che è necessità, ci sia prima di tutto questo: il bisogno di raccontare, di far conoscere. Di scoprire, comunicare, far emergere, anche. Ma scrivere è un gesto intimo e complesso. Perché un’emozione, un messaggio, una descrizione… possano dirsi nitide e giungere davvero a destinazione, il vettore deve essere in qualche modo ripulito da ogni fonte di inciampo, da ogni possibile filtro dell’io narrante. La parola e il narrato nascono dal più profondo del loro originatore, ma allo stesso tempo devono avere il modo di affrancarsene al più presto; e da lì procedere liberamente, sulle proprie gambe. Non è facile. Mi rendo conto – parlo per esperienza diretta, vissuta ogni volta che assecondo l’idea di raccontare qualcosa, che quanto di più banale e risaputo ho fin qui blaterato, rappresenti lo scoglio più difficile per un aspirante scrittore, che, senza superarlo, non potrà mai dirsi tale.
        E’ evidente che un eccesso d’egocentrismo sia, dal mio punto di vista, assolutamente contro il buon esito di questo esperimento. Farne poi motivo di sterile ciancia o autopromozione da social network, ritengo vada esattamente in direzione opposta e sia pura perdita di tempo.
        La ricerca del Vero, quindi del Bello, prima di tutto.

    • Guido, ho modificato il finale. Diciamo che ho inserito qualcosa all’interno di quella parentesi vuota. Qualcosa che potesse accumularsi, prima di essere risucchiato nello scarico di quel lavandino…
      Fammi sapere cosa ne pensi, se ti va.
      A presto.

      • Mi sembra che tu l’abbia colmato il vuoto.
        È la storia paradossale di un equivoco ordito dal caso. Lui, in realtà, non ha consumato, ma resta quella traccia, il preservativo, che scoppia come una bomba devastante a rompere un rapporto tutto sommato solido, a suo modo.
        La psicologia tipicamente femminile di lei, e quella maschile di lui, mi sembrano doviziosamente e scrupolosamente ritratte.
        È così, okay? Sono io ora a chiederlo a te 🙂

      • Hai inteso perfettamente, Guido.
        Non aggiungo altro a quanto hai detto tu con esattezza. Il preservativo è un “pretesto”, l’innesco di un processo che doveva comunque avvenire, prima o dopo. Poco cambia il fatto di aver consumato fino in fondo un tradimento (tecnicamente, basterebbe l’intenzione). La fatalità non fa altro che portare alla luce due esistenze affiancate nella loro individualità. L’effetto della deflagrazione è un immediato, prevedibile allontanamento. E qui il breve racconto, come spesso accade (almeno nei miei) ci lascia in sospeso. La lente del narratore si sofferma sulle componenti psicologiche degli attimi immediatamente successivi al “big bang”.
        Grazie, Guido, del tuo lucido e confortante rimando.

      • Mi fa piacere, Anna, che anche tu abbia partecipato a questo scambio.
        Mi fa piacere pensare che le parole, quelle che possono avere un senso, non vadano perse.
        In questo trovo che strumenti come queste pagine di diario condivise con persone vicine e distanti (fisicamente, ma vicine, anche straordinariamente vicine nell’animo) siano bellissimi.
        Bellissimo ritrovare e rileggere pagine anche a distanza di anni…
        Buona giornata.
        Paolo

  3. Anna è stanca, stanca da morire. E non perché lavora di notte.

    Attilio sì è uno stronzo, uno stronzo qualunque, non assolutamente stronzo, “non fino in fondo”, un povero stronzo.

    In queste esistenze qualunque, che diventano subito universali, c’è una tristezza infinita e insanabile. Amara e autentica.

    Due vite che stanno insieme e non si incontrano mai, anche quando, mi viene da dire finalmente, il destino beffardo ci mette lo zampino e mette sul piatto d’argento l’occasione per litigare? Chiarirsi? Mandarsi affanculo?

    Anna e Attilio hanno già chiuso. Lei lavora di notte. Lui lavora di giorno. Non si vedono se non di sfuggita, che se fosse amore sarebbe ossigeno rubato e salvifico, sotto le lenzuola, dentro un semplice abbraccio.

