Vecchia pagina di un diario mai scritto

“Credo di aver cominciato ad apprezzare la vita, le mie scelte, le mie conquiste nel momento in cui mi sono affrancato dal condizionamento dei miei genitori. Mio padre, mia madre. Appena mi volto, è mia madre che vedo, che sento. La sua voce è impronta marcata a fuoco nella mia memoria. Poco dopo, però, mi accorgo che più delle strillate, dei pianti, dei lamenti di mia madre poterono le alzate di spalle, i prolungati, estenuanti silenzi di mio padre. Mio padre, quindi. Non ne ho memoria, non credo che abbia mai alzato la voce con me. Né che mi abbia mai aggredito o ripreso con veemenza. Non ha nemmeno smontato o inchiodato la mia coscienza con le assillanti argomentazioni cui era facilmente incline, invece, mia madre. Niente di tutto questo. Tuttavia, il suo silenzio e quella specie di remissiva disapprovazione con i quali accoglieva ogni mio proposito mi facevano realizzare, più di quanto potessero le sfuriate e i fiumi in piena di mia madre, il baratro in cui scivolava la sua stima nei miei confronti. Altrettanto profondo e oscuro era il pozzo in cui era inscritto il suo diniego. Incontrovertibile, perché irraggiungibile. Sancito e detto in un luogo così remoto da non riuscire nemmeno a udirlo.”

Questa pagina non esiste. Non ho mai tenuto un diario e rimpiango di non averlo fatto. Penso che avrebbe potuto aiutare, facilitare il processo, l’avrebbe reso forse meno doloroso. Ma non è detto. Non sono certo di come funzioni. Comunque sia, è andata così: non ho scritto, e prima ancora non ho detto, non ho affermato, non mi sono posto, né visto, né riconosciuto, non ho lottato, non ho capito e, in fondo, forse non ho nemmeno agito. Sono successe delle cose e oggi dico: non è colpa di nessuno. Non c’è traccia scritta di quanto io abbia desiderato o fatto in modo che accadessero. Ne sono testimoni ed eredi i miei personaggi. A volte ho la sensazione che siano loro gli unici autori di tutto ciò che è o non è stato, fuori e dentro di me. E così, anche se a distanza di tempo, tanto tempo, posso dire anch’io, serenamente, di non riconoscermi più nelle parole che ho e non ho mai scritto e nel sentimento informe che le ha ispirate. Sono certo, invece, del sentimento che provo per le persone che da sempre sopporto e amo. E sono certo di aver capito cosa significhi il perdono. In quel gioco, a tratti perverso, che ci fa entrare e uscire dalla pagina scritta e raccontare, prima di tutto a noi stessi, delle verità relative e mutevoli, ho trovato anch’io una mia via, forse l’unica vera conquista di tutta la mia esistenza. E mi sono riconosciuto.

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6 thoughts on “Vecchia pagina di un diario mai scritto

  1. Carissimo, da una settimana non accendevo il computer. Forse avrei fatto meglio a non accenderlo nemmeno stasera. Comunque berrò la mia dose di magnesio Supremo e mi aiuterà a prender sonno. E’ incredibile quanto possano essere diversi i punti di vista delle persone che pur crediamo di conoscere. Io so solo che quando penso a te , alla nostra vita insieme, ricordo prevalentemente cose belle, sentimenti di confidenza e di stima che mi allietano il cuore. Il bene che ti ho voluto e che ti voglio lo sa solo il buon Dio, il dispiacere di non averti potuto dare di più quando tu stavi progettando il tuo futuro professionale è il mio costante rammarico. Il desiderio che tu possa sentirti realizzato e felice è in cima a tutti i miei pensieri. Altro non mi sento di dire. Ti abbraccio Mamma

  2. Cara mamma,
    spero tu abbia dormito sonni tranquilli. Perché così deve essere e mi rammaricherebbe molto il contrario. Capisco il tuo turbamento e mi interrogo, in un misto fra imbarazzo e senso di colpa tardivi, sul perché e il senso di un nostro comunicare in questo modo. Ma la risposta è in quelle mie stesse righe, “… non ho affermato, non mi sono posto…”. Eccomi qui, infatti, a scriverti una pagina di lettera virtuale e pubblica (per fortuna molto poco pubblica), piuttosto che a parlare vis à vis con te, con voi. Ed ecco riaffacciarsi il tema dell’ipocrisia o del “non essere” che affolla periodicamente la mia coscienza, e che penso sia sotteso all’atto di scrivere certe pagine (di diario e di racconto).
    Ma non divago. Quel che mi preme sottolineare qui è solo una parola: serenità. Non è stata scritta, credo, là sopra. Ma c’è. E’ il sentimento che oggi vivo e mi accompagna, il sentimento che mi fa leggere con occhi diversi e distaccati la mia esistenza ed anche una paginetta avulsa e insulsa di più di dieci anni fa, recuperata per caso, o per mania, o proprio per capire e andare oltre. Avulsa e insulsa, sì, perché slegata e incoerente. Senza un prima, né un dopo. Semplicemente appesa. Tutto in me, mi trovo a dire spesse volte, è inconscio e informe. Ma l’accettarmi per come sono, l’accettare anche la passività con la quale a tratti ho affrontato la vita, è stato il primo passo per vivere meglio, per approdare alla serenità di oggi. Serenità, ecco.
    Cara mamma, temo non sia affatto chiaro, ma a te e papà non rimprovero proprio nulla. Anzi, al contrario, non sarò mai grato abbastanza dell’amore di genitori che mi avete dato. Cionondimeno ho deciso di non nutrire rimorso, né rancore verso me stesso, l’unico vero responsabile di ogni mio successo e fallimento. Ed è questo il punto. Questa la ragione della serenità e della libertà, conquistate, con la quale anch’io posso ricambiare il vostro amore.

