Il rifugio (è dentro di noi)

Luogo

 

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18 thoughts on “Il rifugio (è dentro di noi)

  1. Perdona se imbratto lo schermo con delle parole, quando questa bellissima foto con All The Colors of Autumn rapisce lo sguardo e vi si perdono i pensieri e il cuore. Essendo un grafomane (e tu mi conosci), la parola scritta non mi manca, ma – per il timore di rovinare questo incant(esim)o – faccio un’eccezione alla (mia) regola e cioé esprimerò ciò che trasmette questa immagine con le parole di un altro, di un illustre poeta:

    Nel mezzo del cammin di nostra vita
    mi ritrovai per una selva oscura,
    ché la diritta via era smarrita.

    Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
    esta selva selvaggia e aspra e forte
    che nel pensier rinova la paura!

    Tant’ è amara che poco è più morte;
    ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
    dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.

    Dante non me ne vorrà: il fitto degli alberi incute ansia, ma quei colori lasciano un barlume di speranza, cui ogni essere umano ha diritto, inalienabile e naturale.

    • Caro “Red”, grazie di essere passato di qui. In questa landa deserta, dove, a volte, le parole risuonano, echeggiano, libere, per un po’ di tempo. Grazie delle tue di parole e di avermi fatto rileggere quelle del Maestro. Non le ho chiosate con un “like” solo per paura dell’anatema… E’ bello ciò che hai visto nella foto. Come hai notato, non l’ho sgualcita o ottenebrata con le mie parole. Ho lanciato solo un mio ermetico messaggio, che le fronde tinte d’autunno hanno trattenuto. Un soffocato, interiore grido di fiducia e di speranza, in verità. Nelle infinite risorse racchiuse nello spirito di ogni essere umano. Proprio come anche tu hai sentito di fare. Grazie.

      • Non chioso nemmeno io con un ai laik per non incorrere nel paventato anatema, però ci tengo a farti sapere che questo tue parole mi sollevano lo spirito. Pensavo di essere entrato in tackle ed essermi trascinato, oltre al pallone, anche tibia e perone del difensore. Mi fa piacere di avere interpretato bene la tua ispirazione e adesso mi sparo la bella ballata dei Green Day: Wake me up when September Ends. Ce sta.

  2. Non ne son così certa… Dentro di noi a volte c’è solo incertezza e smarrimento. Il rifugio è dentro al cuore della persona che ami, riamato. Il rifugio è nella immensa misericordia di Dio!

  3. Cara “Ma”, il mio succinto “post” ha percorso un suo sentiero, il quale, in vero, arriva da molto lontano. E’ asciutto e essenziale, di libera interpretazione. Certo è che, sollecitato dalla lettura di un articolo de “I luoghi dell’infinito”, che anche tu hai letto e conosci, mi sono trovato a riflettere sul concetto di “luogo”, in tutte le sue accezioni, concrete e figurate, nei suoi vari complementi. Mi sono chiesto quale potesse essere, se esiste, il luogo in cui io amo rifugiarmi per… riflettere, leggere, scrivere, costruire i miei sogni, i miei mondi paralleli, per viaggiarli, attraversarli… Ho scoperto quello che tutti noi già sappiamo: quel “luogo” non è un luogo, né una dimensione, e non prescinde dal tempo, da mutazione e movimento. Può essere una stanza, certo, una poltrona, una panchina in un parco, in una piazza; un sentiero, un marciapiede, lo scompartimento di un treno; una città, un paesaggio, la cima di una montagna, l’urlo del vento, di un gabbiano; può essere uno sguardo… Ho anche pensato a quanto l’avere (messo) radici, nella propria vita, possa influire su questa elezione. E mentre pensavo a tutto questo, ho vissuto l’irrefrenabile bisogno di entrare nel bosco, di camminare nel bosco, di attraversarlo, respirarlo, di carpirne i colori, a manciate, di sentirne l’umido, sfogliato, possente abbraccio, che supera il tempo e le stagioni, che sopravvive a ogni umano passaggio. E allora, mentre calpestavo e rimestavo le foglie sul sentiero, mentre sentivo avanzare, precoce, l’ombra della sera, mi son detto: è qui. E’ questo il luogo dove amo stare, che devo attraversare, dal quale devo partire, al quale, prima o poi, devo tornare.
    Ho a lungo fissato la foto che ho scattato, cercando di cogliere quale fosse l’elemento che me la rendesse, non solo bella, ma così intima, familiare. Per arrivare a dire che quello non era altro che un mio ritratto.