    Anna stanca che si trova di fronte ad un fatto compiuto, e noi con lei. Pensa ad una spiegazione, si domanda, perché sa bene che quel preservativo non è stato usato con lei: loro non fanno più l’amore, lei non lo vuole più. Prova a pensare ad un Attilio adolescente che si pavoneggia in bagno facendo la prova generale. Ma non funziona.

    (cazzo, vai, sveglialo, prendilo a schiaffi, digli che è uno stronzo, che non doveva permettersi di trattarti così, che lo ha fatto in casa vostra, nel vostro letto, che nemmeno il buon gusto di buttare nel cesso la carta del preservativo, che non ha nemmeno un po’ di stile, che è proprio un povero stronzo)

    Anna tace, va a dormire. E dorme. Dorme male, sul divano, ripiegata come i suoi pensieri, come i sogni che forse sta facendo. Lui la vede, si stupisce di vederla. ha un moto di tenerezza (dato forse dall’abitudine?). E’ il colpevole non ancora scoperto che si comporta come se niente fosse?

    (ora le dò un bacio e la sveglio, le preparo il caffè, glielo dico che la voglio ancora, che mi manca, lei non sa niente , non è successo niente, sono ancora in tempo, ci possiamo riprovare)

    Il destino beffardo è un caffè sulla camicia pulita. E’ un destino che urla l’ultima possibilità , ma urla a due sordi.

    Anna è infastidita da quell’intrusione, così piena di vita, così ignorante. Adesso gliela faccio pagare, con una vendetta, silenziosa, fredda, calcolata. Femmina. Codarda. Così mette in atto ed esce dalla scena.

    “Non così”. Anna non ha vinto. Attilio ha perso. E’ la vittoria della rassegnazione.

    E così, rispettando la legge universale non scritta, governata dal caso, la storia finisce. Il tradimento è compiuto, anche se non consumato.

    Quanta tristezza in questo racconto, lascia un senso di vuoto, di vite inconsistenti, un senso di impotenza pesante, incollante.

    • Ecco. Commenti come questo giustificano la presenza di una qualsiasi pagina scritta nel web.
      E danno dipendenza, lo sai?
      Aspettavo il tuo commento, ti aspettavo. Perché mi conducessi con i tuoi occhi, le tue capacità, la tua vitalità attraverso questa triste (lo è, tanto, hai ragione), triste storia. Me l’hai raccontata, spiegata e riscritta.
      Anna e Attilio, simboli (universali, sì, ahimè) in fondo di… un’occasione mancata. Di essere vivi. Di essere onesti, con se stessi. Di prendere. Di chiedere. Di volere. Persone che non chiedono, non danno, non si danno. Che non hanno il coraggio di farlo. Sono morte. Sono vite apparenti…
      Grazie Silvia della tua bellissima “lettura”.
      Paolo

  4. Dipendenza è quello a cui stavo pensando prima di leggere il tuo commento.
    La coincidenza è stupefacente.
    La sostanza è stupefacente.
    Come il senso di benessere.
    C’è l’attesa, il momento appena prima di.
    Il presente è elettrico.

    ci ho messo un po’ a scrivere la risposta
    che non fosse una fila di aggettivi qualificativi
    ci ho messo un po’ perché il mio stato emotivo è coniugato in forma progressiva

    non è facile rendere questa audacia

    • … temevo di essere andato in overdose… (faccina che ride sguaiata, con sguardo stralunato, da sopravvissuto)

      Invece no, sono ancora qui. Su questa moquette sgaruppata con la camicia che mi ferma il respiro affannoso, lo sguardo che naviga nel vuoto, galleggia – meglio – o forse fluttua, i pantaloni e la patta slacciati… che… chissenefrega, sto bene qui dove sono, così come sono… In questo attimo – immortale – di felicità.
      C’è sempre tempo per atterrare.
      Non lo farò certo adesso…

      Che dire, Silvia?
      Ci sei riuscita.

