Oslo

Ricordo, in un quadro
la brace di una sigaretta
sullo sfondo scuro di una stanza.
Un immoto crepuscolo
e il profilo di un uomo
assorto nei propri pensieri.

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17 thoughts on “Oslo

  1. Non esattamente, ma strettamente connesso. Hai indovinato.
    Il ricordo era legato all’immagine di uno stagno, in autunno, un paesaggio svedese, denso di neve, betulle dai rami spogli e ghiacciati, e una luce diffusa violacea e gialla. Un senso di generale, estatica immobilità. E silenzio.
    A Oslo andai qualche anno dopo. Nel ricordo di un dipinto di Munch, molto molto scuro, al punto di rilevare solo all’ultimo la presenza del profilo di un uomo (rivelata quasi dalla brace della sua sigaretta accesa nel buio), accanto a una finestra socchiusa, ritrovo lo stesso senso di immobilità del respiro e del pensiero, sovrapposta alla staticità di un crepuscolo carminio.
    Di certo una visione molto soggettiva. E ad altre latitudini.
    Dove si trova, che mi racconti del tuo lacus?

  2. Credo di ricordare, come in una diapositiva… Il lago e una barca. Il viso sorridente di mio padre e quello di mio fratello, abbandonato sulla sua spalla, nella luce del tramonto… Abruzzo, 1980. Una vita fa…

  3. Una città tanto perfetta
    quanto incomprensibile, come la sua lingua. Basterebbe un margine di errore, sufficiente per darle la possibilità di avere un’ anima.
    Un drakkar
    Un orso bianco imbalsamato enorme e spaventoso
    Una barca fatta di papiro con un nome della Papuasia, forse
    Un parco di statue grigie come il cielo, riassunte in una colonna traiana.
    Non si lascia scrivere Oslo

    • Hai centrato il senso di questo non-testo, non-racconto, non-poesia, non…
      Il nulla. Il vuoto.
      Oslo è un buco nero.
      Nella rete della mia memoria, a tanti anni di distanza (17 più o meno) è rimasta impressa l’immagine notturna, immobile, senza tempo, di un quadro di Munch.
      Solitudine, attesa, disperazione, buio, il fumo di una sigaretta (?)… Non so cosa rappresentasse esattamente, ma mi colpì.
      Il fatto è che, nel tempo, quel nero si è preso una parte di me e l’ha sotterrata altrove.
      Ma la tua descrizione… Fa riemergere altro.
      Le linee essenziali e rette. Mattoni e cemento. Una città quasi senza colori. Il granito di corpi abbarbicati, contorti, intrecciati. Imponenti, statici, carni impenetrabili e lisce. Falli. Orge di membra e arti. Una collina che non domina altro che se stessa.
      Il resto è solo una flebile luce che non accenna a svanire. Nemmeno la brace di una sigaretta.
      Un tuorlo d’uovo che cola nel ventre slabbrato di una patata bollente.
      Un lungo viale.
      Una pioggia sottile.
      Uno sguardo che mi trapassa – una ragazza in bicicletta – caschetto biondo racchiuso in una gabbia scura – occhi chiari, curiosi, stupiti – sorridono su due scie di lentiggini rosse – mi invadono il petto.
      E fare l’amore – atteso, bramato – nel bianco di luce e lenzuola. Morbidi coltri, rivestite di cotone, che accolgono un amore creduto, tentato, impreparato, illuso.
      Il quadro di un grande orologio rotondo. Austero, inevitabile…

      Ecco.
      Oslo è questo mio nulla.
      Semplice anagramma di una perfetta, rotonda solitudine.
      O s l O
      Il vuoto che sentivo, quando mi sono rivisto in un’ombra alla finestra.
      Una delle tante a metà della notte.
      Oslo ero io.

  4. Oslo (o della Norvegia)

    a 11 anni sperimento la depressione (o una forma di angoscia non altrimenti definibile)
    (te la scrivo come la cronaca delle vacanze di quinta elementare)
    piove, piove sempre, una pioggia inesorabile, non un acquazzone, una pioggia lenta e infinita, penetrante
    mio cugino non parla bene l’italiano, giochiamo con i lego nella sua stanza ikea quando l’ikea nemmeno esisteva in Italia
    mio padre va a pesca con suo fratello, mio padre è nel suo ambiente naturale
    mia madre parla con mia zia che sferruzza a memoria le renne e i cristalli di neve
    mia madre non sa nemmeno che cosa sono i ferri e la lana
    “mamma, mi viene continuamente da piangere e non capisco perché”
    (ero triste, tristissima. una tristezza mai provata, incomprensibile. guardavo fuori dalla finestra e vedevo il fiordo e la pioggia, e non sapevo come passare il tempo, odiavo mio cugino)
    a Oslo visitiamo il parco Vigeland – piove- tutto è grigio mortale e fa freddo e ho i piedi bagnati, la cerata troppo grande
    andiamo in un centro commerciale per comperare uno zainetto, ci sono piccoli, ma solo verdi o marroni.
    chiediamo un colore più vivace. ci rispondono che i colori vivaci spaventano gli animali nel bosco.