  3. Una delle pagine più coinvolgenti tra quelle lette nei blog.
    Uno stralcio di un diario mai scritto, corredato di riflessioni esplicative, è un artificio letterario complicato che affascina autore e lettore.
    Straordinario l’intervento della madre.
    Coraggioso il rivelarsi dell’autore.

  4. Alba. Prima di tutto, grazie per essere passata di qui.
    In secondo luogo, grazie del tuo commento. Riesce a dare un senso a scelte e azioni (come quella di scrivere e di rendere in qualche modo “pubblici” i propri scritti, i propri pensieri), sulle quali mi interrogo quotidianamente.
    E’ vero che scrivere per taluni è un’esigenza forte, una vera e propria necessità. E’ anche vero che non esiste scrittura non finalizzata alla (ri)lettura (anche individuale, come quella di un diario). Esiste, pertanto, una relazione, un rapporto fra autore e lettore, che l’introduzione di strumenti come blog e i fantomatici “social network” (nativi per le nuove generazioni, ma accessibili anche a chi ha vissuto l’infanzia prima dell’era della televisione) rende più immediato, diretto, privo di filtri, o di veli.
    E il punto (di domanda) è proprio questo: ha senso questo immettere nell’oceano della rete la propria goccia, il proprio distillato di pensiero, la propria lacrima di dolore; affidare al turbinio di un vento globale, di certo un po’ disorientante, frastornante, il proprio grido, il proprio entusiasmo? O sarebbe meglio per quella stessa persona, che infila parole e messaggi in bottiglie per poi gettarle alle onde (che magari non fanno altro che sospingerle di nuovo a riva, o trattenerle, accumularle facendole cozzare fra loro nella risacca di una falesia deserta…), tenere ogni cosa dentro di sé, lasciarsi agire dall’interno e vivere nel faccia a faccia della relazione diretta?… Oppure scrivere e basta, ed esaurire nell’atto in sé la catarsi che esso sottende?…
    Domande che ogni blogger, ma prima ancora ogni autore, ogni scrittore si fa, penso. Non so a quale di queste categorie io possa appartenere. Se si possa appartenere a una categoria di persone, se si possa essere accomunati da un’esigenza o una passione, una necessità, un destino… Ma le troppe domande, alle volte frenano. E impediscono la condivisione.
    Ed ecco, in quella parola, se non la, di certo una risposta. Se sono, se siamo qui, è – credo – per condividere. Per ricercare, scoprire, originare anche – perché no? -, infine condividere, il bello. Il Bello. E aggiungo che dobbiamo essere esigenti in questo. Non accontentarci, non abbassare la guardia, ma far sì che da questo “virtuale consesso”, attraverso questa condivisa e mutuamente ispirata ricerca, il Bello possa davvero trovare espressione. Valorizzare, non disperdere. Amplificare, non banalizzare.
    Una sorta di manifesto, già.
    Forse è questa, in fondo, la vera domanda. E’ questo che noi e le nostre parole, le nostre immagini, le nostre citazioni, le nostre storie, il racconto delle nostre esperienze stiamo facendo? Pensiamoci ancora una volta, ripetiamoci ancora una volta la domanda, prima di gettare la prossima bottiglia. Siamo tutti in cerca di senso, in fondo, in un modo o nell’altro. E questo, di per sé, è una cosa bella e giusta, ci fa onore.
    Il tuo commento, Alba, mi dà coraggio e speranza. Ti ringrazio. E voglio salutarti rileggendo con te i celeberrimi versi che cullano questo mio “placido naufragare” e il sogno di umana, fraterna condivisione che lo accompagna, fin dai tempi del liceo.

    “Guido i’ vorrei che tu e Lapo e io /
    fossimo presi per incantamento /
    e messi in un vasel, ch’ad ogni vento /
    per mare andasse al voler vostro e mio…”

    • Nel contesto del web, la scrittura è un “incantamento” che rapisce e conduce per mari sconosciuti dove si incontrano naviganti coinvolti nella stessa affascinante avventura. È un viaggio attraente nel suo cercare e perdersi in uno sconfinato universo che si nutre dei limiti o dei pregi di chi lo solca.

      • Efficacissima visione e interpretazione la tua. Mi ci ritrovo, navigante esploratore, sotto un cielo che a volte è luminoso e vispo di stelle…

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