      “il mio stato emotivo è coniugato in forma progressiva”.
      E’ meglio del sesso…
      (faccina che…)

      🙂

      Un abbraccio.

    • PS. Com’è che ieri ti vedevo camminare su di un sentiero di montagna e oggi, invece, sei iconizzata in un astrattissimo e anonimissimo punto croce di linee?…

  5. In ordine sparso
    illetterato sgrammaticato
    ti immagino

    rileggo in loop il tuo pensiero e lo stato emotivo non subisce modificazioni
    o meglio oscilla e si amplia

    acqua fresca sul viso e respiro affannoso (è la stessa sostanza, vedi?, stessi effetti), fa fatica a passare per la gola

    sono rossa, davvero

    non atterrare
    non atterriamo

    (sto facendo un lavoro che non riesco a finire, ci sono almeno 4 persone, ho la faccia imbambolata e spero solo che nessuno mi faccia domande perché sento di avere la voce che trema)

    che cosa pazzesca
    che cosa pazzesca che cosa pazzesca che cosa pazzesca

    sto scrivendo il momento perfetto e se ti leggo ancora ti imparo a memoria

    • Doccia fredda.
      Calma.
      Sospiro.
      🙂

      “sto scrivendo il momento perfetto e se ti leggo ancora ti imparo a memoria”…

      Hai sempre la chiusura perfetta.
      Sei grande.

      (dovremmo farne un brano….)

      Rifletto (ricomponendomi davanti allo specchio): “pezzo”, “brano”… come si abbinano bene queste parole, spesso o sempre usate con leggerezza – a ragion veduta, come si abbinano alla vita presa a “morsi”, brandelli strappati con audacia e forza istintiva, desiderio…

      • Bello, mi piacerebbe se scrivessimo qualcosa insieme. Penso che ne verrebbe qualcosa di unico!

        Non ricomporti, rimani ancora un po’ scomposto e sudato, perso in questo sublime e magico istante. Siamo diversi come due gocce d’acqua, direbbe la mia poetessa preferita.

        La vita così annulla le distanza. E’ una vicinanza capovolta. Come due universi paralleli. Vediamo lo stesso cielo, ci scalda lo stesso sole, mordiamo la stessa carne, senza toccarci.

      • Già! (credo che ci riusciremo)
        Hai ragione. Incredibilmente vicini.
        Curiosità. Chi è la tua poetessa preferita?
        (navigando ho trovato un tuo scritto citato da un blogger… era molto bello, non lo trovo più… citavi i ragazzi che si amano di Prévert…)

      • Trovato!
        Lo riporto anche qui.
        Perché lo merita.
        Davvero,

        Ben tornata, Poetessa.
        (a te la parola)

        “Quelli che scrivono anche a occhi chiusi.

        Quelli che quando si sentono vivi la prima cosa è trovare parole nuove per raccontare.

        Quelli che scrivono quando sono disperati, distillando le parole con l’alambicco del dolore.

        Quelli che scrivono le nostalgie come se stessero facendo l’amore.

        Quelli che quando non scrivono non è perché basta fare piovere parole per raccontare la pioggia.

        Quelli che scrivono sono un po’ come i ragazzi che si amano, non ci sono per nessuno.

        Quelli che scrivono, quando si scrivono, vivono le pagine non scritte dei libri.

        Sono tutto quello che succede dopo l’ultima pagina.”

        Semplicemente stupendo.
        P.

  6. Nella rete ci sono pezzi sparsi di me, parole, tentavi per immagini, elenchi di libri. Il tao con lo sfondo rosso l’ho trovato per caso e nonostante tutto non riesco a separarmene. Le parole che hai ritrovato mi portano indietro nel tempo. Grazie. Silvia

      • Sì. Una storia finita e nessuno che voglia ammetterlo. Un modo crudele e vigliacco (un po’ da parte di entrambi) di porvi fine.
        Non c’è dialogo, non c’è incontro, non c’è chiarimento. La commedia del non detto e dell’occasione mancata.
        Grazie della lettura, Anna.
        Cara compagna di viaggio.
        Paolo

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s