    • Parole sante. Parole sante. L’ho letta di un fiato e mi stavo per alzare in piedi sul divano, indifferente del notebook che sarebbe rovinato a terra, con tutte le scarpe e iniziare a battere le mani in una standing ovation verso il nulla per cui mia moglie mi avrebbe fissato e chiesto “se stavo bene?”. Avrei risposto: “Benissimo, be-nis-si-mo”.
      Grande Paolo!

  4. Corro a rimetterlo.
    Ne condivido appieno lo spirito.
    Ogni atto di violenza e di guerra (su qualsiasi fronte), va contrastato con un nuovo, maggiore impegno nella ricerca delle vie per garantire la pace nel mondo.

  5. io nel mio rifugio sto benissimo, nel mio silenzio sono profondamente libera. il mio rifugio dove è stata tempesta, odio, ripudio, perdono e amore. quale posto migliore se non quello dove ci siamo evoluti?

    • Sì. Hai perfettamente ragione, tiZ. Quel rifugio si raggiunge vivendo, nel tempo, nel bene e nel male. Si impara a riconoscerlo, coprendo la distanza che da lui ci separa. E’ un luogo che, a volte, deve essere pulito, svuotato, liberato, perché possa essere ospitale. Perché possa essere veramente nostro. Ma arriva il momento in cui, finalmente, si comincia a abitarlo. Ciò che scrivi, tuttavia, è perfetto: non sarebbe un vero rifugio, se non ci avesse visto compiere il cammino per trovarlo. E, aggiungo, un rifugio che ha ospitato il perdono è sicuramente molto bello.

    • In verità, mi rendo conto, tiZ, che non avevo colto davvero il senso del tuo commento. Per me la scoperta del rifugio, quindi di me stesso, di quella parte di me stesso che so essere veramente originale e mia, dalla quale muovere e nella quale accogliere, è stata una conquista progressiva nel tempo e insospettatamente faticosa. La mia storia di uomo, nelle relazioni con gli altri, passa di lì. E mi son ritrovato così, a quarant’anni, a camminare sulle mie gambe come un vitello appena nato.
      Tu, invece, dici un’altra cosa, assolutamente sentita e vera. Che avrebbe potuto essere anche mia, ma che sottendeva un diverso grado di consapevolezza e di conciliazione con se stessi. Tuttavia, la capisco e, guardandomi indietro, te la invidio, eccome. Vorrei aver trovato la porta del mio rifugio quando fuori infuriava la tempesta. Averlo abitato nel modo giusto. Perché in realtà l’ho fatto: la porta l’ho trovata e l’ho aperta con cruda impellenza e relativa facilità. Solo che allora, una volta entrato, per qualche motivo e per qualche mio personalissimo limite, non mi sentivo ancora a casa.
      Grazie di avermelo fatto capire.

      • Caro Paolo, sono perfettamente in linea con ciò che dici. E in verità credo che il mio rifugio sia imprescindibile dalla mia evoluzione, qualcosa che non smette di evolversi, cambiare, mettersi in discussione e ricominciare. Ho chiuso tante porte solo perché mi rendevo conto di non poter cambiare tutto, di avere dei limiti o per il semplice fatto di aver individuato cosa non mi faceva stare bene, che non esaltava il meglio di me. E ciò che non mi fa essere migliore di quello che voglio essere non può fare parte del mio rifugio. Prima me ne facevo una colpa, ora ne faccio un vezzo su cui poggia la mia serenità e la persona che voglio essere. Essere fedeli a se stessi è cosa assai complessa, non trovi?
        tiZ

  6. Sì. E’ “complesso”, perché vuol dire aver imparato a conoscersi veramente. Anche nei propri mutamenti. Può essere faticoso, perché, come hai giustamente sottolineato tu, può voler dire “chiudere delle porte”, dire dei no, sottrarsi e non darsi, ostinatamente, irragionevolmente, costantemente. E’ doveroso, perché ne va della tua dignità, della tua serenità, della qualità del tuo essere, del tuo modo vivere. Mi piace ciò che hai scritto, la linea di demarcazione che hai tracciato: escludo tutto “ciò che non mi fa sentire migliore di quello che voglio essere”. Quante volte accade l’esatto contrario? Mi vengono in mente quelle battute di Agrado, nel film “Tutto su mia madre” di Pedro Almodovar. Ricordi? Non dicono la stessa cosa, ma rendono bene l’idea. “Una persona è tanto più vera, quanto più è fedele all’idea che ha di se stessa”. Con questo non intendo dire, ovviamente, che dobbiamo fare di noi stessi il centro di ogni cosa, scivolando così in un bieco, ottuso egoismo. La vita non ci chiede questo. Ma ci chiede di avere rispetto, fra gli altri, anche e soprattutto di noi stessi.

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