    • Tempi diversi. Epoche diverse.
      Immagini e sensazioni, diverse.
      Freddo, pioggia, distanza, estraniamento, inadeguatezza, però, risuonano.
      Grazie della tua (toccante) testimonianza, Silvia.
      Davvero un luogo, e il suo nome, assumono la valenza e la forza di un intimo vissuto.

  5. (te la scrivo come me la ricordo)
    a 16 anni finisce la scuola e viaggio premio dagli zii
    piove, piove sempre, una pioggia inesorabile, non un acquazzone, una pioggia lenta e infinita
    non me la ricordavo così
    prendo il treno quasi tutte le mattine e vado a Bergen
    (cerca Stanghelle su google maps e fai uno street view per darti l’idea)
    al mercato del pesce mangio un panino con il salmone
    giro e osservo
    impossibile perdersi
    non mi ricordo niente
    mio cugino deve ancora finire la scuola e comunque vive per agli Iron Maiden e il Brann
    letture: l’esorcista (dalla libreria italiana di mio zio); un giallo di Agatha Chirstie, dimenticato
    mia zia mi regala degli orecchini d’argento che rappresentano il sole con le rune, li porto ancora adesso, me li regala perché il sole non lo vedo mai

    mi chiedo perché come i ragazzi normali non ho scelto la vacanza studio in Inghlterra
    o il campo estivo per imparare tutto sulle tartarughe
    mi chiedo perché sono voluta tornare in questo cazzo di posto triste

    vado con mio cugino ad una festa
    la festa è dentro il salone della scuola elementare
    ovviamente ci arriviamo che ho già scarpe bagnate e piedi zuppi ma che importa, le scarpe si lasciano fuori
    ragazze e ragazzi sono poco più giovani di me, tredici o quattordici anni
    alcuni ragazzi tra cui mio cugino ballano, musica metal assordante
    alcune ragazze parlano tra di loro e mi osservano mi faccio coraggio e sfodero do you speak english. ridono. ci presentiamo. ah tu sei la cugina italiana. sei piccola (la statura pare essere profondamente importante per i norvegesi). sì sono piccola, ma ho 16 anni. ridono di nuovo e poi tornano a parlare tra di loro.
    vago un po’ nel salone, bevo del succo di mela, io odio il succo di mela
    e mi accorgo che chi qui chi là, seduti o mezzi sdraiati su quelli che sembrano materassini da palestra, stanno limonando.
    resto un momento sospesa che cazzo faccio adesso
    corro fuori, non trovo le mie scarpe in mezzo a tutte quelle scarpe bagnate, mi viene da piangere, finalmente le trovo, me le infilo ed esco all’aria aperta. piove ancora. mi metto a correre in discesa mentre piango e non vedo niente o quasi e scivolo, inciampo, batto il ginocchio sull’asfalto, rompo i jeans, singhiozzo e corro, fino a casa. i miei zii non ci sono per fortuna. per fortuna in bagno c’è il riscaldamento nel pavimento e mi siedo per terra e mi dico che io in questo paese di merda non ci tornerò mai più

    a Oslo visitiamo il parco Vigeland – piove- tutto è grigio mortale e fa freddo e ho i piedi bagnati, mi rifiuto di mettere la cerata verde da pescatore

    • Fantastico. E’ un racconto.
      E’ interessante il tuo punto di vista, da sedicenne – l’hai rivissuto benissimo, su quei luoghi, quella “popolazione”, quei mo(n)di.
      🙂 (anche se c’è poco da sorridere)
      Grazie!

  6. Sono io che ti ringrazio! Diario di una sedicenne disperata. (che in cantina secondo me c’è anche qualcosa che ho scritto all’epoca).
    Il diario della trentenne successivamente, ma solo se vuoi. Intanto sul tuo commento ho ritrovato un paio di foto del viaggio, un orologio e una colonna.

    eppure, nonostante tutto, voglio andare a Capo Nord. repetita non iuvant

    • Prosegui!
      (che poi ne facciamo un racconto in tre tempi…)
      Quel diario in cantina è prezioso! Immagino la tua faccia mentre lo rileggi!
      Anch’io dovrei avere delle foto. Anzi no, non le ho più. Rimangono solo quelle dietro la retina. Quelle che riproduciamo qui…
      Attendo il seguito allora.
      Quando vuoi.
      Grazie!

    • PS. Sarà un racconto asciutto (anche se sarà molto umido e bagnato), essenziale-evocativo, poetico. In tre tempi, tre epoche. Tre visioni diverse dello stesso nulla, che come la superficie fredda e scura di un magnete continua ad attrarti a sé.

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